La storia della rivalità fra Pearl Jam e Nirvana raccontata da Mark Arm (Mudhoney)

La storia della rivalità fra Pearl Jam e Nirvana raccontata da Mark Arm (Mudhoney)

Torna in una nuova edizione ampliata “Grunge. Il rock dalle strade di Seattle” di Claudio Todesco. Nel libro, si racconta l'America del rock degli anni '90 attraverso la sia città simbolo, con testimonianze di prima mano di musicisti, produttori, discografici, giornalisti e osservatori locali. Viene così spiegato il contesto nel quale è maturato il Seattle Sound, il modo in cui la città diventa la nuova terra promessa del rock, dando vita all’ultima rivoluzione musicale del Novecento.
Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo un estratto dal libro, con il racconto di Pearl Jam e Nirvana fatto all'autore da Mark Arm dei Mudhoney

MTV salutò l’ascesa di Seattle a nuova metropoli rock il 13 dicembre 1993 con un concerto di capodanno al Pier 48. Le star erano Nirvana e Pearl Jam, vale a dire i due gruppi di punta non solo della scena locale, ma di tutto il “nuovo” rock. I Pearl Jam diedero forfait all’ultimo minuto a causa di un’indisposizione di Eddie Vedder, alimentando varie voci. Temeva il confronto con Cobain? Soffriva di un complesso di inferiorità? Ament e Gossard si presentarono e suonarono coi Cypress Hill. Nel backstage, Courtney Love si rivolse a loro in modo sprezzante: «Che ci fate qui? Non eravate a giocare a basket?».

La storia affondava le radici nella spaccatura avvenuta all’interno dei Green River: da una parte i Mudhoney, dall’altra i Mother Love Bone. Da una parte i musicisti che credevano nelle qualità del dilettantismo, dall’altra quelli che speravano di spiccare il salto verso il professionismo e un contratto con una major. Ognuno ebbe quel che voleva, ognuno divenne quel che era, ma Mark Arm sottolineò le differenze tra i due approcci in alcune interviste. «Non sopportavo più l’aria che tirava», mi dice ridimensionando la frattura. Ai tempi spiegava senza mezzi termini: «Quando si sciolsero i Green River, Jeff disse che se entro due anni non avesse trovato un contrato con una major avrebbe smesso di suonare. L’interesse principale era suonare per diventare ricchi, non per il gusto di suonare. Non ho niente contro ciò, ma vorrei che avvenisse a modo mio, suonando il tipo di musica che mi va di fare. Non voglio accettare compromessi per diventare ricco. Perderei interesse nell’intera faccenda».

«Per qualche ragione», rammenta Charles Peterson, «Stone e Jeff decisero che i Green River sarebbero stati come gli Hanoi Rocks, con tagli di capelli davvero orribili», ma liquida la faccenda come un peccato di gioventù dei due membri dei Pearl Jam: «Quando sei adolescente o a malapena ventenne sei perennemente alla ricerca di un’identità. Te la forniscono la musica e la cultura popolare. Ma in quel periodo sei volubile e tendi a cambiare gusti repentinamente, magari ora ti piace una cosa, ma nel giro di qualche mese la odierai e ti piacerà il suo opposto. Sei confuso. Io stesso spiazzavo la gente più di Stone e Jeff perché ero fan dei Public Enemy e dell’hip-hop vecchia scuola». Secondo Matt Cameron, nella scena «c’è sempre stato un contingente di persone più-fighe-di-te. Jeff e Stone furono etichettati come la parte commerciale della scena, o qualcosa del genere. Sono tutte stupidaggini».
Quando Nirvana e Pearl Jam emersero come i due gruppi di maggior successo di Seattle, i primi col vendutissimo “Nevermind” e i secondi con l’ancora più venduto “Ten”, Kurt Cobain fece proprie le dichiarazioni di Mark Arm e le usò per tracciare una linea divisoria che separerebbe il vero rock alternativo da quello fasullo, i gruppi emersi dall’underground da quelli costruiti ad arte dalle grosse etichette discografiche e MTV. I Pearl Jam, disse, «sono responsabili di questa fusione tra industria, alternativo e cock rock», ovvero il rock maschilista e ottuso degli anni Ottanta. «Sento il dovere di mettere in guardia i ragazzi nei confronti di questa falsa musica spacciata come alternativa». Le dichiarazioni di Cobain crearono un marchio d’infamia difficile da cancellare. «Cercai più volte di parlare con Kurt», ha detto Ament. «Lui abbassava la testa e se ne andava. Sono sicuro che una buona parte di quella storia nacque dalle continue domande che facevano loro su di noi. A noi chiedevano in continuazione di loro, e la cosa era scocciante». 

Eppure, sebbene in modo differente, Vedder e Cobain stavano ridisegnando il profilo del cantante rock di successo per gli anni Novanta, non più una semidivinità tronfia e piena di sé, ma un essere umano che mantiene un contatto con la realtà. E questo era un retaggio della sottocultura rock di Seattle dove gli atteggiamenti da star erano derisi. «Le cose stanno cambiando» disse Vedder «grazie a una certa parte della cultura giovanile che ascolta musica. Specialmente qui a Seattle. È come in Tommy degli Who, “we’re not gonna take it”, la gente non ne può più. P-r-o-p-r-i-o p-i-ù. Tutti questi eccessi non sono reali, non sono la vita reale. Non si può più fuggire laggiù, a quel livello di pensiero al testosterone. Qui le cose stanno senza dubbio cambiando».

