Mauro Ermanno Giovanardi, 'La mia generazione': 'Il disco più rischioso e pericoloso' - INTERVISTA

Mauro Ermanno Giovanardi, 'La mia generazione': 'Il disco più rischioso e pericoloso' - INTERVISTA

A due anni di distanza da “Il mio stile", Mauro Ermanno Giovanardi è pronto a raccontarci di una stagione irripetibile, quella dei suoi anni Novanta, vissuti da protagonista insieme a un nutrito gruppo di eroi che avrebbero finito per scatenare una vera rivoluzione nella musica italiana, mai come allora preparata ad accogliere nuovi attori desiderosi di consegnare al grande pubblico il sound “alternativo” di un sottobosco musicale in costante fermento. Una congiuntura astrale unica nel suo genere, raccontata, senza retorica o sentimentalismi, nel nuovo album “La mia generazione”.

“Quando ho iniziato a lavorarci seriamente” - spiega un sorridente Giovanardi - “mi sono reso conto che era il disco più rischioso, e pericoloso, che avessi mai fatto”. Un progetto che al suo autore ronzava intorno già da un po’ ma che ha iniziato a prendere forma solamente dopo la vittoria della Targa Tenco per il suo disco di inediti del 2015, “Il mio stile”. “Io, il prossimo disco voglio farlo così” ha dichiarato ai suoi musicisti e così è stato. Il risultato è un album cesellato con cura, dalla gestazione lunga e composto in toto da quei brani che meglio aderivano alla sua sensibilità artistica. “Ho cercato in tutti i modi di non fare un disco di cover” - afferma - “Ci ho messo un anno perché era importante che passasse l’onestà, la sincerità e l’umiltà. Mi sono sentito pronto solo adesso perché è stata la cosa più difficile che mi sono trovato a fare: ho cercato di rispettare lo spirito originario e di fare una versione mia che fosse il più credibile possibile e che tenesse botta all’originale.”

Il suo è un omaggio quasi da antropologo a una fase che definisce unica, in cui pubblico e industria si sono accorti insieme di una nuova scena di musicisti altri, portatori di suoni e innovazioni e che sentivano il bisogno di affrancarsi dalla lingua inglese per poter essere il più diretti possibile. “Sono partito per fare un omaggio a una stagione importante, quasi a storicizzarla. Ho pensato come poterla fare nella maniera più sincera e meno retorica possibile perché in un’operazione così rischi tantissimo. Ho cercato di raccontare quel periodo che ho chiamato irripetibile. C’è stato un momento in cui noi tutti contemporaneamente abbiamo capito quanto fosse necessario farci capire da quelli che erano in prima fila. Siamo maturati in quello e contemporaneamente le major si sono accorte che esisteva un sottobosco musicale che poteva essere capito e apprezzato”.

In “La mia generazione” sono confluite tredici tracce di altrettanti tredici protagonisti di quella avventura musicale con spiriti e istinti differenti, dai Bluvertigo ai C.S.I., passando dagli Afterhours ai Mau Mau, da Neffa fino agli stessi La Crus. Di alcuni di loro si sono perse le tracce avendo concluso ormai la propria avventura artistica, altri invece sono sopravvissuti alla loro stessa rivoluzione per diventare i venerabili maestri della generazione successiva. Un ruolo di testimoni di quel grande boom mediatico e culturale che il cantante lombardo ha affidato ai colleghi e amici Manuel Agnelli, Cristiano Godano, Emidio “Mimì” Clementi e Samuel Romano, tutti alle prese con pezzi da novanta dell’epoca ma nessuno chiamato a interpretarne uno proprio: “mi sembrava più divertente”, come lo stesso Giovanardi ribadisce senza alcun dubbio, anziché riproporre un brano che hanno interiorizzato da vent’anni, meglio avventurarsi in nuove strade. “Anche per sottolineare l’unità di quella scena là”. L’eccezione è rappresentata da Rachele Bastreghi dei Baustelle, (per il duetto in “Baby dull” degli Üstmamò): un ideale punto di unione tra passato e presente in una collaborazione da tempo rincorsa con la voce femminile di una band figlia legittima per musicalità cultura e attitudine di quella realtà.

La scelta delle canzoni è stata frutto di un’accurata selezione, prosegue Mauro Ermanno, per amici ed estimatori semplicemente Joe: “le canzoni le ho scelte partendo dal testo. Alcuni brani sapevo già di farli perché me li sentivo proprio cuciti addosso, per altri ho dovuto passare in rassegna la discografia per capire quale fosse il più adatto. Se vuoi fare un’operazione veramente seria e onesta devi far sì che ogni testo sia appiccicato addosso, che tutti i versi arrivino allo stomaco. Per cui quando te la senti davvero tua puoi avere la forza di fare una versione vera. Dei Casino (Royale, ndr.) ci ho messo un po’ perché mentre musicalmente mi piacevano tutte quelle che avevo pensato, poi non tutte quando mi mettevo lì a cantarle mi appartenevano”.

