Arcade Fire - la recensione di "Everything now"

Se “Reflektor” era l’“Achtung baby” degli Aracde Fire, allora “Everything now” è il loro “Pop”. È facile, immediato, colorato, ballabile, a tratti kitsch. Un prodotto piazzato sugli scaffali dei supermercati per criticare la cultura pop, incarnandola.

Riusciremo mai a tornare indietro? C’è una via di fuga dal sovraccarico di contenuti e informazioni e merci in cui viviamo? Ci illudiamo di controllarlo, questo flusso infinito, e invece ne siamo vittime. Gli Arcade Fire lo suggeriscono nella breve introduzione del loro quinto album. Ci si aspetta che il crescendo che chiude il pezzo sfoci in un picco drammatico. E invece arriva la frase di tastiera di “Everything now”, una cosa alla Abba periodo “Dancing queen” con in più un breve riff di flauto preso da “The coffee-cola song” di Francis Bebey. “Siamo dancers in the dark”, ci ha detto Will Butler e questo è forse il senso di un disco che sembra fatto apposta per ballare sul caos in cui viviamo.

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