Spotify e Le Quattro Stagioni. Una storia di musica, legge e borsa. (2 / 5)

Questa è una linea che, in sostanza, tende a equiparare lo stream a una “public performance” (di qui la presa di distanza da riproduzione e distribuzione): se fosse riconosciuta come congrua, implicherebbe che nessuna licenza per diritti meccanici è dovuta da nessuno per lo streaming on demand. E la granata esploderebbe.

    Questa è una linea che, in sostanza, tende a equiparare lo stream a una “public performance” (di qui la presa di distanza da riproduzione e distribuzione): se fosse riconosciuta come congrua, implicherebbe che nessuna licenza per diritti meccanici è dovuta da nessuno per lo streaming on demand. E la granata esploderebbe.

    Anche se pochi giorni fa la corte federale di Nashville ha respinto la mozione di Spotify, rigettandola per il momento perché contiene argomentazioni troppo vaghe, la tensione cresce a dismisura per la piega che la causa potrebbe prendere. Ma a questo punto occorre contestualizzare la causa Gaudio-Bluewater all’interno di una situazione legale, economica e prospettica molto più complessa per Spotify – e, di riflesso, preoccupante per l’industria tutta.

    Spotify desidera sconfiggere duramente querelanti come Gaudio e Bluewater perché teme che cedere alle loro richieste possa creare un precedente destinato a svenarla. Tanto duramente da alzare il tiro della propria difesa fino mettere (teoricamente) in discussione l’intera dottrina del copyright americano, nel rispetto della quale la stessa Spotify ha avvertito l’obbligo in tempi recentissimi di rinnovare le proprie licenze con le major discografiche.

    Gaudio e Bluewater non sono i primi a battere cassa rumorosamente. L’1 giugno scorso Spotify aveva accettato di pagare, a valle di una transazione extra-giudiziale, 48,5 milioni di dollari (di cui 5 per spese legali) per comporre una class action sostenuta da autori e artisti che, anch’essi, l’accusavano di non avere licenziato e pagato la loro musica. La class action, che era stata promossa dalla musicista Melissa Ferrick, dalla Gerencia 360 Publishing e della fondazione che gestisce il patrimonio lasciato da Jaco Pastorius, storico bassista dei Weather Report, aveva tecnicamente assorbito una prima causa intentata da David Lowery, autore e attivista nella difesa degli artisti. Quest’ultimo, alla notizia della “capitolazione” di Spotify nella cosiddetta “Ferrick Class Action”, aveva esultato salutando l’evento come un momento storico per gli artisti, un autentico spartiacque. Tutti contenti, dunque? Non esattamente. Oltre a Gaudio e Bluewater, infatti, altri illustri personaggi stanno dissentendo legalmente dalla conciliazione a valle della “Ferrick Class Action” e sostengono che le somme pattuite nella transazione per l’intera comunità artistica siano meno che briciole. Tra i dissenzienti possiamo citare Zack de la Rocha e Tom Morello dei Rage Against The Machine, Dan Auerbach dei Black Keys, Rivers Cuomo degli Weezer, Kim Gordon dei Sonic Youth e Tom Petty. 

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