Quasi tutti gli interpreti originali, ci racconta, hanno ascoltato queste nuove versioni. Manuel Agnelli la sua “Non è per sempre”, l’ha giudicata - caustico ma assolutamente positivo - “ancora più pop della sua”. “La versione di “Corto Maltese” da un punto di vista di cuore è una di quelle che mi piace di più. Luca dei Mau Mau mi ha detto che riesco a “giovanardizzare” qualsiasi cosa faccio. Anche perché io rispetto a loro, nel tempo, ho cercato di nutrire la mia doppia anima di autore e chanteur per cui ho manipolato più canzoni altre”. E “Forma e sostanza”, l’iconico inno dei C.S.I.? “Non l’ha sentita nessuno dal Consorzio e sono curioso”.

Di questo progetto rivela tutta la sua voglia di storicizzare un momento ben preciso. “Di far passare che, nonostante tutti noi arrivassimo da un percorso altro, c’erano delle canzoni importanti che possono essere apprezzate da chi non ha conosciuto quella roba lì. Magari anche solo per curiosità”. Un album che lo stesso Giovanardi vorrebbe che risulti accessibile a tutti, sia a chi ha vissuto quella stagione, in modo che esprima la propria opinione su queste versioni, sia a chi invece non conoscendo la scena di riferimento potrà scoprire delle interessanti novità.

Il punto di svolta per il cantante è stato l’utilizzo della lingua madre, quando si è smarcato dal piccolo culto dei Carnival Of Fools per approdare all’esperienza dei La Crus, favorito anche dal periodo particolarmente florido e ricettivo al cambiamento. “Noi siamo maturati” racconta, “abbiamo avuto la possibilità di ricevere più visibilità, e questo ha fatto in modo che tutti noi siamo passati da concerti da cento persone a mille, duemila, nel giro di pochissimo”. Uno tsunami partito dal basso e che velocemente ha travolto tutti gli spazi possibili di visibilità prima di allora impensabili, dalla piazza del Concertone del Primo Maggio allo storico numero uno in classifica ottenuto da “Tabula Rasa Elettrificata” dei C.S.I., senza nemmeno la spinta di un appoggio particolare dai network. Certo, “Il passaggio dall’inglese all’italiano per me è stato faticosissimo”, prosegue Mauro Ermanno.

“Tutte le rivoluzioni accadono perché ci sono delle congiunzioni astrali favorevoli. L’esplosione musicale della seconda metà degli anni Sessanta, o il punk, non sono ripetibili perché oggi la situazione sociale e culturale è troppo diversa”. Un approccio alla musica che senza dubbio è cambiato nel corso degli ultimi vent’anni, avendo smarrito completamente, secondo il cantante, l’aspetto sacrale dell’appartenenza. Il grande merito di quella (sua) generazione è stato proprio di essere emersa con coraggio dalle rovine lasciate da quella precedente. Una considerazione che Mauro Ermanno Giovanardi alla fine reputa come una vittoria, perché a differenza di quella del ’68, la sua di generazione ha davvero scompigliato le carte: “con un po’ di fatica e un po’ di catenaccio ci siamo portati a casa un 1 a 0”. Una vittoria conquistata con sacrificio e dedizione. Un 1 a 0 risicato forse, ma pur sempre vincente.

“La mia generazione”, poi, è anche un concept tour pronto a viaggiare per l’Italia, con la prima tappa a Sant’Agata Bolognese il prossimo novembre. In scaletta i brani dell’album, alcuni ospiti e una serie di canzoni che non sono rientrate nella tracklist finale.

E il mondo di adesso? È quello governato dalle logiche della televisione, un territorio molto diverso da quello della musica. I talent sono una scorciatoia, ma la musica e i talent show sono due mestieri differenti perché fatti con spiriti completamente diversi: sul piccolo schermo conta la trasmissione, il gradimento, la pubblicità. Non ci sono dubbi per Joe sul conto del suo amico di sempre Manuel, certo che abbia la quantità di pelo sullo stomaco adatta a non farsi stritolare mai dal meccanismo. In fondo Jannacci, uno di un’altra generazione, el g’aveva rasun, “la televisiun la g’ha na forsa de leun”.

(Marco Di Milia)

 

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