Festival di Sanremo, i semifinalisti delle Nuove Proposte (VIDEO). L'ascolto di Rockol, e qualche riflessione politicamente scorretta

Festival di Sanremo, i semifinalisti delle Nuove Proposte (VIDEO). L'ascolto di Rockol, e qualche riflessione politicamente scorretta

Vorrei parlarvi di questo.

Alcune premesse però sono d’obbligo, e le scrivo.


Prima premessa: non ho sentito tutte le canzoni inviate alla RAI per poter partecipare al Festival di Sanremo nella categoria Nuove Proposte (erano 646), né avrei potuto, non facendo parte della Commissione. Ma non ho ascoltato nemmeno le 68 selezionate fra le 646. Sinceramente, per costringermi ad ascoltare 68 canzoni – tempo previsto: minimo cinque ore – qualcuno avrebbe dovuto pagarmi, e nessuno si è proposto di farlo. Però ho deciso di ascoltare le 16 canzoni arrivate alla stretta finale, e di questo vi riferirò più avanti.


Seconda premessa: un mio socio di parecchi anni fa diceva che le società devono essere composte da un numero di persone dispari e inferiore a tre. Questo è anche il mio pensiero relativamente alle commissioni artistiche. Secondo me, il direttore artistico del Festival di Sanremo (e di tutti gli altri festival, e di tutti i concorsi) dovrebbe essere uno e uno soltanto, e scegliere in perfetta autonomia, prendendosi tutte le responsabilità. Trovo che delegare a una commissione, per quanto competente, il compito di scegliere le canzoni del Festival sia una modalità sbagliata. Sei il direttore artistico? Scegli tu, da solo, a tuo gusto. Se avrai scelto bene te ne daranno merito, se avrai scelto male non ti rinnoveranno l’incarico.


Terza premessa. Se si deve scegliere fra una quantità di canzoni autocandidate, si cerca di scegliere il meglio (sempre che non ci siano altre considerazioni non strettamente artistiche, e ce ne sono sempre – ne riparliamo più sotto), ma sarà sempre il meglio fra quello che avevi a disposizione. “Chi va per questi mari questi pesci piglia”, dice il proverbio: se ti mandano canzoni mediamente brutte, cercherai di scegliere il meno peggio, ma non è detto che nel meno peggio ci siano delle belle canzoni.


Quarta premessa. Chi si autocandida inviando una canzone, nella stragrande maggioranza dei casi lo fa tenendo presente che quella canzone ipoteticamente è destinata al palcoscenico dell’Ariston. E secondo me (questo lo dico con cognizione di causa, avendo più volte fatto parte della commissione di Area Sanremo), le canzoni inviate si possono dividere in due categorie: le canzoni che gli autori considerano “adatte a Sanremo” (cioè adatte a una trasmissione televisiva trasmessa da Rai Uno, con tutto quello che ne consegue), e le canzoni che gli autori considerano – spesso con malriposto orgoglio – “inadatte a Sanremo” (che si può tradurre con: coscientemente e volontariamente fuori schema, o per la parte musicale o per la parte testuale). Il ragionamento sotteso, per quanto riguarda la seconda categoria, è: “mando una canzone non sanremese perché magari una o due canzoni non sanremesi le prendono, e hai visto mai che una sia la mia”. Com’è ovvio, io penso che entrambi i ragionamenti siano funzionali all’eventuale ammissione al Festival, ma siano del tutto controproducenti se vogliamo pensare alla qualità delle canzoni, e non alla loro “coerenza” con la manifestazione. Il che a sua volta vuol dire che è davvero difficile che una canzone davvero buona venga candidata al Festival: se lo è, potrà farcela anche senza Festival. E gli autori e le case discografiche lo sanno.


