Beck, la sfida (vinta) di 'Colors': ‘Il nuovo album come una nuova vita, per me e per chi mi ascolta’ - INTERVISTA

Beck, la sfida (vinta) di 'Colors': ‘Il nuovo album come una nuova vita, per me e per chi mi ascolta’ - INTERVISTA

Ridere restando seri – o viceversa – non è cosa da tutti. O, meglio, non a tutti riesce bene come a lui. Beck sfila vestito di nero per i corridoi del lussuoso hotel londinese dove ha convocato la stampa internazionale alla vigilia della pubblicazione di “Colors”, il suo ultimo (e sospirato) album: la scorsa domenica nella capitale britannica ha tenuto un concerto a sorpresa in un piccolo club, l'Omeara, e stasera – ieri sera, quando leggerete – sarà di scena allo storico Electric Ballroom di Camden. “Nemmeno mi ricordo l'ultima volta che ho suonato in Italia”, ci dice quando incontriamo, chiedendoci lumi – per pura curiosità - sulle rock band americane contemporanee che vanno per la maggiore nello Stivale. Citiamo i Pearl Jam e i Foo Fighters, che il suo amico e collaboratore di lunghissima data Greg Kurstin ha riportato in cima al mondo producendo “Concrete and Gold”. “I Linkin Park, l'ultima volta che sono venuti a suonare dal vivo, hanno fatto il tutto esaurito”, gli facciamo sapere. “Bene”, risponde lui scherzando: “Vi piace la roba dura. Per quando passerò dalle vostre parti farò in modo di avere pronto un disco metal”.

Giunto ormai al tredicesimo album e consacrato dai Grammy che fecero infuriare Kanye West, il cantautore losangelino non ha nessuna intenzione di farsi fagocitare dalla routine e istituzionalizzarsi. Anzi. L'idea di portare sui palchi nuove canzoni – lavorate per più di quattro anni: una mezza eternità, per chi ha familiarità coi suoi ritmi – gli fa brillare gli occhi. Che luccicano quando si parla di palco, anche sotto la tesa del cappellaccio nero che ha calato in testa.

Sei pronto per il concerto di stasera?
Prontissimo. Ci sarà da divertirsi...

Com'è tornare nei piccoli locali dopo aver fatto da spalla agli U2 negli stadi [fino allo scorso settembre, per la seconda branca nordamericana del "Joshua Tree Tour 2017, ndr]?
Bello. E sono stato io a insistere per tornarci, anche a sorpresa, come ho fatto domenica scorsa. Avevamo degli appuntamenti promozionali ma ho chiesto di aggiungere date nei club [oltre alle due a Londra, in programma ce ne sono altre tre, una a Los Angeles e due a Tokyo, ndr]. Quando suoni da tanto tempo impari ad apprezzare le differenze, perché ogni anno lo spettacolo cambia, e la band si evolve. I promoter all'inizio erano sospettosi, non volevano fare qualcosa di troppo grande: io non pensavo fosse un problema, ma capisco anche loro, che devono essere prudenti...

Qual è stata la reazione dei fan alle prime canzoni del nuovo disco che hai suonato dal vivo?
Ogni volta che esce un disco nuovo chi lo ascolta ha bisogno di sedersi, di fermarsi e di aspettare che qualcosa succeda, per apprezzare le canzoni. La prima volta che ho suonato dal vivo “Devils Haircut” la gente in platea mi guardava con l'espressione che diceva: “Cosa diavolo sta facendo?”. E non aspettava che “Loser”. Poi quando ho iniziato a suonare “Midnite Vultures” la gente mi guardava basita, aspettando “Devils Haircut”. E così via. E come se ogni disco lo facessi per consegnarlo al futuro. Ma le reazioni sono state buone: l'altra sera ho suonato “Dreams”, con i cori e tutto il resto, e la risposta è stata ottima.

Venendo a “Colors”: non ci hai mai messo così tanto a finire un album. Non hai mai avuto paura di non finirlo? Non ti è venuta la sindrome da “Chinese Democracy”?
Beh, per la verità ho un sacco di dischi che non sono riuscito a finire. Per questo, però, ero molto concentrato e determinato. Sentivo che ce l'avrei fatta…

Perché eri così determinato?
Perché sapevo che sarebbe stata una sfida. Sai, come quando ti piace una ragazza che ti ignora: non è facile, ci vuole molto lavoro… [ride]

L'hai visto come un nuovo capitolo che si apriva, chiuso quello precedente con “Morning Phase”?
In fondo anche “Morning Phase” era un nuovo capitolo. Questo l'ho visto più come una nuova vita, anche per il mio pubblico. Credo che a un artista sulla piazza già da tempo debba succedere qualcosa che dia alla gente una ragione per continuare ad essere incuriosita. Quando sei in giro da tanto tempo con il tuo pubblico stabilisci una relazione ancora più profonda, praticamente di amicizia. Capisci cosa intendo? Non è come il rapporto con uno che hai conosciuto il mese scorso: parlo di persone che conosci da anni. È qualcosa di completamente diverso, che presuppone un legame completamente diverso, perché le seconde ti hanno accompagnato nel corso della tua vita…

Registrando “Colors” hai detto che tu e Greg [Kurstin] avete fatto molti tentativi ed errori. Che tipo di errori?
Non credo si possano definire proprio errori. Quando cerchi qualcosa di molto preciso prendi subito una direzione, e niente ti sembra terribile. Volevamo qualcosa di molto specifico, ma non avevamo una ricetta. È come quando cerchi la via di casa ma non hai una cartina: certe volti prendi una strada e trovi qualcosa di molto bello, altre volte no. Penso che l'analogia più calzante sia quella di due persone che si sono disegnate passo dopo passo la mappa per raggiungere la destinazione che si erano prefissate.

