Dall’Accademia di Sanremo a Music Village: un bilancio personale

Ho trascorso buona parte delle scorse settimane impegnato a partecipare, per conto e in rappresentanza di Rockol, a due iniziative radicalmente diverse nello spirito ma sostanzialmente finalizzate allo stesso scopo: come aiutare i giovani artisti ad iniziare un’attività professionale nel mondo della musica. Proverò a raccontarvele in sintesi e a mettere in ordine alcune considerazioni generali e particolari, sperando che anche questo mio sforzo – quello di relazionare e commentare – possa essere utile e istruttivo per qualcuno.

Cominciamo dall’Accademia di Sanremo. Come ben sanno i lettori di Rockol, non siamo mai stati teneri con questa istituzione che ha come unica ragion d’esistere il fatto di poter fornire partecipanti di diritto al Festival di Sanremo. Rockol è stato fra i pochissimi, a volte il solo, a denunciare le pastette, gli imbrogli e le prevaricazioni di cui poi, un paio d’anni fa, si è accorta anche la magistratura (siamo sempre in attesa della celebrazione dei processi). Così, quando il Comitato per la Tutela dei Giovani Artisti, costituitosi proprio in seguito ai noti fattacci dell’Accademia, ha voluto proporre a chi l’Accademia ha diretto quest’anno di inviarmi come osservatore per garantire la correttezza dei lavori della giuria, non me la sono sentita di esimermi da questa responsabilità. Quando poi, sorpresa!, l’Accademia ha addirittura rilanciato, proponendo il mio inserimento nella Commissione per la seconda fase dei lavori di selezione, ho accettato volentieri, quasi con entusiasmo, dimenticandomi quanto mi ero ripromesso alcuni mesi fa: mai accettare di far parte di una giuria se non ne sei il presidente.

Così, insomma, sono partito per Sanremo.

Quando sono arrivato io, una Commissione composta da tre membri aveva già selezionato, fra i circa 400 iscritti, i 160 ammessi alla seconda fase. Non so dirvi, quindi, se già in questo momento alcuni personaggi validi o promettenti fossero stati scartati; quel che so è che io e l’altro nuovo membro della Commissione abbiamo lavorato sui 160 che abbiamo trovato. E fra questi 160 è stata una dura impresa individuarne una ventina che non mi dispiacessero del tutto. Ora, è ovvio che ogni componente di giuria ragiona secondo i propri criteri e con i propri metodi di valutazione, oltre che in base ai propri gusti; ma gli altri componenti della Commissione erano, fra loro, piuttosto concordi nella valutazioni, che però spesso differivano notevolmente dalle mie.


La ragione, naturalmente, sta nel fatto che le mie competenze professionali (da ex discografico e da giornalista) sono decisamente diverse dalle loro: che (tre su quattro) hanno una formazione musicale classica, essendo direttori d’orchestra e maestri di musica, e che considerano più importanti l’intonazione e il timbro vocale rispetto all’originalità e alla creatività. Legittimo, senz’altro. Ma, insomma, una Commissione a prevalenza di formazione classica che seleziona i partecipanti a un’Accademia di musica leggera appare un po’ un controsenso – come mandare una competentissima giuria di gare di ginnastica artistica a valutare i concorrenti di, che so, una gara di tuffi. Comunque, quella era la Commissione, e ho provato a darmi da fare perché qualche mia considerazione avesse peso sul risultato finale. Con scarsissimi risultati: non per opposizione aprioristica dei miei colleghi di Commissione, ma perché le votazioni si svolgevano su tre “criteri” – intonazione, timbro e presenza scenica – e quindi, avendo io esperienza e voce in capitolo e capacità sperimentate di valutazione solo sul terzo criterio, in sostanza il mio parere non riusciva a pesare.

Risultato: dei venti che io avrei promosso alla fase successiva, solo 11 sono effettivamente approdati al gruppo dei 40 finalisti.

