NEWS   |   Recensioni concerti / 22/07/2017

Red Hot Chili Peppers in concerto, rock vecchia scuola all’Ippodromo di Milano - RECENSIONE E SCALETTA

Red Hot Chili Peppers in concerto, rock vecchia scuola all’Ippodromo di Milano - RECENSIONE E SCALETTA

Fra me e il palco ci sono 20 mila persone che producono un boato mostruoso non appena Flea attacca il riff di basso di “Around the world”. Lo sento, ma non lo vedo. Il terreno dell’Ippodromo del Galoppo di Milano è irregolare e alcuni avvallamenti impediscono a centinaia di persone di vedere i musicisti americani che s’agitano sul palco. Siamo in 35 mila, stasera (dato Live Nation), è sold out per i Red Hot Chili Peppers. Ci vengono in soccorso cinque schermi tondi sul fondo del palco e altri due al fianco che mostrano che cosa sta accadendo. L’inizio è folgorante, la parte centrale un po’ più “seduta”, il finale prevedibile. Non è come un concerto di quelli da ricordare, un po’ per il carattere discontinuo della performance, un po’ per la durata (poco più di un’ora e mezza), un po’ per il repertorio. Ma a Milano i Red Hot hanno dimostrato che il rock vecchio stile, quello suonato da basso-chitarra-batteria, non è morto anche se a tenerlo in vita sono musicisti di 50 e passa anni.

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Si muovono come ossessi. Flea con la sua faccia da pazzo e Anthony Kiedis che è un po’ Iggy Pop e un po’ pornostar anni ’70. I Red Hot Chili Peppers erano sesso ostentato e volgarità. Erano vitalità dopata e malinconia tossica. Oggi, a metà strada fra i 50 e i 60 anni di età (tranne il chitarrista Josh Klinghoffer, classe 1979), coltivano con talento, ma non sempre con convinzione l’eco del fervore giovanile, il bellissimo scheletro funk-rock che ha reso celebre la band e una buona dose di cazzonaggine. E suonano. Quando si spendono suonano, eccome. Fra una canzone e l’altra piazzano piccole jam strumentali basate ora sull’asse basso-batteria, ora su quello basso-chitarra. Le canzoni sono tenute assieme dalla sezione ritmica, Chad Smith ha un tocco potente che tiene su il tutto, Flea è uno degli ultimi bassisti rock con una sua personalità, Klinghoffer cava timbri anni ’70 e back-up chitarristici eccitanti. Se c’è un punto debole nella formazione è Kiedis, non sempre a fuoco, non sempre calato nella musica, a volte stonato.

Dell’epica d’amore e dolore di “The gateway” resta poco. Sì, ci sono alcune canzoni, ma non il mood malinconico che attraversava l'album. Dopo “Dark necessities” Flea intona per pochi secondo una specie di aria di operetta formata da due sole parole: “Grazie motherfuckers”, letteralmente. Peccato che per una “Suck my kiss” divertente ci sia una “Hey” un po’ molle e pure la cover di “Fire”, specialità della casa, è sfilacciata. Intanto, verso il fondo dell’Ippodromo, là dove il palco lo si intravede con lo zoom dell’iPhone 7, la gente fuma, controlla WhatsApp, scatta selfie, parlotta e ogni tanto alza la testa per cantare un “ohhh yeah” o per filmare gli schermi che riprendono la band suonare “Californication”. Ancora più indietro, verso le casse del bar, la gente invece balla con la birra in mano e in corpo.

La scaletta è piuttosto diversa da quella del concerto di Roma di giovedì sera, ma si chiude allo stesso modo con i bis “Goodbye angels” e la classicissima “Give it away”, un po’ meno carnale, un po’ più hard. Dal rock classico i Red Hot prendono persino l’idea straconsunta del solo di batteria, all’inizio dei bis. Si finisce con Kiedis a petto nudo, Flea che ringrazia, Klinghoffer che indugia col feedback e Smith che prende il microfono per un “arrivederci” in italiano. Nell’arco di 90 minuti, i Red Hot Chili Peppers hanno messo in scena la grande illusione tipica del rock, la stessa in cui sono specializzati i Rolling Stones: dare l’idea che essere senza età e che questa musica, con i suoi riferimenti a George Clinton e a Jimi Hendrix, al funk e all’hardcore possa vivere per sempre. È una bellissima illusione, ma non sempre i Red Hot Chili Peppers riescono a farci credere che sia vera.


SET LIST

Intro jam
Around the world
Snow (Hey-oh)
Otherside
Dark necessities
Hey
Fire
Go robot
Californication
Charlie
Sick love
Don’t forget me
Suck my kiss
I could have lied
By the way
Goodbye angels
Give it away

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