“David Gilmour Live at Pompeii” al cinema il 13-14-15 settembre: non è una questione di nostalgia

“David Gilmour Live at Pompeii” al cinema il 13-14-15 settembre: non è una questione di nostalgia

Lasciate la nostalgia fuori dal cinema. Andate a vedere “David Gilmour Live at Pompeii” il 13, 14 e 15 settembre (distribuito da Nexo Digital - qua l'elenco delle sale) cercando di non pensare al film del 1972, all’urlo di Roger Waters durante “Careful with that axe, Eugene”, all’introduzione di “A saucerful of secrets” ripresa come la scena di un’omicidio, al suono del VCS 3, al misticismo cosmico. I tempi sono cambiati, il gong è stato rimpiazzato dalla campana di “High hopes”. Per percuoterla non serve un musicista dal profilo eroico, basta un martelletto. L’unico modo per apprezzare il live a Pompei di Gilmour, che è stato proiettato venerdì 8 settembre per la stampa a Milano, è prenderlo per quel che è: non un film epocale come quello di Adrian Mabel e nemmeno un sequel, ma l’ennesima dimostrazione della grandezza di un musicista e del repertorio suo e dei Pink Floyd. 

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È un po’ la contraddizione del film-concerto diretto da Gavin Elder che vi abbiamo già presentato dopo averlo visto a Londra. Un live a Pompei di Gilmour suscita ricordi indelebili e difatti l’evento ha richiamato gente da tutto il mondo. Il 60% dei tagliandi degli show del 7 e 8 luglio 2016 è stato comprato all’estero da spettatori attirati dalla fama di “Pink Floyd Live at Pompeii” che si sono poi trovati di fronte un concerto spettacolare, sì, ma per altri motivi. La storia non si ripete, nonostante Gilmour, nel breve documentario che precede il film, definisca l’anfiteatro “un posto di fantasmi” e il primo è quello di Richard Wright, ben evocato. Se nel film dei Pink Floyd l’anfiteatro spoglio era usato come una piattaforma di lancio per trip interstellari, in quello di Gilmour è un luogo raccolto e avvolgente che fa da orizzonte a un viaggio decisamente più tranquillo. L’atmosfera creata da “A boat lies waiting” è impagabile e trova un contesto perfetto nell’anfiteatro, che nelle riprese aeree diventa una catino illuminato col Vesuvio sullo sfondo. Gilmour ha 71 anni, Wright è morto. Non si viaggia più su un razzo spaziale verso un futuro inimmaginabile. Si naviga placidamente, cullati da una barcarola, verso la morte.

Prima del concerto, Gilmour spiega che non pretende che i musicisti suonino le canzoni esattamente com’erano su disco. Quel che non dice è che, a parte qualche piccola sbavatura, le canzoni suonano esattamente come se fossero incisioni in studio – è una delle cose che allontana molte persone dai concerti de-rockandrollizzati di Gilmour. La bravura dei musicisti e dei cantanti che accompagnano il chitarrista rende l’esibizione stupefacente e anche i pezzi minori – vuoi mettere “Comfortably numb” con “In any tongue”? – suonano maledettamente bene. Si va a vedere questo “Live at Pompeii” non per rivivere il mito o per confrontare la performance (per me strepitosa) di “One of these days” con quella di quasi cinquant’anni fa, ma per capire che razza di musicista è Gilmour.

Ecco, chi è oggi David Gilmour? Le sue ultime opere sono ininfluenti per la storia del rock, ma è dotato di una “voce” inimitabile. Ha un suono che è come un’impronta digitale. Possiede un controllo dell’emissione del suono formidabile, una gran capacità di suonare e far suonare gli altri, un gran gusto per le sfumature, anche vocali, e un senso “narrativo” degli assoli sempre più raro. Il film di Maben era carico di tensione ed esprimeva un senso di esplorazione verso l’ignoto. Quello di Elder ci mostra quali sono i confini dell’universo rock che è stato codificato in quegli anni. Ora tocca a qualcun altro suonare il gong e ridare il via all’evoluzione.

(Claudio Todesco)

Dall'archivio di Rockol - Quella volta che David Gilmour entrò in un ristorante in moto
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