Quinta premessa. La commissione di quest’anno è costituita da cinque persone: Claudio Fasulo, vice direttore Rai1 e autore di numerose edizioni del Festival; Massimo Giuliano, ex amministratore delegato di Warner Music Italia; Massimo Martelli, autore televisivo dei Festival di Fabio Fazio e regista cinematografico; Duccio Forzano, regista televisivo con diversi Festival all’attivo; e Geoff Westley, già collaboratore dei Bee Gees e produttore per - tra gli altri - lo stesso Claudio Baglioni, Renato Zero, Lucio Battisti, Riccardo Cocciante, Mango, Mietta, Anna Oxa, Marcella Bella, Mariella Nava, Mogol, Ron, Laura Pausini, Alex Britti e Fabio Concato. Cinque maschi, come è facilmente verificabile. Vediamo le età. Quelle documentate sono l’età di Geoff Westley (classe 1949, cioè 68 anni); Claudio Fasulo (classe 1961, cioè 56 anni); Massimo Martelli (classe 1957, cioè 60 anni compiuti a giugno); Duccio Forzano (classe 1950, cioè 67 anni). Di Massimo Giuliano non conosco con precisione la data di nascita, ma si è laureato nel 1978, quindi a occhio direi che è del 1953 o 1954, e comunque ultrasessantenne anche lui. Il capo della commissione è il direttore artistico Claudio Baglioni, classe 1951, 66 anni.
Che significa, vi chiederete voi? Beh, secondo me significa. Intanto significa che fra i cinque, sei con Baglioni, non c’è nessuna donna. E non è questione di quote rosa, concetto che detesto, ma di pluralità (di gusti e sensibilità). Secondo me, almeno due donne in commissione ci sarebbero state bene. Poi, certo, età vuol dire anche esperienza, e quindi vuol dire anche competenza. Ma insomma, il più giovane ha cinquantasei anni e il meno giovane ne ha 68, quindi l’età media di queste sei persone è superiore ai sessantatre anni. Non propriamente un’età che faccia pensare a gusti musicali freschi e moderni. Ma età vuol dire anche... ne parliamo una riga sotto.


Sesta premessa. Età e esperienza e competenza vogliono dire anche che tutte queste persone sono ampiamente introdotte nell’ambiente dell’industria dello spettacolo. E vuol dire che ognuna di loro ha una rete di rapporti ben consolidata. E vuol dire che essendo tutti uomini di mondo, e avendo fatto il militare a Cuneo, non sorprende che le loro scelte finali (quelle che mi accingo ad ascoltare per dirvi il mio parere) siano – almeno all’apparenza: absit iniuria verbis – equilibratamente suddivise con una sorta di “manuale Cencelli” (vedete qui, se non sapete cos’è) fra major e (vere o presunte) indipendenti, con un paio di concessioni (di facciata?) all’area indie: un po’ di Warner, un po’ di Sony, un po’ di Universal, l’irrinunciabile Sugar, un outsider che di mestiere fa l’attore, un vincitore di Musicultura, la figlia di una ex valletta televisiva – insomma, un coacervo che appare frutto di una meditata azione diplomatica più che di una selezione avvenuta effettivamente per merito. Appare, ho scritto. Adesso vi racconto cosa penso io delle canzoni.


(Ah: io ho sessantaquattro anni, anch’io ho una rete di rapporti consolidata con l’industria musicale, e anch’io ho fatto il militare – ad Albenga, non a Cuneo – quindi dovrei essere uomo di mondo. Invece non lo sono e non lo sono mai stato, come certifica il mio conto in banca).


Scusate, un’ultima premessa. Le canzoni le ascolterò guardando dei video. Così come ha fatto la commissione, perché l’invio del video era obbligatorio per partecipare alle selezioni. Ecco: secondo me, le canzoni di Sanremo (delle Nuove Proposte e dei Big o Artisti, come volete chiamarli) dovrebbero essere scelte solo ascoltandole, e possibilmente ascoltandole cantate da un corista. Così si sceglierebbero davvero le canzoni e non i cantanti. Una volta scelte le canzoni, le canzoni andrebbero proposte a cantanti presumibilmente adatti a cantarle. Come si faceva agli inizi della storia del Festival, nei primi anni Cinquanta, quando il Festival aveva buoni motivi per chiamarsi “della canzone italiana”. Adesso non ne ha più.

Ecco dunque le canzoni con il mio commento. Cliccate sul titolo se volete ascoltarle.

Antonia Laganà, “Parli”.
Scritta e cantata come una canzone anni Cinquanta, non avrebbe sfigurato nel repertorio di Jula De Palma. Inutile.

Aprile e Mangiaracina, “Quell’attimo di eternità”.
Una dignitosa costruzione musicale, per quanto molto tradizionale, come il testo. Difficile considerarla una “nuova proposta”.

Carol Beria, “Nessuna lacrima”.
Testo senza qualità, interpretazione forzata e strillata. Per darle senso servirebbe Mina, ma la ragazza è lontana dal poterlo essere.

Dave Monaco, “L’eternità è di chi sa volare”.
Già il titolo indispone, il testo è una somma di luoghi comuni, il ragazzo oscilla fra il cantautore e il tenorino (finale tragico...). Non riesco proprio a capire come sia possibile che l’abbiano selezionato.