Com'è stato tornare a lavorare con Greg [che nel 2002 era il tastierista della sua band, e oggi è un produttore di grido per, tra gli altri, Adele, Foo Fighters e Liam Gallagher, ndr]?
Bellissimo, molto eccitante. È sempre fantastico lavorare con lui, in studio è un grande. Siamo molto simili, ci piacciono parecchi tipi di musica. Lui è sempre molto aperto a tutto, ma capisce subito cosa funziona e cosa no. Se suoni una cosa può dirti “no, non va bene” oppure “sì, ci siamo”. Non ci sarei riuscito con qualcuno che mi conosce da così tanto tempo, praticamente da quando ho iniziato. Con lui quello che sento è un senso di libertà totale.

Quindi come nascevano le canzoni? Portavi tu un'idea a Greg oppure i pezzi prendevano forma durante le jam?
La maggior parte delle cose le abbiamo fatte insieme, in modo molto classico: io gli suonavo le cose con la chitarra e lui iniziava ad accompagnarmi col piano. Lavoravamo molto sugli accordi. Lui mi diceva “lì mettici questo” oppure “prova con quest'altro”. E così iniziavamo a dare una struttura alle canzoni, che il più delle volte erano essenzialmente sezioni di quelli che poi sarebbero diventati i brani. Come si può notare, ci sono dei pezzi piuttosto lunghi, in “Colors”: ci venivano così tante idee che alla fine non sapevamo più dove metterle.

Hai detto che per “Colors” il vostro tentativo è stato quello di portare in studio l'energia delle esecuzioni dal vivo...
Certe volte per far rendere bene delle canzoni dal vivo le devi reinventare, magari anche solo velocizzandole un po', altre volte rendendo più presenti le parti di batteria: quasi sempre te ne accorgi nel preciso momento in cui ti metti a suonarle live. Per queste canzoni non è successo, infatti dal vivo le suoneremo esattamente come sono state suonate su disco, perché sono nate già pronte per il palco…

In “Dreams” canti “stop fucking with my dreams” [“smettila di prenderti gioco dei miei sogni”, ndr]: c'è un significato politico in questo verso?
In un certo senso, forse, ma “Dreams” è una canzone molto semplice, molto generica, per così dire. L'ho registrata nel 2013, e il messaggio, più che altro, era: “Sveglia, è ora di alzarsi”. Però è necessario non dimenticare mai i propri sogni. È indispensabile rimanere svegli, perché nel mondo le cose succedono, ed è bene accorgersene. Sennò tutto è un sogno. [Prende in mano il cellulare che ha appoggiato sul tavolo, si mette a fissarlo come se lo stesso usando, con aria assente] La gente oggi potrebbe fare questo e dire: ‘Non disturbarmi, sto sognando’.

Infatti tu ne hai parlato in un'intervista a proposito di un’altra canzone di “Colors”, “No Distraction”, riferendoti a tutte le distrazioni che la tecnologia porta nella nostra vita. È il tuo primo brano - per così dire - luddista? 
No, non sono mai stato uno contrario alla tecnologia. Anche la vita può distrarti, alla fine. Lì mi riferisco di più alle persone che si ama, a tuoi figli, alla gente con cui lavori. Anche ai miei fan. Al giorno d'oggi siamo tutti molto distratti, e difficilmente riusciamo a stringere un legame autentico con chi ci sta davanti. Avete presente quelle persone che mentre parlano con voi guardano il cellulare e vi dicono “sì, sì” ma hanno la testa palesemente da un'altra parte? Ecco, di quello parla “No distraction”. Mi sono trovato un mucchio di volte davanti a interlocutori così,  nella mia vita. In molti non riescono nemmeno ad avere una conversazione normale e autentica,  come questa…

“Dear life” è uno sguardo sulla vita, alla “That's life” [di Dean Kay e Kelly Gordon, celebre nella versione registrata da Frank Sinatra, ndr] o più una vera e propria lettera d'amore all'esistenza, coi suoi alti e bassi?
Credo sia più come piangere in cerca di aiuto, pur conservando una certa ironia. Tante canzoni dei Beatles hanno temi molto personali, eppure conservano uno spiccato senso dell’umorismo. È come quando ti senti triste e depresso ma allo stesso tempo divertito come se stessi scherzando coi tuoi amici. È umorismo sottile, solo un po' disperato…

“Wow” e “Up all night” sono state usate per le pubblicità prima ancora dell'uscita del disco: come è successo?
È stato tutto molto semplice: quando hanno iniziato a girare la gente le ha notate e dei pubblicitari ci hanno chiamato…

E la cosa ti ha fatto piacere?
Fino a due o tre anni fa rifiutavo tutte le proposte di questo genere: non mi andava di concedere le mie canzoni ai pubblicitari. Ho rifiutato anche diverse proposte per inserire alcune mie canzoni nei film. Oggi, tuttavia, ci sono molti più posti dove la gente può sentire musica, e le pubblicità sono uno di questi posti. Quando Mtv trasmetteva video a rotazione tutto il giorno il suo ruolo era simile a quello della radio, ma adesso è cambiata. So che le canzoni nelle pubblicità corrono il rischio di non essere prese sul serio, ma il mondo, oggi, è completamente diverso.

(davide poliani)

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