Afterhours, il tour del trentennale: storia di una band che ha resistito al tempo

Afterhours, il tour del trentennale: storia di una band che ha resistito al tempo

È emblematico: nell'anno dell'esplosione della nuova scena "indie", nell'estate di "Pamplona" e "Riccione" e dei paginoni dei quotidiani interamente dedicati a quella che è stata ribattezzata la "new wave italiana", una delle band simbolo della musica indipendente italiana (old school) festeggia i suoi primi trent'anni di carriera e di (r)esistenza. E lo fa con un tour che celebra il suo percorso ripercorrendone le tappe principali, rispolverando canzoni che mancavano dalle scalette dei concerti da qualche anno e riarrangiandone altre. Quindici date speciali - qui il calendario - che anticipano un grande evento previsto per il prossimo anno a Milano (magari un nuovo festival come il "Tora! Tora!" o "Hai pura del buio?").

Gli Afterhours nacquero di fatto nel 1987, quando l'etichetta indipendente torinese Toast Records pubblicò il 45 giri "My bit boy", segnando il debutto discografico della formazione che l'anno precedente era entrata per la prima volta in sala prove. Oltre a Manuele Agnelli (nei crediti è scritto così), nel gruppo c'erano anche il bassista Lorenzo Olgiati, il chitarrista Paolo Cantù e il batterista Alessandro Pelizzari. Oggi quel 45 giri è introvabile (una copia del disco, su Discogs, è in vendita a 150 euro), così come è praticamente introvabile il primo album in studio della band, "All the good children go to hell", uscito nel 1988.
La strada che ha portato Manuel e compagni a tagliare il traguardo dei trent'anni di carriera non è stata tutta dritta: non sono mancate deviazioni, cambi di rotta, strade alternative e poco battute. Quando capirono che la scena indie - della quale erano i paladini - stava diventando un lager, evasero: prima firmarono per una major, la Universal, per la quale pubblicarono nel 2008 l'album "I milanesi ammazzano il sabato"; poi ebbero il coraggio di addentrarsi in uno dei luoghi simbolo del pop italiano, del nazionalpopolare, il Festival di Sanremo (ma lo fecero a modo loro - "Eravamo lì per usare il Festival", avrebbe detto Agnelli qualche anno dopo). E non sono mancati nemmeno cambi di formazione: le uscite dei vari membri dal gruppo, curiosamente, hanno sempre rappresentato la chiusura di un cerchio e l'apertura di una nuova fase della carriera della band.

Sul palco del Postepay Sound Rock in Roma, dove ieri sera ha debuttato il tour del del trentennale, sale la formazione attuale, quella composta da Manuel Agnelli, il bassista Roberto Dell'Era, i chitarristi Xabier Iriondo e Stefano Pilia, il violinista Rodrigo D'Erasmo e il batterista Fabio Rondanini. La tournée, che è stata battezzata semplicemente "#Afterhours30", arriva sulla scia del tour di "Folfiri o Folfox", l'album che lo scorso anno ha segnato il ritorno sulle scene discografiche della band (che era ferma a "Padania" del 2012), promosso prima con alcuni concerti estivi all'aperto e poi, la scorsa primavera, con una serie di date nei club (anche in alcune città europee). Il concerto all'ippodromo delle Capannelle è il quarto appuntamento degli Afterhours con i fan romani in meno di un anno, dopo il concerto del luglio dello scorso anno sempre al Rock in Roma, quello al Forte Prenestino dello scorso settembre e quello all'Atlantico di appena quattro mesi fa.

Manuel e compagni salgono sul palco all'improvviso, quando le luci sono ancora accese. Evitano ogni tipo di divismo: salutano, prendono posto, imbracciano i loro strumenti e cominciano a suonare. I primi pezzi in scaletta sono un rito di iniziazione per chi ha imparato a conoscere la band solo in tempi recenti, una selezione di brani "minori" ma non per questo meno importanti degli altri: "Vogliamo farvi una serie di pezzi che, come avrete capito, hanno un po' di anni", dice Manuel al pubblico. C'è "Rapace", c'è "Il sangue di Giuda", c'è "Riprendere Berlino" e c'è pure la sanremese "Il paese è reale".