Davide Petrella, “Non può far male”.
Una canzone differente dalle solite, e almeno questo è un pregio. Il testo cita De Gregori e i Talking Heads, i suoni sono aggressivi,la struttura inusuale. L’avrei selezionata anch’io, ma l’avrei data da cantare a qualcun altro.

Eva, “Cosa ti salverà”.
Il ritornello funziona, e funziona anche la voce, grazie a un timbro interessante. Anche il testo non è disprezzabile. Condivido la scelta.

Giulia Casieri, “Come stai”.
Una di quelle canzoni “cool” alla Federica Abbate, con un gancio riuscito solo a metà e qualche idea decente nel testo. Funzionerebbe meglio se fosse cantata da una voce più riconoscibile, ma nel complesso è sufficiente.

Iosonoaria, “Un cerchio”.
Se lei non fosse “notiziabile” in quanto figlia di Sabina Ciuffini, ex valletta di Mike Bongiorno, non penso che l’avrebbero scelta. E considerando che ha 34 anni compiuti, non mi pare così “nuova”, come proposta. Né lei né la canzone.

Jose Nunes, “Parlami ancora”.
E questo perché sta qui? Serviva un simil-Julio Iglesias per i millennials? Canzone senza qualità, cantata con mille vezzi. L’avrei lasciato in Portogallo, dove è nato, senza rimpianti.

Lorenzo Baglioni, “Il congiuntivo”.
Che vi dicevo prima a proposito delle canzoni volutamente “diverse”? Il testo riscrive un manuale di grammatica; è un simpatico esercizio di stile, ma questo non ne fa una buona canzone, e nemmeno una canzone.

Luchi, “Gli amori della mente”.
Dalla sua, la ragazza ha l’età – vent’anni – e una buona capacità interpretativa. La canzone invece non ha nulla di memorabile, se non quel solito (per me fastidioso) “te” usato al posto del corretto “tu”. Comunque discreta, pur con un titolo ignobile.

Mirkoeilcane, “Stiamo tutti bene”.
Lui arriva dal circuito della (sedicente) canzone d’autore, la sua canzone deve molto al  Simone Cristicchi di “Ti regalerò una rosa”, non senza reminiscenze del Giorgio Faletti di “Signor Tenente”, e sceglie di trattare – con un approccio abbastanza originale – l’argomento migranti e barconi (gli piace vincere facile). Per come sono fatto io, che detesto le canzoni moraliste e d’occasione, l’avrei lasciato a casa. Per come è fatto il Festival e per come sono fatti i miei colleghi giornalisti, arriverà a Sanremo e vincerà il Premio della (sedicente) Critica. Che è quello a cui evidentemente aspira.

Mudimbi, “Il mago”.
Divertente, abilmente costruita, con un testo scanzonato ma non stupido (qualche traccia di Rino Gaetano), molto radiofonica. Non un capolavoro, ma più che sufficiente.

Nyvinne, “Spreco personale”.
Timbro interessante, cantato artefatto, canzone con tutti gli espedienti al posto loro. Ben confezionata, con professionalità. Però se non ci fosse non se ne sentirebbe la mancanza (a proposito: che significa "spreco personale"?).

Santiago, “Nessuno”.
E’ in giro da quattordici anni e ne ha 33 compiuti, alla faccia, anche lui, della “nuova” proposta (per inciso: non sarebbe il caso di abbassare l’età massima per la categoria?). Fra la filastrocca elencatoria e il rap cantato, la canzone “gira” ma l’arrangiamento avrebbe potuto osare di più. Discreta.

Ultimo, “Il ballo delle incertezze.
21 anni, scuola romana (che va tanto di moda”), strilla un po’ troppo e così toglie suggestione alle parole che canta. Ci può stare, fra i selezionati, ma se non ci fosse stato non griderei allo scandalo.

Rileggo quello che ho scritto e capisco ancora meno come possa Claudio Baglioni aver dichiarato, a proposito di come si è passati da 68 a 16 candidati, “scegliere è stato particolarmente difficile, perché le proposte e le voci erano tutte estremamente interessanti”. "Interessanti?". Mah. Dei sedici, come avete appena letto se avete avuto la pazienza di farlo, io avrei salvato Davide Petrella, Eva, Giulia Casieri, Luchi, Mudimbi, Santiago e Ultimo: sono sette, su 16. Badate, non sto facendo un pronostico: sto solo dicendo chi avrei scelto io se fossi stato Baglioni.

Ci risentiamo il 16 dicembre, quando sapremo come sarà andata la serata di ammissione.

Franco Zanetti

 

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