NEWS   |   Italia   |   12/10/2017

Niccolò Fabi, dopo “Diventi inventi” cambia tutto: “Ora voglio divertirmi” – VIDEOINTERVISTA

Thank you for trying AMP!

You got lucky! We have no ad to show to you!

Non lo s’incontra tutti i giorni un artista molto amato, quasi universalmente apprezzato, che ammette candidamente “Guarda che io non scrivo grandi canzoni”. In un mondo di presunti fenomeni come quello del pop italiano, Niccolò Fabi si racconta con realismo e razionalità. Non pretende d’essere all’altezza dei modelli anglo-americani cui vorrebbe somigliare, ma da vent’anni lavora per costruire un’identità peculiare. E ora che è “soddisfatto di avercela fatta” decide di cambiare tutto. È una storia raccontata da “Diventi inventi 1997-2017”, non un’antologia, ma un doppio CD contenente riletture di vecchie canzoni e rarità (disponibile anche in box set con il libro-intervista di Martina Neri “Solo un uomo” e un live). È la celebrazione di un percorso verso la libertà, la storia della lenta, progressiva affinazione di un linguaggio, di un’evoluzione ragionata e fortemente voluta che ha portato la musica di Niccolò Fabi ad assomigliare alla sua persona.


E insomma “Diventi inventi” è la chiusura di un periodo, di un modo di far musica persino?
“C’è la consapevolezza che un tipo di racconto è arrivato alla sua felice conclusione. È un bel percorso e mi sembrava giusto racchiuderlo in un disco. Fare musica non dipende da un impegno con il pubblico o con una casa discografica. Se c’è un motivo per cui le persone si sono avvicinate a me in modo affettuoso è perché hanno percepito che le mie scelte musicali e di vita erano dettate da libertà e sincerità”.


Hai detto che senti di non potere andare oltre “Vince chi molla” che però non hai incluso nel disco…
“Non c’è perché mi sembrava talmente preziosa che ho preferito lasciarla solo come chiusura di ‘Una somma di piccole cose’. Non posso andare oltre quel tentativo di trasformare delle distruzioni in costruzioni, parlo dell’aspetto terapeutico della scrittura delle canzoni. Cos’altro potrei fare oltre quel tipo di analisi introspettiva? Forse solo pubblicare una mia risonanza magnetica. Per me è arrivato un momento diverso. Con tutti i rischi che comporta, perché so che con questo linguaggio qui sono diventato bravo. Ora vorrei sperimentarne un altro”.

Questo disco racconta anche storie di musica vissuta in solitudine.
“Ho sempre pubblicato con serenità i miei tormenti perché ho capito che, tra il linguaggio e la faccia che ho, non comunico tristezza. Forse costringo le persone a toccare tasti emotivamente forti – ognuno ha avuto una grande perdita nella sua vita – ma so di non aver messo in circolo un depressivo. Anzi, forse un antidepressivo. Molte persone vivono questo tipo di malinconia in maniera catartica, per superarla. Ho sempre incontrato persone guarite. Alla fine dei concerti le persone magari si asciugano una lacrimetta, ma hanno un sorriso meraviglioso. Non pubblicherei con tranquillità le mie canzoni se capissi che stimolano pensieri negativi”.

Questo tuo atteggiamento ha a che fare con chi sei, con il posto in cui sei nato, con le tue origini? Nel libro ti ritrai come uno nato ai Parioli, belloccio, con madre aristocratica toscana e padre produttore musicale.
“Uno con un certo culo…”.

Uno che non fa musica per un senso di rivalsa, di ribellione…
“È così. Sulla carta potrebbe essere un limite: un artista per essere interessante deve essere come minimo cresciuto in un ghetto col padre che lo picchiava. Io invece ho cercato di raccontare, da persona ipersensibile, gli angoli visuali di chi, non dovendo preoccuparsi di alcune cose, si preoccupa di altre”.

Pensi di somigliare alla tua musica?
“Alla mia età direi di sì”.

E hai lavorato affinché accadesse, no?
“Sì, perché finché la mia musica non mi somiglia, non è così forte. Mettiamola così: io sono più forte della mia musica. Ecco perché ci ho messo tanto ad arrivarci. Non scrivo grandi canzoni. La mia forza è essere il terminale emotivo di una serie di cose, è avere un linguaggio che le persone non trovano facilmente altrove. Le persone non sono colpite dalla mia bravura, ma forse dall’aver capito che dietro di me c’è un mondo da conoscere”.