Il paradosso è che i Pearl Jam – il gruppo di carrieristi venduti – ci stavano provando più duramente dei Nirvana. Il loro secondo album “Vs.” uscì quasi in contemporanea a “In utero”. Loro non fecero alcuno sforzo promozionale: non girarono alcun videoclip, rilasciarono una sola intervista (a Cameron Crowe per Rolling Stone). I Nirvana si gettarono a capofitto negli impegni promozionali, rendendo vacue tutte quelle parole sul rifiuto dei meccanismi dell’industria dell’intrattenimento. «Del resto» mi fa notare Mark Arm «se ricordi, “Vs.” vendette un milione di copie nella prima settimana, mentre “In utero” non andò come preventivato». I Pearl Jam si fecero la fama di band lunatica e scontrosa rifiutando speciali TV, tour negli stadi, sponsorizzazioni. La telefonata di Calvin Klein che voleva Eddie come testimonial non ricevette nemmeno risposta. Preferivano usare la propria popolarità per promuovere cause politiche e sociali. Secondo Dave Dederer dei Presidents of the United States of America, «i Pearl Jam hanno dimostrato che puoi farcela alla maniera di Seattle», ovvero restando fedele ai propri valori e comportandosi di conseguenza. Poneman lamenta ancora oggi che «il mito di Kurt Cobain è andato fuori controllo, e lo dico con grande rispetto per l’uomo e per l’artista, per l’amico. È considerato l’uomo che ha ridefinito la musica rock degli anni Novanta: andiamo, avvenne grazie alla sinergia tra il suo management e i mass media». Per dirla con le parole di Chris Hanzsek, che lavorava con Jack Endino ai tempi delle session di “Bleach”, «incontrai Kurt un paio di volte. Non mi sembrò d’incrociare un angelo, ma un ragazzo con la camicia di flanella. Uno dei tanti».

Molti anni dopo la morte di Cobain, Mark Arm è davanti a me e dice le parole credo definitive sulla diatriba, proprio lui che la alimentò con le sue dichiarazioni. «Nel 1993» spiega «aprimmo nelle arene per i Pearl Jam e i Nirvana. Prima andammo in tour coi Nirvana. Pensavamo di trovare un ambiente affine al nostro, speravamo di trovarci a nostro agio, eravamo convinti che il comune background non professionale ci avrebbe uniti. Dei Pearl Jam invece eravamo sospettosi: già dai tempi dei Mother Love Bone avevano fatto di tutto per sfondare nel music business, tutto tranne trasferirsi a Los Angeles. Bene, andammo in tour coi Nirvana e l’atmosfera era assolutamente opprimente, le persone che lavoravano con loro erano degli stronzi patentati, la peggior feccia esistente nell’industria musicale, il loro manager un essere umano orribile. Eravamo scioccati. Dopo due settimane l’aria era talmente avvelenata e incattivita da spingerci a valutare l’idea di cancellare il tour coi Pearl Jam: se coi Nirvana era andata così, con loro sarebbe stato persino peggio. E invece sorprendentemente scoprimmo che i Pearl Jam erano riusciti a navigare attraverso la celebrità in modo eccellente. La gente attorno a loro era buona, amichevole, aperta, carina. Non ci trattavano come nullità, com’era accaduto coi Nirvana. Credimi, la colpa e i meriti sono tutti esclusivamente delle band. È la band che decide le cose: sei tu che assoldi il manager e hai l’ultima parola su chi il manager assolda a sua volta. Non era la prima volta che i Nirvana giravano con quella gentaglia: ne erano circondati da anni, sapevano perfettamente con chi avevano a che fare. I Nirvana fecero un patto col diavolo. I Pearl Jam si stancarono di tutta quella pubblicità e fecero un passo indietro, smisero di fare video e interviste. I Nirvana lasciarono che il business li spremesse. Andarono in tour quando era evidente che Kurt non era nello stato per farlo. Kurt arrivò a un punto in cui non ne poteva più e si sparò in testa. Non vuoi più essere una rockstar? Allora smetti, cazzo. È ovvio. È facile. Non hai bisogno di ammazzarti. E poi c’erano i suoi problemi personali, che non furono affrontati: era ancora sposato con una moglie tossica, usava ancora droghe, era circondato da pezzi di merda che avrebbero fatto qualunque cosa per stargli vicino e farsi con lui. Dave e Krist erano alienati da lui. Il management spingeva per fare tour e avere dischi».
Secondo Steve Turner, «la cosa triste di tutta quella stampa su Kurt e Eddie è che i Nirvana avrebbero dovuto essere sufficientemente saggi da imparare qualcosa dai Pearl Jam. Penso che la storia sarebbe stata molto diversa. Accetta chi sei: hai fatto un disco commerciale, hai avuto un gran successo. Perché torturarti? Ok allora, molla tutto. Sii una one hit wonder e scompari. E invece fu piuttosto triste vedere i Nirvana perdere completamente il controllo – la cosa meno punk-rock che si possa fare».

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Tratto da “Grunge. Il rock dalle strade di Seattle” di Claudio Todesco, Arcana edizioni. © 2017 Lit Edizioni. Per gentile concessione dell'editore

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