Mostro, l'intervista al rapper: 'Sono un'alternativa. La cosa bella del rap è la libertà'

Mostro, l'intervista al rapper: 'Sono un'alternativa. La cosa bella del rap è la libertà'

"Sono appena atterrato, possiamo farla tra cinque minuti?", chiede, con gentilezza, quando lo chiamiamo la prima volta. Mostro è appena sceso dall'aereo: è impegnato con l'instore tour del suo nuovo album, "Ogni maledetto giorno", uscito la scorsa settimana. In 15 giorni ha fatto 17 incontri, l'ultimo a Catania: sa bene che se è riuscito a conquistare il primo posto della classifica degli album più venduti in Italia è merito anche (e soprattutto, forse) degli instore: "Siamo stati ovunque, abbiamo fatto prima il nord Italia, poi Roma e infine il sud. Ci sono stati giorni in cui abbiamo fatto incontri doppi", ci racconta il rapper quando lo richiamiamo. Non è seccato, sa bene che la prassi degli instore è un buon metodo per vendere copie: "Ha contribuito ad arrivare primi in classifica. Non mi scoccia, fa parte del mio lavoro: devo portare in giro il mio disco e non mi pesa per niente, è il primo contatto che ho con la gente. Credo siano fondamentali per vendere il disco: ma quello che ti vendi è la foto", dice.

Classe 1992, vero nome Giorgio Ferrario, Mostro ("Un soprannome che mi hanno dato e che mi sono tenuto") non pubblicava un nuovo disco da due anni: il precedente, "The illest vol. 1", era uscito nel 2015. "Ogni maledetto giorno" è il suo quinto lavoro ed è frutto di una lunga gestazione: "In un primo momento abbiamo studiato come approcciarci ai beat, ai testi: è andata avanti così per almeno anno. L'ultimo anno, invece, lo abbiamo passato tutto in studio di registrazione". Tutte le tracce, sedici in totale, sono prodotte dal duo degli Enemies e spaziano da atmosfere più rock ad altre più elettroniche: "Tutto quello che facciamo è suonato, nessuna chitarra è campionata. Abbiamo sempre lavorato con questo approccio", spiega. Ci sono anche un paio di episodi trap: "Volevamo prendere quello che ci piaceva di quel mondo e portarlo nella nostra dimensione". Impossibile non chiedergli cosa ne pensa dei ragazzi della Dark Polo Gang, che come lui sono di Roma: "Mi stanno simpatici quei ragazzi, mi piace il loro approccio", confida il rapper, "non sto qui a dire cosa bisogna fare o no: la cosa bella del rap è la libertà".

I testi dell'album sono molto personali: "Credo che il rap debba essere comunicazione. Il mio tipo di rap non si basa sulle hit, sulle canzoncine: ogni strofa è una parte della mia vita che racconto con la speranza che qualcuno possa ritrovarsi nelle mie parole. Voglio comunicare quello che ho dentro e farlo in maniera figa". In "Chris Benoit", ispirata al wrestler canadese che nel 2007 si tolse la vita dopo aver ucciso la moglie e il figlio, Mostro prova a tracciare dei parallelismi tra gli aspetti più oscuri della sua vita e la storia drammatica della compianta superstar del ring: "Sembrava un eroe, poi ha fatto una cosa tremendamente scioccante", ricorda il rapper, che all'epoca della morte di Chris Benoit aveva quindici anni e guardava il wrestling alla tv (come praticamente tutti i ragazzi della sua generazione), "quando descrivo lui, in certi versi, descrivo anche di me: soprattutto quando dico 'la pressione che diventa depressione'".

Le espressioni sono forti, violente. Nella canzone che dà il titolo al disco si presenta come "Uno schizofrenico depresso e mezzo pazzo": "Ma la cosa più importante la dico prima: 'Sono ciò che mancava al rap di adesso'. Perché sono un'alternativa. Non mi definisco 'old school' perché non faccio parte di quell'era, ma ho rispetto per la concezione del rap inteso come comunicazione", spiega lui, che ha "visto la luce" quando da ragazzino ha ascoltato per la prima volta "Succhiatemi il cazzo" di Bassi Maestro: "Ho capito che con il rap potevo dire tutto quello che volevo".

Nella stessa canzone, uscita come singolo lo scorso marzo, rappa: "Metto su YouTube un video in cui mi tiro fuori il cazzo". Un verso profetico, se si pensa alla vicenda Gué Pequeno - Instagram. Ma Mostro, che ha sempre parlato di Pequeno come di uno dei suoi rapper preferiti, sembra non voler commentare quel verso.
In "Strike" immagina di andare a Sanremo "strafatto di roba", di stringere la mano allo zombie di Pippo Baudo ("merda, sembra fatta di cartapesta") e di spararsi un colpo di pistola in testa al centro del palco: "Finalmente qualcosa di nuovo al Festival". "Mi piace prendere tutte quelle cose che riguardano l'immaginario comune dell'italiano medio e distruggerle in maniera atroce", dice il rapper. E quando gli ricordiamo che sul palco dell'Ariston ci è salito anche Eminem, nel 2001, ti risponde subito: "Che è anche il motivo per cui Eminem non torna più in Italia".

Archiviati gli instore, Mostro comincerà a prepararsi per i concerti: "Ci sono mille cose da organizzare. Il tour dal vivo dovrebbe partire a novembre e io non vedo l'ora", ci dice prima di salutarci.

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