Quanto ti ha avvantaggiato debuttare in età matura, a 29 anni e non a 19?
“Lo stravolgimento c’è stato comunque, ma ero avvantaggiato: grazie a mio padre, le case discografiche e gli studi di registrazione erano ambienti famigliari. Non ne vivevo l’aspetto spettacolare, di conquista, di rivalsa, per me erano casa. Malgrado questo, gli effetti di diventare un personaggetto famoso sono stati inaspettati e devastanti. Un conto sono la musica, l’arte e la discografia, un altro conto è essere considerato quello dei ‘Capelli’, per intenderci. Ecco, quello è stato molto violento”.

Violento, addirittura?
“Tu pensa a quanti artisti non ce l’hanno fatta a reggere questo stacco violentissimo fra chi sei e l’alter ego che ti costruiscono a fianco. Un alter ego che le persone amano o odiano, ma in cui tu ti ci riconosci parzialmente”.

Qual è stato il momento peggiore?
“I primi anni, dal ’97 al ’99, quando si è costruito questo personaggio grazie ai media, con la loro spietatezza e il loro cinismo, e all’entusiasmo dei discografici che mi mandavano di qua e di là. Sei come in un flusso, in un fiume che corre e vieni giudicato per una sola canzone. Ma se non altro avevo 29 anni, la vivevo meglio. Mi dicevo: ho fatto la tesi alla Biblioteca Nazionale di Parigi e sono quello di ‘Capelli’? Non esiste proprio. C’è voluto del tempo per riuscire ad allargare questo quadro”.

Parallelamente c’è stato anche un processo che ti ha portato ad avere più controllo sulla tua musica…
“Sì, ma non è che abbia mai subito angherie o grandissime pressioni dai discografici. Semplicemente, ero insicuro di me stesso e non avevo gli strumenti e troppo rispetto per i discografici, forse per via di mio padre, per dire loro: guardate che questa cosa non va bene, non è il mio contesto, non funziona, così rendo male”.

Fatto sta che hai trovato la tua “voce”, in senso lato, dopo la separazione da Riccardo Senigallia.
“La separazione è stata fondamentale. Avevamo un approccio da gruppo, il che faceva sì che emergessi di meno. È stato un periodo complicato, perché il successo vero è arrivato quando sono emerso di più”.

La svolta è stata “La cura del tempo”?
“Il disco più sofferente è stato quello prima, ‘Sereno ad Ovest’. Ma è vero che grazie a ‘È non è’ ho capito che cominciavo ad assomigliare alle cose che mi piacevano”.

In “Diventi inventi” canti di “cercare di piacersi”. Ha a che fare con questo discorso sull’identità?
“È fondamentale. Devo tutto al fatto che non mi sono mai piaciuto. Mi ha spinto a migliorarmi”.

Sei ipercritico?
“No, sono realista. Il mio gusto non mi ha mai fatto sentire adeguato alle cose che mi piacevano. Ho scoperto piano piano che la mia forza non è nel talento musicale. Ho dovuto lottare in tutti i modi per poter dire, alla fine: cazzo, che bravo. In questo mi è stata d’aiuto l’educazione aristocratica, senza mai ricevere complimenti immotivati. Tutti questi impacci hanno creato un desiderio spietato di migliorare e cercare di piacersi”.

Una delle critiche che si può fare alla tua musica è la mancanza di visceralità. È un problema che ti sei mai posto?
“È una cosa con cui combatto. Nella mia musica la parte educata e razionale è predominante. Ecco perché sono arrivato a fare un disco impreciso e a volte fuori tempo, perché più esalto la parte precisa e più diventa un limite: tutto diventa troppo carino e delicato. Certo, viviamo in tempi in cui se non sbrachi vieni considerato raffinato e non viscerale. Ma la visceralità non è questa [apre le braccia e fa convergere le mani aperte verso il pube, nda]. Questa è la pantomima della visceralità. Ma è vero che il mio problema è stato questo: essere leccato e freddino. Direi nei dischi, perché in concerto esce più il sangue”.

È un discorso rilevante anche per quel che farai in futuro, dopo il concerto del 26 novembre a Roma?
“È rilevante, sì. Ma per arrivarci probabilmente devo separarmi dal racconto di me stesso che mi rende meno libero di fare altro. Devo togliermi dal centro”.

Cosa che hai già fatto con Violenza 124 e con il trio.
“Tutte le volte che mi sono tolto dal centro mi sono divertito tantissimo. È finito il tempo del costruire ed è iniziato quello dell’abitare. Ora voglio godermi quel che ho costruito, voglio divertirmi facendo musica, voglio fare qualcosa di più viscerale ed estroverso. Non ho mai vissuto la fine delle cose come una sconfitta, ma come una meravigliosa e naturale conseguenza dell’averle fatte. Penso al prossimo capitolo come a una possibilità di conoscere meglio un’altra parte di me”.

(Claudio Todesco)

Thank you for trying AMP!

You got lucky! We have no ad to show to you!