Artisti vs. etichette: la Knitting Factory recita il mea culpa

Artisti vs. etichette: la Knitting Factory recita il mea culpa
Si chiude un incidente spiacevole (con brutte ricadute di immagine) per una delle griffe più stilose della musica popolare americana “colta”, la Knitting Factory, titolare di due celebri e omonimi club a New York e a Los Angeles nonché di un’etichetta discografica per cui hanno inciso artisti come Arto Lindsay, Uri Caine, Defunkt e Jazz Passengers. Il nuovo proprietario del gruppo che le amministra, Knitmedia Inc., ha deciso di mondare vecchi “peccati” commessi anche dai suoi predecessori, accettando di risarcire gli artisti per le royalty mai pagate in passato e permettendogli di rientrare in possesso dei propri master così come dei dischi rimasti invenduti. Ciascuno dei firmatari del patteggiamento, sostenuto anche dall’intervento del sindacato nazionale dei musicisti, otterrà 1.250 dollari di risarcimento (non un gran che, ma sempre meglio di niente) e la restituzione dei master, con la facoltà di rientrare in possesso dei Cd giacenti in magazzino al prezzo scontato di 2 dollari a pezzo. “Sono contento di mettermi alle spalle questa faccenda, che per gran parte risale a un periodo antecedente al mio ingresso nella società” ha dichiarato Jared Hoffman, a capo della Knitmedia dal 2002. Prima che la vertenza si risolvesse pacificamente, però, alcuni degli artisti interessati, raccolti in una coalizione creata allo scopo di ottenere giustizia, avevano organizzato un sit-in notturno di protesta davanti al club newyorkese.
Ora, a quanto sembra, tutto si è risolto. Ma resta significativo il commento di Marc Ribot, un habitué del Knitting Factory newyorkese che tuttavia non è stato coinvolto direttamente nella vicenda. “C’è questo mito dell’etichetta indipendente, il piccolo David amico degli artisti che lotta contro i giganti delle major multinazionali. La realtà è che gli artisti vengono continuamente fregati da una parte e dall’altra”.
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