I fratelli La Bionda tornano con una nuova canzone: 'I discografici pensano come manager e le radio non servono più a niente. Manca la cultura'

I fratelli La Bionda tornano con una nuova canzone: 'I discografici pensano come manager e le radio non servono più a niente. Manca la cultura'

Se tra la gli anni '70 e '80 l'italo-disco è stato un genere di successo, non solo in Italia ma anche all'estero, lo dobbiamo anche - e soprattutto - ai fratelli La Bionda. Con dischi come "Disco bass", "1-2-3-4 Gimme some more" e "One for you, one for me" il duo ha contribuito a rendere un po' più internazionali le produzioni italiane dell'epoca, scalando anche le classifiche mondiali. Oggi, con quasi cinquant'anni di carriera alle spalle, Carmelo e Michelangelo La Bionda si sentono "testimonial di un mondo che non c'è più": dopo quattro anni di silenzio discografico hanno pubblicato un nuovo singolo, "Easy feel", e per l'occasione li abbiamo intervistati.

Come nasce questo pezzo?
Ci avevano chiesto di realizzare il jingle per la pubblicità di un'applicazione, chiamata proprio Easyfeel, sviluppata da una start up milanese: è un'app che serve a cercare persone che vengono a pulirti casa, a stirare e a svolgere attività domestiche più in generale. Ci aveva incuriosito, anche perché Tim Cook, amministratore delegato di Apple, ha fatto i complimenti ai ragazzi che l'hanno lanciata: un amico in comune ci ha messi in contatto. Il progetto ci divertiva: poi in un secondo momento è diventato anche un singolo.

A livello musicale è un pezzo in pieno stile anni '70, con chitarre funky e atmosfere disco, molto suonato.
Siamo andati a richiamare musicisti con i quali avevamo già collaborato in passato, come nel caso di Mats Björklund, che era anche il chitarrista di fiducia di Giorgio Moroder: ha una mano autentica sulla chitarra e ci ha aiutati a recuperare il suono e le atmosfere dei dischi dell'epoca, Michael Jackson, Chic... Il tecnico del suono è Hans-Martin Buff, che negli anni ha collaborato con Prince e Scorpions. Il mix, invece, è di Benedict Fenner, che aveva già mixato "Vamos a la playa" dei Righeira e che poi è diventato anche collaboratore di Brian Eno. Per le strofe ci siamo ispirati al mondo dei Duran Duran, con riferimenti più vicini agli anni '80. Prevediamo di fare anche dei remix. Il fatto è che questa canzone abbiamo problemi a promuoverla, a spingerla.


Perché?
Abbiamo fatto tutto da soli. Non abbiamo la potenza di una major, dietro: non si occupano più di noi, guardano ad altre cose. Per quanto riguarda il video, ad esempio, abbiamo preferito fare un lyric video: non avevamo abbastanza soldi.

Non avete nemmeno provato a rivolgervi a una grande casa discografica?
Non ci riceverebbero neanche. E comunque ci direbbero subito di no.

Vi sentite poco considerati?
Sì, ci sentiamo poco considerati. In Italia gli anni '80 sono stati la fabbrica delle salsicce, la disco: ma se va in America, quella cosa è chiamata italo-disco. È roba da esportazione, ma nessuno lo capisce: qui si lavora in modo approssimativo. Le case discografiche non sappiamo più se chiamarle case discografiche o finanziarie: basta conoscere i personaggi che ci lavorano... Lavorano in uffici che sembrano laboratori di fisica nucleare. La musica la devi anche un po' sentire, no? Invece loro la vivono in modo super 'professional': pensano come manager.

Anche in passato era così? Perché ad un certo punto avete lasciato l'Italia e vi siete trasferiti a Monaco?
Sostanzialmente abbiamo sempre fatto tutto da soli: anche quelle dei Righeira erano produzioni nostre finanziate da noi. Ci siamo trasferiti a Monaco per lavorare al progetto di Amanda Lear: era una città molto più attiva di oggi, musicalmente parlando, piena di musicisti. A Monaco registravano personaggi come i Rolling Stones, Donna Summer, Giorgio Moroder: insomma, c'era una vera e propria movida musicale. Noi, fino ad allora, ci eravamo fatti conoscere come autori, collaborando con interpreti importanti come Mia Martini e Ornella Vanoni. Ci dicevano: "Ma dove andate? Ma che andate a fare?". E invece l'abbiamo fatto. Nessuno dei nostri discografici era preparato a spingere all'estero qualcosa di italiano. La Baby Records, invece, aveva capito che c'era del potenziale nel genere italo-disco, che si poteva sfruttare quel filone.

Amanda Lear come l'avete incontrata? E com'è stato lavorare con lei?
L'abbiamo incontrata in teatro: eravamo andati a vedere il "Rocky Horror Show", lei ci andava tutti i giorni e un amico in comune ce l'ha fatta conoscere. Era un grande personaggio, ma in Inghilterra nessuno ci credeva davvero. Era anche amica di David Bowie: aveva scritto una canzone per uno spettacolo che avrebbe dovuto fare insieme a lui, si intitolava "Star". Se non fossimo arrivati noi, sarebbe rimasta buttata lì. Ci abbiamo creduto, l'abbiamo portata in Germania cercando di inserirla in un mondo discografico che potesse darle appoggio, ma non è stato semplice convincere i discografici: lei non cantava, aveva un modo teatrale di interpretare le canzoni. Per fortuna, però, alla fine qualcuno ha capito il progetto.

