Queens of the Stone Age - la recensione di "Villains"

Queens of the Stone Age - la recensione di "Villains"

Il nuovo album dei Queens of the Stone Age è “Villains”, come i cattivi dei film e delle favole: è un disco più scattante e cattivello di “...Like clockwork”, anche un po’ ammiccante: in uno spassosissimo filmato uscito qualche settimane fa, Homme e i suoi posano da delinquenti anni ’50 alle prese con una macchina della verità manovrata da Liam Lynch. L'album è prodotto da Mark Ronson, apparentemente l’ultima persona a cui un musicista sano di mente affiderebbe i suoni dei Queens of the Stone Age. Ovviamente è quel che ha fatto Josh Homme.

Il disco, trapelato per sbaglio nei giorni scorsi, è stato fatto ascoltare ai giornalisti a luglio in un bizzarro modo: i cronisti sono stati rinchiusi per un'ora in una "Villains Escape Room". Divisi gruppi, hanno dovuto risolvere alcuni enigmi per evitare il lancio di un missile e uscire da una stanza chiusa.  “I Queens of the Stone Age hanno preso possesso della base. L’hanno abbandonata e ora il vostro compito è finire il lavoro”.

Né un "disco della svolta", né una brusca sterzata. Con "Villains" i Queens of the Stone Age continuano  a fare quello che hanno sempre fatto, cioè scrivere canzoni solide e suonarle come sanno loro, cioè con gusto e competenza. Chi temeva che la mano di Mark Ronson potesse irrimediabilmente macchiare il curriculum del gruppo di "Lullabies to Paralyze" non ha fatto i conti né con l'intelligenza del produttor. Ronson sa bene che la prima regola è non snaturare, ma (semmai) arricchire, né soprattutto con la personalità di Homme, che è uno che nelle situazioni non ci si ritrova, ma ci si mette sua sponte.

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