Sam Smith, il nuovo album “The thrill of it all” e il lato spaventoso della fama – INTERVISTA

Sam Smith, il nuovo album “The thrill of it all” e il lato spaventoso della fama – INTERVISTA

Sam Smith la mette giù così: il disco d’esordio, il fortunatissimo “In the lonely hour”, era un gin tonic con gli amici, mentre il nuovo “The thrill of it all” è un whisky bevuto da soli, in una stanza buia, di notte, mentre si rimugina sulla propria vita. Sul secondo album dell’ex ragazzo prodigio della provincia inglese, oggi pop star da 12 milioni di copie vendute, sono puntati gli occhi di tutti. E lui, a Milano per partecipare a X-Factor, tiene a sottolineare che il nuovo disco è più crudo del precedente, è il tentativo di raccontare qualcosa di più profondo. “Tutta la mia musica mostra la mia vulnerabilità, i miei pensieri profondi. Anche nella pittura o nel cinema attratto da storie drammatiche. ‘In the lonely hour’ raccontava una solitudine, ma aveva una sua dolcezza. L’album nuovo è più cupo, autodistruttivo, forse perché quando l’ho scritto non mi piacevo. Il titolo ha a che fare con la fama”.

È una cosa su cui Smith insiste. Il successo dell’esordio ha scombussolato la sua vita. “In the lonely hour” narrava di una singola relazione finita, “The thrill of it all” racconta di come possano andare male le cose quando si è al centro del ciclone. “È stata Lady Gaga a dire che la fama non cambia te più di quanto non cambi le persone che ti circondano. Io mi sento lo stesso di prima, è attorno a me che è cambiato tutto. D’accordo, ora vivo in una bella casa con mia sorella e il mio miglior amico, e mi succedono cose meravigliose. Ma la fama può essere spaventosa. È quel che racconta l’album. Canto di una relazione non ha funzionato per via del mio lavoro”. E così, se un tempo Smith bramava il successo e voleva vedere il suo viso ovunque, oggi può considerare il suo mestiere con maggiore lucidità. “Non m’interessa più essere famoso. Voglio diventare un autore e un cantante migliore, voglio fare dischi di di cui essere orgoglioso”.

Nonostante le premesse, “The thrill of it all” non è poi così diverso dal primo album. È sempre prodotto dall’amico Jimmy Napes affiancato da Timbaland, Malay, Jason Boyd, Stargate e da Yebba, che duetta con Smith in “No peace”. la sua storia comincia in qualche modo dopo la cerimonia degli Oscar 2016, durante la quale il cantante affermò maldestramente d’essere la prima persona apertamente gay a ricevere la statuetta per la miglior canzone (“Writing’s on the wall”, dal film della serie di 007 “Spectre”). Smith ha cominciato a uscire, bere e fumare troppo spesso. “Avevo smesso di rispettarmi”, ripete nelle interviste. Per rimettersi in carreggiata ha ripreso i contatti con la famiglia – non rispondeva alle telefonate dei genitori, dice, per mancanza di tempo – e s’è messo a dieta. La silhouette più magra gli dona ancora di più l’aria del ragazzo sensibile e i sentimenti sono sempre al centro dei suoi pensieri come dimostrano il primo singolo “Too good at goodbyes”, una canzone su come s’impara a soffrire di meno dopo ogni delusione, e “Burning”, resoconto di una nuova rottura sentimentale.

Sulle dita delle mani ha tatuato i simboli maschile e femminile e recentemente ha detto di sentirsi tanto donna quanto uomo. Se all’epoca dell’esordio ripeteva di voler essere considerato un cantante, e non un cantante gay, oggi sembra più incline a parlare della propria sessualità. Nella nuova “Him”, nata dopo una nottata passata in un gay club di Sydney, racconta il coming out di un ragazzo di fronte al padre. E lo fa utilizzando cori di derivazione gospel che in qualche modo rimandano al rifiuto dell’omosessualità da parte delle istituzioni cattoliche. “Oggi” dice Smith “mi sento più a mio agio con me stesso. Sono sempre stato apertamente gay, ma solo negli ultimi quattro o cinque anni ho cominciato a capire la mia comunità, a comprendere da dove vengo”. La canzone riflette il desiderio del cantante di esprimersi su un più ampio spettro di temi, come del resto “Pray”, ispirata a una trasferta in Iraq. Da entrambe emerse un senso di religiosità. In “Him” Smith si rivolge a Dio: “Dobbiamo parlare, ho un segreto che non riesco a mantenere. Non sono il ragazzo che avresti voluto. Per favore, non arrabbiarti, abbi fede in me”. “Non sono religioso”, puntualizza, “sono piuttosto una persona spirituale. È che conosco il linguaggio della religione fin da bambino”.

Dopo le date italiane annullate nel marzo e nel maggio 2015 prima per un’infezione e poi per problemi alle corde vocali, Sam Smith tornerà nel nostro paese per due concerti, l’11 maggio al Forum di Assago (MI) e il 12 maggio 2018 all’Arena di Verona (biglietti già in prevendita). Lui ci tiene a sottolineare che “cantare le mie canzoni è un’esperienza intensa e tecnicamente difficile. Per dare il massimo nei miei show ho smesso di bere, non mangio più formaggio, vado a letto presto, limito la quantità di caffè”. Oggi Sam Smith indossa una felpa verde e un paio di pantaloni gessati. Come si presenterà sul palco? Con un completo elegante o con le scarpe rosse coi tacchi che esibisce su Instagram? “Cantare in un completo sarebbe una cosa nuova per me e la mia famiglia. Dai 16 ai 18 anni, quando ascoltavo Joni Mitchell, mi truccavo e vestivo da donna. Ho smesso di farlo una volta arrivato a Londra perché mi ha stancato… e ci mettevo troppo a prepararmi. Ma chi lo sa, magari tornerò allo stile appariscente. Realizzerò finalmente il mio sogno di essere come Beyoncé”.

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