Paul Weller in concerto all’Alcatraz di Milano – RECENSIONE/SCALETTA/FOTOGALLERY

Paul Weller in concerto all’Alcatraz di Milano – RECENSIONE/SCALETTA/FOTOGALLERY

Va bene che la musica è andata da un’altra parte, va bene che i suoi dischi non sono più audaci come un tempo, va bene che non scrive canzoni fondamentali da una vita. Va bene tutto, ma liquidare un concerto di Paul Weller come un esercizio nostalgico sarebbe un errore. Il cantante inglese avrebbe potuto riempire di classici le due ore e un quarto dello show all’Alcatraz di Milano del 12 settembre, terza e ultima data di un breve tour italiano in supporto di “A kind revolution”. Avrebbe mandato in estasi il pubblico e sarebbe uscito da vincitore. Ha preferito puntare su un repertorio più variegato, tratto soprattutto dagli ultimi due album, curiosamente con una prevalenza di canzoni da “Saturns pattern”, inserendo occasionalmente in scaletta pezzi dei primi anni ’90, degli Style Council, dei Jam. Ha comunque vinto lui, non tanto per il repertorio, quando per le performance del quintetto che l’ha accompagnato.

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Forse dovremmo smettere di chiamarlo Modfather. Di sottocultura mod, nel suo show, ce n’è poca. E poco resta anche fra il pubblico, giusto qualche alloro della Fred Perry, qualche coccarda della Raf, poco altro. Weller ha ribadito la sua idea di musica elettrica profondamente radicata negli anni ’60 e ’70, dove confluiscono rock, psichedelia, soul, funk. Roba novecentesca, suonata però con il piglio giusto. Il palco è spoglio, ci sono cinque colonne di fari dietro i musicisti e nient’altro. Il primo boato arriva per “My ever changing moods” degli Style Council a cui la band – ovvero Steve Cradock (chitarra), Andy Crofts (basso), Thomas Van Heel (tastiere), Steve Pilgrim (batteria), Ben Gordelier (percussioni) – mette un po’ di fuoco.

Le jam messe in coda a brani come “Into tomorrow” sono alleggerite da momenti più sexy come “Shout to the top” o “You do something to me”. Ma quando la band si dedica al repertorio più recente, le esecuzioni risultano più eccitanti delle composizioni. Il finale con “Porcelain blues”, immersa in un a rete di wah wah, riverberi ed echi, “Peacock suit” e “The changingman” è in crescendo, peccato per certi cori stonati di Cradock. I musicisti tornano sul palco e si siedono per cinque pezzi semi-acustici, un bis simil-unplugged in cui il gruppo non dà il meglio di sé nonostante il romanticismo da fine del mondo di “Out of the sinking”. L’entusiasmo torna alle stelle per “A town called malice”, che chiude il concerto con una fiammata d’energia. Il calore col quale vengono accolte le canzoni dei Jam fa immaginare il favore col quale sarebbe accolta una reunion della band. E invece Paul Weller va avanti, testardamente, a costruirsi un presente che contempla la passione e la dedizione per la musica, non la nostalgia.

(Claudio Todesco)


SET LIST
White sky
Long time
I’m where I should be
My ever changing moods
Nova
The weaver
Saturn’s Pattern
Going my way
Hung up
Shout to the top
Into tomorrow
From the floorboards up
Above the clouds
You do something to me
Whoo sé mama
She moves with the fayre
Friday street
Porcelain gods
Peacock suit
The changingman

In acustico:
Monday
Wild Wood
Dust til dawn
Hopper
Out of the sinking

Bis:
These city streets
Broken stones
Start!
Whirlpool’s end
Town called malice

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