NEWS   |   Italia   |   10/11/2017

Biagio Antonacci racconta le sue ‘Dediche e manie’ – VIDEOINTERVISTA

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Nel giorno del suo cinquantaquattresimo compleanno, Biagio Antonacci ha presentato a Milano il nuovo album “Dediche e manie”, così chiamato perché “la canzone è una somma di manie trasformate in dediche”. Se qua e là i suoni richiamano gli anni ’80, con un po’ di elettronica più recente e quelle che il cantautore di Rozzano chiama le “biagiate”, ovvero le sue classiche ballate, la copertina del disco fa molto anni ’70. “Sembra una copertina di Battisti vero? È nata per caso. Stavo facendo foto a un’amica in quella casa. Il fotografo è andato nella casa di fronte a far pipì, mi ha visto e… taac. Ho detto subito: questa è la copertina. Ho tenuto anche la parte brutta della foto. È la vita”.

Due anni fa Biagio Antonacci aveva lasciato intendere che l’album successivo sarebbe stato acustico, addirittura sussurrato. Aveva parlato persino di teatro canzone. Nulla a che vedere con i suoni pop di “Dediche e manie”. Che cosa è successo? “È successo che, come sempre, si cambia idea. Ho scritto canzoni che si prestavano ad essere vestite in maniera molto pop. Forse sarà il prossimo quello acustico… se non cambio di nuovo idea”. Antonacci ama sottolineare la presenza nel disco di Laioung, “scoperto grazie a uno dei miei figli, che ama la trap”. Produzione artistica e arrangiamenti sono stati invece realizzati in collaborazione con Fabrizio Ferraguzzo, Davide Tagliapietra, Placido Salomone, Stefano De Maio. “Noi artisti ci fermiamo se non viviamo di energia nuova. È finita l’epoca degli artisti che fanno sempre la stessa cosa”.

La canzone che apre l’album si intitola “Il migliore”. “È una delle prime volte che in un mio album metto una vera sezione fiati. C’è ospite Don Jiggy dei Soul System”. Antonacci ne parla come di un incitamento a una generazione stanca. “È una generazione che a volte si ferma, si siede, si arrende di fronte a una società che non permette lo sviluppo dei giovani. Mi piacerebbe che tutti i giovani almeno per un giorno si sentissero i migliori. Non per gli altri, ma per se stessi. Mi piacerebbe che ci fosse almeno per un giorno un’energia forte”. E il giovane Biagio aveva quel tipo d’energia? “Avevo un’energia che spaccavo tutto. Non avevo paura di niente e nessuno. Ero coraggiosissimo. Ero avanguardista. I no dei discografici mi facevano ridere. Non pensavo di essere sbagliato io, pensavo che fossero loro fuori tempo. Pensa che potenza. Senza quella cattiveria, tra virgolette, non puoi diventare un artista di successo. Oggi c’è più abitudine alla sconfitta. Noi invece non accettavamo le sconfitte”.

“Mio fratello” racconta la storia di due fratelli, uno buono e uno cattivo che chiede perdono, “che è una grande virtù”. C’è ospite Mario Incudine, cantante e attore teatrale siculo che interpreta la parte del fratello cattivo in “Mio fratello” usando il cuntu, “una sorta di rap ante litteram, una tecnica antichissima che riusciva a conquistare una piazza solo con il suono delle parole, senza microfono, né musica”. Nella diretta Facebook della presentazione del disco che si è tenuta giovedì 9 novembre, a cui ha assistito anche Laura Pausini, Incudine ha interpretato “Lu trenu di lu suli”, tragica storia di immigrazione dal Sud Italia verso le miniere di Marcinelle. Antonacci dice che “quando ho scritto quella canzone ho pensato a un feat di Adriano Celentano e non escludo che lo si possa fare in futuro. Gliela spedirò. È una canzone figlia del suo modo di raccontare”. Altrove Antonacci canta dell’inferno che c’è in ogni cuore. Strano sentirlo da un uomo di successo e apparentemente pacificato. “Sbagliato, in ogni cuore, anche nel mio, esiste un grande tormento, un cortocircuito. Sempre”.

“Un bacio lungo come una canzone” è ispirata alla visione in tv del concertone di Vasco Rossi a Modena. “Ho visto tutta quella gente che si baciava e ho scritto questa canzone su due ragazzi che si conoscono poco, vanno a un concerto, si toccano per caso e scatta la passione. Mi ricorda la scrittura di Lucio Dalla, che per me è stato un maestro”. L’album si chiude con “L’appello dei popoli” (“Fra 100, 200 anni la nostra razza sarà mutata, avremo altri lineamenti, ci sarà contaminazione con il Sud e questo non mi dispiace per niente”) e con la dedica ad “Annina piena di grazia”. “È una carissima amica che ho frequentato a tratti. È mancata per un brutto male, ma in lei ho visto il coraggio, sempre. Quando ha avuto meno coraggio, Annina se n’è andata. Era il coraggio a tenerla in vita”.

Il tour di Antonacci partirà il 15 dicembre dal Nelson Mandela Forum di Firenze e continuerà fino al 27 gennaio. Nuove date, fra cui due a Roma e altrettante a Milano, sono previste in maggio. Il concerto si aprirà con “Il migliore”, che Antonacci considera il manifesto dell’album. “Sarà un tour diverso dall’ultimo. Ci sarà sempre una grande energia, ma anche uno schermo gigante per dare una migliore visibilità al pubblico, che spesso si lamenta di vedermi poco. Non ci saranno grafiche, proietteremo immagini dei musicisti e di quello che accade sul palco, amplificando i dettagli, magari mostreremo anche quello che solitamente non si vede, il dietro le quinte”. E conclude: “Dirò quello che dicono tutti quelli che fanno un disco nuovo: questo è il mio album migliore”.

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