Neanche malissimo, poi, a pensarci bene. In fondo, in quelle condizioni già così mi pare d’aver fatto un buon lavoro. Anche perché, val la pena di dirlo subito, il livello qualitativo dei concorrenti era davvero basso. Già mi è capitato di scrivere quello che penso sulla situazione della giovane musica leggera italiana; beh, non ritiro una sola parola, anzi confermo che la situazione mi pare davvero desolante. Sarà anche che chi si iscrive all’Accademia lo fa avendo come traguardo una manifestazione ormai datata come il Festival, e quindi è in qualche modo coerente con il “manifesto ideologico” del Festival stesso; sarà che molti che avrebbero (forse) qualcosa di interessante da dire pensano che ai fini del concorso sia più producente presentare canzoni meno originali e più banali; sarà che, esattamente come succede per Miss Italia (le ragazze “davvero” belle mica partecipano, hanno altri modi per farsi apprezzare), chi crede davvero nelle proprie capacità artistiche ne persegue la realizzazione al di fuori dello schema del concorso… Sta di fatto che anche all’Accademia ho visto soprattutto cloni di cantanti già noti, ho sentito soprattutto voci per nulla originali, ho ascoltato soprattutto canzoni scadenti e banali, mal scritte e male interpretate, con testi di livello infimo sia per la scelta del vocabolario espressivo sia (purtroppo) per l’incapacità di usare la grammatica e il lessico.


Ed eccoci alla fase finale, quella che da 40 concorrenti doveva selezionarne sei da presentare alla Commissione artistica del Festival, che ne avrebbe scelti tre da ammettere alla manifestazione.

Ho proposto ai miei compagni di Commissione – le mie proposte sono state messe a verbale – di modificare i criteri di votazione: proposta respinta. Ho proposto che ognuno dei componenti della Commissione indicasse i suoi sei candidati: proposta respinta. Allora mi sono messo buono, e ho smesso di agitarmi. Mi sono segnato i “miei” sei candidati, e sono stato a vedere cosa sarebbe successo. Adesso non sto a farvela lunga, che già è troppo lunga: comunque, dei miei sei candidati, due sono finiti nella rosa dei sei finalisti indicati dalla Commissione. Vorrei tanto farvene i nomi, ma non mi sembra elegante – né nei confronti degli altri concorrenti né nei confronti degli altri componenti della Commissione. Ce n’era uno, in particolare, fra i “miei” candidati, che a me pareva perfetto per Sanremo, e per il quale – all’ultimo giro di votazione – ho rinunciato all’atarassia che mi ero imposto e mi sono battuto molto. Venendo sconfitto, s’intende. E sarebbe una bella soddisfazione anche per me se questo candidato riuscisse ad avere successo per proprio conto e per altre vie: me lo auguro, glielo auguro.


Tirando le somme, la mia esperienza di Commissario dell’Accademia è stata comunque istruttiva, benché non abbia lasciato tracce significative. Scrivere qui e ora di cosa, secondo me, andrebbe cambiato nel meccanismo dell’Accademia per renderla un’istituzione utile e formativa sarebbe forse presuntuoso, e comunque porterebbe via troppo spazio. Preferisco invece raccontarvi dell’altra esperienza di questi scorsi giorni, che invece è già più vicina a una modalità secondo me interessante e produttiva.

Dall’8 al 12 dicembre, in un residence di Marilleva (dalle parti di Trento) si è tenuta la prima edizione di “Music Village”: un “evento” organizzato da EventSoundPromotion che ha visto, per quattro giorni, circa 400 ragazzi partecipare a seminari, incontri e stage tenuti da professionisti del mondo della discografia e della musica.

