Nina Zilli, esce 'Modern art': 'Un album sessantottino e fricchettone'

Nina Zilli, esce 'Modern art': 'Un album sessantottino e fricchettone'

"È un disco un po' sessantottino, rivoltoso e pacifista allo stesso tempo, con un animo fricchettone: sulla copertina ho messo anche il simbolo della pace": dall'altra parte del telefono Nina Zilli comincia a raccontarci così il suo nuovo album, "Modern art", tra le prime uscite italiane della nuova stagione discografica. Il disco arriverà nei negozi venerdì 1° settembre: lo ha anticipato il singolo "Mi hai fatto fare tardi", una delle canzoni italiane che ci hanno accompagnato nella stagione estiva. Nato dalla collaborazione con Dario Faini, Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti e Calcutta, il brano sintetizza bene i suoni e le atmosfere dell'album: ritmi incalzanti, produzione che strizza l'occhio al mondo dell'elettronica e mood piuttosto vivace. "In un periodo in cui siamo tutti connessi e attaccati ai telefoni racconto com'è la vita scollegandosi, condividendo cose reali, non virtuali", spiega la cantautrice piacentina, "si parla d'amore, sì, ma non è un amore a due: è l'amore inteso come condivisione, come sentimento da usare contro la paura. Questa è la mia 'Modern art'".

Nina Zilli non pubblicava un nuovo album da due anni e mezzo. Il precedente, "Frasi & fumo", era uscito nel 2015: un disco molto suonato, classico, che omaggiava la musica nera e la tradizione italiana anni '60 e '70. Prodotto da Mauro Pagani nelle sue Officine Meccaniche (lo studio milanese fondato da Pagani nel 1998 che negli anni ha visto nascere - tra gli altri - dischi di Bluvertigo, Afterhours, Elisa e Muse), il disco - come la stessa cantautrice riconosce - non era stato molto passato, "forse per la non-radiofonicità dei pezzi". Ma i grandi network premiano ancora la qualità e lavori del genere? "Noi, in generale, viviamo in un mondo che ha scelto la quantità alla qualità", risponde Nina, "comunque quando faccio un disco cerco di non pensare a queste cose: faccio dischi per me stessa, perché ne sento il bisogno e perché senza la musica non saprei cosa fare. Però alla fine devi fare i conti anche con l'altro aspetto".

Al maestro Pagani, in "Modern art", è subentrato in cabina di produzione Michele Canova, che per Nina Zilli aveva già prodotto "L'amore è femmina" del 2012: "Abbiamo lavorato a distanza, perché lui è dall'altra parte dell'oceano. Una volta finito il lavoro di scrittura mi sono rinchiusa nella mia cameretta per concentrarmi sui suoni e sulle atmosfere", racconta la cantautrice, "poi ho mandato tutto il blocco a Michele, che ha migliorato i suoni e dato il suo tocco rispettando le mie idee: ha capito quello che volevo fare. Anche questo disco ha riferimenti black, soul e r&b, ma rispetto al precedente è più vario a livello di suoni".
Le nuove canzoni sono nate tra Milano e la Giamaica e hanno visto Nina Zilli collaborare con alcuni autori inglesi: tra questi anche Obi e Uchi Ebele, duo di fratelli-producer che in Italia ha già collaborato con Fedez, J-Ax (che è pure ospite di una traccia di "Modern art", il rap di "Butti giù"), Gué Pequeno, Jake La Furia e Baby K (la stessa Zilli ci aveva già scritto una canzone del precedente disco, "Cadevo piano"). "Siamo partiti dall'inglese e poi io ho scritto l'adattamento in italiano dei testi", spiega a proposito delle collaborazioni.

Che aria si respira in Giamaica? "Aria buona, molto buona", dice Nina Zilli, tirando un bel sospiro e sorridendo, "si respira quella cosa che senti nelle canzoni di Bob Marley: tutto sembra fermo agli anni '50 e la vita scorre lentissima, lì". Il Re del Reggae è uno dei punti di riferimento della Zilli: "Non sono stata ancora a visitare la sua casa-museo a Kingston, però ho provato le sue cuffie. Sai quelle che indossa nel video di 'Could you be loved'? Le ha comprate Alborosie e me le ha fatte provare. Ho sentito il mare e sai perché? Perché non funzionano più", scherza.
Alborosie si è trasferito in pianta stabile in Giamaica da ormai qualche anno ed è una vecchia conoscenza di Nina Zilli (i due hanno inciso anche un paio canzoni insieme, "Goodbye" e "Ormai"): "Ci incontrammo pure ad un festival in Polonia, qualche anno fa: lui si era già fatto un nome a livello internazionale e io, che non avevo ancora pubblicato il mio primo album, giravo l'Europa esibendomi nei club e sui palchi dei festival reggae. Di quel periodo ricordo soprattutto l'emozione di cantare sui palchi di grandi festival internazionali, come il Rototom (il principale festival reggae europeo) e il pubblico che diventava sempre più grande".
Torniamo dunque a parlare di Bob Marley e di quanto lo spirito del cantautore giamaicano sia ancora vivo, a distanza di quasi quarant'anni dalla sua morte (anche nel music business: secondo Forbes lo scorso anno Bob Marley ha guadagnato la bellezza di 21 milioni di dollari): "Credo che le sue canzoni siano l'emblema del pacifismo, dell'unità, da 'Redemption song' a 'One love', passando per 'Could you be loved': è stato un grande poeta. E non ha mai sbagliato una canzone", commenta Nina.

I colori della Giamaica si sentono anche nei suoni e nel mood generale del disco, con le batterie tirate fuori e arrangiamenti elettronici: "Per chi mi conosce solo per Sanremo questi suoni rappresenteranno un grande stacco", assicura. Nel disco trovano spazio anche una ballata dedicata al produttore Carlo Ubaldo Rossi (scomparso nel 2015: "È stato stato il mio padrino musicale: fu a lui che portai il mio primo disco", dice Nina a proposito della canzone, che si intitola "Il punto in cui tornare") e una cover di "Il mio posto qual è", brano originariamente inciso da Ornella Vanoni nel 1967 e scritto da Franco Califano, Sergio Bardotti, Gianfranco Reverberi e Carlos Pes.
In un paio di canzoni del disco non mancano frecciatine al mondo dei social: "Lo so che moriresti senza internet, ma per me preferisco lettere", canta Nina in "Domani arriverà"; J-Ax rincara la dose in "Butti giù": "Siamo social senza una vita sociale". Ma un cantante, oggi, può fare a meno dei social network? "Io credo di sì, che se ne possa fare anche a meno: la musica si fruisce anche in altri modi", risponde la cantautrice, "io li uso perché mi permettono di avere un contatto diretto con i miei fan, con chi mi segue. Il problema è che vengono usati dalla maggior parte della gente in modo sbagliato, forse: a volte c'è più odio che altro. C'è bisogno di tornare a guardarci negli occhi, in un periodo storico come quello che stiamo vivendo".

Il tour in supporto a "Modern art" partirà ad ottobre e vedrà Nina Zilli tornare alla dimensione dei club: "Non lo faccio da tempo ed è una sorta di ritorno alle origini. Credo che questo disco sia perfetto da presentare nei club: un tour analogico per un disco moderno ma molto analogico nei contenuti". Una sintesi perfetta.

Dall'archivio di Rockol - Campioni del 68° Festival di Sanremo: Nina Zilli racconta "Senza appartenere"
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