Il tour del trentennale è in parte figlio del tour di "Folfiri o Folfox": non a caso, tutto il blocco centrale del concerto è dedicato al disco dello scorso anno. Lo apre una versione inedita di "Grande", più sporca rispetto a quella contenuta nel disco (a fare da tappeto alla chitarra acustica di Manuel c'è quella elettrica di Pilia, che disegna paesaggi sonori acidi e aspri). Quell'album ha rappresentato per la band la chiusura di una fase (è stato il primo inciso senza due membri storici come Giorgio Ciccarelli e Giorgio Prette) e il concetto viene qui ribadito: "Con questa serie di concerti vogliamo chiudere un cerchio. Chiudere periodi per aprirne di nuovi: è importante farlo", sussurra Manuel prima di "Non voglio ritrovare il tuo nome". L'annunciato ospite speciale è proprio Giorgio Prette, che compare dietro i piatti in "Costruire per distruggere" e che accompagna i suoi ormai ex compagni di band per una manciata di canzoni: "Mi siete mancati tanto. E mi sono mancati tanto anche loro", dice salutando il pubblico a bordo palco, indicando gli altri membri del gruppo. Sarà con loro anche a Matera, Taormina e Brescia.

Il concerto è retrospettivo, ma per niente nostalgico. E nemmeno autocelebrativo (delle 50 canzoni che hanno provato in sala, alla fine ne hanno scelte 29 - hanno depennato - tra le altre - "Non si esce vivi dagli anni '80" e "La terra promessa si scioglie di colpo"). Certo, le chicche non mancano: come nel caso di "La sinfonia dei topi", che era assente dalla scaletta da più di dieci anni (versi come "Finirla di sentire che mi sto prostituendo perché faccio ciò che voglio e mi fa sentire meglio" suonano molto attuali, considerando l'esperienza televisiva di Manuel). Ma per il resto è incentrato molto sul presente, su quelli che sono gli Afterhours oggi. Non a caso, le vecchie canzoni sono state in parte riarrangiate: le suonano come le suonerebbero gli Afterhours se quelle canzoni nascessero oggi. Il sound è coeso, solido e pesante. E l'empatia che lega i componenti della band è palpabile: sono sei, ma sembrano un unico grande cervello collettivo.

Sarebbe interessante chiedere a Manuel qual è stato, secondo lui, il segreto del successo degli Afterhours, cosa ha permesso alla band di arrivare a tagliare un traguardo importante come quello dei trent'anni di attività. Probabilmente ci risponderebbe che sta tutto nel fatto di essersi sempre raccontati con onestà, senza filtri. Nell'aver creato un bel rapporto con il loro pubblico in un periodo in cui i social ancora non esistevano e quel rapporto non si misurava con i like e i cuoricini alle foto e ai post, ma sopra e sotto i palchi dei concerti. Ci risponderebbe, forse, che quello sì che era un rapporto vero: è rimasto, e ha fottuto il tempo.

di Mattia Marzi

"Strategie"
"Male di miele"
"Rapace" "Il sangue di Giuda"
"Il paese è reale"
"Riprendere Berlino"
"Padania"
"Germi"
"Grande"
"Non voglio ritrovare il tuo nome"
"Oggi"
"Né pani né pesci"
"L'odore della giacca di mio padre"
"Il mio popolo si fa"
"Costruire per distruggere"
"Tutto a domani"

"Ballata per la mia piccola iena"
"La sottile linea bianca"
"Voglio una pelle splendida"

"Ossigeno"
"È la fine più importante"
"La verità che ricordavo"
"1.9.9.6."
"Bianca"
"Bungee jumping"

"Non è per sempre"
"Quello che non c'è"
"La sinfonia dei topi"
"Bye bye Bombay"

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