Titolari di etichette indipendenti e direttori artistici di major, editori musicali e distributori di dischi, musicisti produttori e giornalisti – una quindicina di persone – per quattro giorni hanno convissuto con i ragazzi, incontrandoli e parlando loro, spiegando e motivando, illustrando e informando sul funzionamento dell’industria musicale italiana. Ci sono stati momenti istituzionali e momenti informali, incontri in forma di conferenza e incontri privati faccia a faccia, esibizioni dei ragazzi o in forma di esecuzione di un brano in half playback o in forma di showcase live. Sono successe molte cose, su e giù dai palchi, magari non tutte e non sempre in maniera organica, ma tutte e sempre nello spirito del “mettersi al servizio”: noi, “addetti ai lavori”, ci siamo messi a disposizione dei ragazzi per provare a chiarire loro le idee.


Idee che sono, nella maggior parte dei casi, poche e confuse, purtroppo, e che molto spesso sono frutto di un generalizzato vittimismo, di una generalizzata presunzione e di una generalizzata convinzione che esista un complotto orchestrato da chissà chi per impedire ai giovani musicisti di emergere.

“Bullshit”, come dicono gli inglesi; stronzate, come diremmo noi.

Come direi io, in particolare, che per ore e ore ho cercato di spiegare ad alcuni di questi ragazzi che nessuno è in obbligo di spalancare loro le porte della professione e della celebrità, e che la loro pretesa di essere ascoltati, coccolati, aiutati è (appunto) una pretesa, non un diritto. E che i diritti si conquistano, non si rivendicano a priori: soprattutto il diritto di fare musica, che dovrebbe essere una passione e non uno sbocco professionale. Ma fin qui niente di nuovo, in effetti: sono le stesse cose che dico da sempre quando, ai concorsi, ho modo di parlare faccia a faccia con i concorrenti. La novità di “Music Village” è stata, comunque, importante: ha creato un corto circuito di comunicazione fra quanti da sempre ambiscono ad incontrare qualcuno che gli dia retta e un gruppetto di professionisti disponibili a dar loro retta. Credo, sinceramente, che nessuno di quelli coi quali ho parlato abbia cambiato minimamente la propria idea; ma insomma almeno io ho provato a farli riflettere e ragionare. Poi, intendiamoci: la qualità della musica che abbiamo ascoltato a Marilleva non è migliore di quella che ho ascoltato all’Accademia, a parte alcune eccezioni, e questo sta semplicemente a significare che anche la giovane musica rock italiana (la prevalenza dei partecipanti a Music Village si muove nell’ambito del rock) è scadentissima, proprio come la giovane musica leggera italiana.


Quello che forse potrà essere utile, e lo spero, è che almeno stavolta questi ragazzi se lo sono sentito dire da qualcuno: qualcuno che magari sarà vecchio e stanco e demotivato, ma che comunque è uno di quelli che loro tanto desideravano incontrare. O qualcuno che invece non è né vecchio né stanco né demotivato, ma anzi è giovane e fresco e attento: come Livio Magnini dei Bluvertigo, la cui ora di conversazione sull’argomento della produzione si è rivelata, anche per me e spero soprattutto per i ragazzi che l’hanno seguita, illuminante, interessante, appassionante – non me ne vogliano tutti gli altri, ma è stata il momento più alto dell’intero evento.

Sono ripartito da Marilleva svociato per aver troppo parlato, e carico di Cd demo (ragazzi, ma davvero pensate che mettere in mano il vostro demo a un addetto ai lavori sia la missione principale da compiere, la mossa decisiva per la vostra carriera?).

Ma soddisfatto, rinfrancato, quasi rallegrato per aver respirato (diversamente da quanto mi era successo nelle due settimane precedenti, a Sanremo) un’aria più vivace, più movimentata, più costruttiva; più umana, direi quasi. Con alcuni aggiustamenti (l’abolizione del rituale concorso, una rimodulazione dell’agenda degli incontri, più spazio alla musica dal vivo, più momenti di confronto e anche di scontro) Music Village può diventare un appuntamento davvero significativo – in un certo senso, una vera Accademia, e un modello da seguire per chi l’anno prossimo dovrà organizzare l’altra Accademia, quella di Sanremo. .


(franco zanetti)
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