Avete accennato alla collaborazione con i Righeira: canzoni come "Vamos a la playa", "No tengo dinero" e "L'estate sta finendo" oggi sono quasi dei cult...
Per registrare "Vamos a la playa" ci abbiamo messo sei mesi, eravamo dei perfezionisti (e lo stiamo tutt'oggi): volevamo essere convinti di quello che facevamo. I Righeira sono stati una nostra emanazione: erano molto originali.

Uno dei tormentoni estivi del 2017 è stato "L'esercito del selfie" di Takagi & Ketra con Lorenzo Fragola e Arisa, che in alcuni punti ricorda un po' "L'estate sta finendo". A sua volta, "L'estate sta finendo" presentava qualche somiglianza con un'altra canzone, "Amico vagabondo", incisa da Emilio Doria nel 1980. Cosa ne pensate?
"L'esercito del selfie" è un pezzo orrendo: quel riferimento nel testo alle Torri Gemelle, poi... Però ci fa piacere che si vadano a recuperare canzoni con una certa consistenza, come "L'estate sta finendo". Quanto alla faccenda di "Amico vagabondo": non l'aveva sentita nessuno, era uscita solo in Francia e anche lì non aveva avuto grande successo. L'attacco è simile, è vero, ma poi basta. Di "L'estate sta finendo" esiste anche una versione lenta, con Sergio Conforti, alisa Rocco Tanica, al pianoforte: se si ascolta quella versione, si capisce che "Amico vagabondo" non c'entra proprio niente.


Negli anni '80 avete aperto i vostri studi di registrazione, i Logic Studios di Milano, che negli anni hanno ospitato grandi artisti: i Depeche Mode ci hanno registrato parte del loro album "Violator", tra il 1989 e il 1990. Voi eravate presenti in studio, mentre i Depeche Mode registravano il loro disco? Cosa vi ricordate?
Gli studi di registrazione li abbiamo chiusi nel 2013, ci hanno penalizzato molto dal punto di vista finanziario: è stato un investimento importante, ma lo abbiamo fatto perché amiamo il nostro mestiere e ci piace lavorare a 360 gradi. Certo, eravamo lì mentre i Depeche Mode lavoravano alle loro canzoni: stavano per i fatti loro, vivevano appartati e non davano molta confidenza. Fuori c'erano sempre molte persone ad aspettarli. Erano vegetariani e organizzavano dei pranzi vegetariani all'interno dello studio. "Violator" è stato un disco in cui hanno utilizzato molto il campionamento: l'inizio di "Personal Jesus", ad esempio, lo hanno realizzato campionando dei bassi pesanti all'interno di una scala.

È vero che siete attualmente al lavoro ad un progetto comune con Paolo Nutini? Lui ha detto di essere un fan della vostra "I wanna be your lover" e di aver pranzato insieme a voi a Milano.
Lo abbiamo incontrato un po' di tempo fa, quando stava pensando ad un lancio negli Stati Uniti. Ci farebbe piacere se Nutini reincidesse "I wanna be your lover", o magari ne inserisse un sample in una sua canzone. Avevamo detto di vederci e di scrivere cose insieme: poi, però, lui è stato impegnato con altri progetti e alla fine ci siamo un po' persi di vista.

Cosa ve ne pare delle produzioni pop di oggi? Qualcuno parla di un ritorno agli anni '70' e '80.
Questo ritorno agli anni '70 e '80 lo sentiamo. Prendi una canzone come "Uptown funk": è un pezzo moderno, in stile funky, ma realizzato con delle possibilità in più che noi in passato non avevamo. Mark Ronson è un genio, tanto di cappello. E anche Bruno Mars non scherza mica. Però, in generale, c'è una sorta di vuoto: la musica italiana è sconfortante. Le nuove proposte scrivono testi che lasciano a desiderare, sembra che giochino con le parole. Ma è così anche per quanto riguarda la musica internazionale: si fa pop molto codificato, nel senso che suona tutto uguale, omologato. Il rock? Chi sono gli esponenti del rock? I Maroon 5? Se riascoltiamo tanti lavori del passato ci rendiamo conto che in ogni artista c'era qualcosa di personale, di unico: oggi, purtroppo, non è così.

Delle radio cosa ne pensate?
Cosa sono le radio? Non servono più a nulla, non lanciano più nuova musica. Ora si sono fissate con il reggaeton, che è veramente noioso. Ci preoccupa la vuotezza assoluta di quello che passano, non ti toccano. Non ci sono più le belle canzoni, quelle che restano: per provare un'emozione devi andarti a risentire altre cose.

La tv, invece?
C'è poco, se si escludono programmi come "I migliori anni". I talent fanno venire fuori personaggi interessanti, come Francesca Michielin. Ma la gestione? Quello che manca è la cultura.

Uscirà un nuovo disco, dopo questa canzone?
In questi quattro anni abbiamo registrato parecchio materiale. Siamo un po' indecisi su come far uscire le cose che abbiamo da parte. Il fatto è che ci sono cose secondo noi molo interessanti: ci teniamo, non vogliamo buttarle lì. Forse con il nuovo anno arriverà un EP. Non stiamo facendo i nostri vecchi successi in nuove versioni, non vogliamo ripeterci. Andiamo avanti, non abbiamo più nulla da dimostrare. La nostra parte l'abbiamo fatta e oggi ci sentiamo testimonial di un mondo che non c'è più.

Scheda artista Tour&Concerti Testi

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.