I Baustelle, l'idiozia di questi anni e le canzonette pop che suonano tutte uguali

I Baustelle, l'idiozia di questi anni e le canzonette pop che suonano tutte uguali

E poi, nell'estate di "Pamplona", "Riccione", "Volare" (quella di Rovazzi e Morandi) e dei tormentoni italiani che scimmiottano quelli latino-americani e le tamarrate dance degli americani, i Baustelle portano in giro per l'Italia uno spettacolo volutamente retrò in cui raccontano la contemporaneità utilizzando riferimenti musicali anni '70 e '80, facendoti ballare sull'idiozia e sulla caducità di questi anni, ma senza inciampare nell'errore di voler trasformare il "pop" in sociologia.

Il tour estivo in supporto all'ultimo album in studio di Francesco Bianconi e soci, "L'amore e la violenza" (uscito a gennaio, qui la nostra recensione), ha debuttato lo scorso 26 maggio sul palco del Miami Festival di Milano, uno dei raduni annuali della musica indie. È la prosecuzione "all'aperto" del tour nei teatri della scorsa primavera (una ventina di date, alcune multiple) e terrà impegnato il trio toscano fino alla metà di settembre. Non ci sono grosse novità rispetto alla serie di concerti nei teatri: la scenografia è la stessa (con il grande logo della band che si illumina in fondo al palco, da programma tv anni '70), come anche il gruppo di musicisti che affianca i Baustelle (Alessandro Maiorino al basso, Ettore Bianconi alle macchine elettroniche e alle tastiere, Sebastiano de Gennaro alle percussioni, Diego Palazzo e Andrea Faccioli alle chitarre). Le poche novità riguardano la scaletta, con qualche canzone tagliata ("Continental stomp", "L'era dell'acquario", "Monumentale" e "Le rane") e un paio di new entries, tra cui una cover a sorpresa per ogni data. Ieri sera, ad esempio, sul palco del festival musicale ospitato dal laghetto di Villa Ada a Roma, i Baustelle hanno suonato "The last of the famous internazional playboys" di Morrissey (che proprio nella Capitale, qualche giorno fa, è stato protagonista di una brutta avventura). A Padova hanno suonato "Pop song '89" dei R.E.M., a Ravenna "Velouria" dei Pixies, per la gioia degli appassionati della scena alternative rock americana degli anni '80 e '90.

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A questo punto vi starete chiedendo per quale motivo siamo tornati ad ascoltare i Baustelle dal vivo, visto che eravamo già andati ad una data del tour primaverile e visto che tutto è praticamente (quasi) uguale ai concerti nei teatri. La risposta è molto semplice: perché ai Baustelle non si può dire di no e perché avevamo voglia di disintossicarci un po' - e un bel concerto all'aperto ci sembrava l'occasione giusta.

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La parola che torna più volte, durante il concerto, è "contromano". Ed è anche quella che riesce meglio a descrivere i Baustelle in questo preciso momento della loro carriera. "L'amore e la violenza" è un album che somiglia a una modesta ribellione allo spirito del tempo della moderna industria dell'intrattenimento (nel nostro caso, quella discografica), ben riassunta nello slogan del ritornello di "Il vangelo di Giovanni" ("Io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera") e nei versi centrali di "Basso e batteria" ("E queste cazzo di parole senza senso dentro le canzoni, ma tu devi resistere, imparare bene a non aver paura e ballare la musica elettronica nuova del sabato sera"). In un periodo in cui siamo circondati da canzonette che suonano tutte uguali e in cui del suono, nel pop, non frega niente a nessuno, Bianconi e soci hanno ridato attenzione al suono ("Mi stupisce la puntualità delle mode musicali", canta lui in "La moda del lento"). Lo hanno fatto rispolverando le tastiere analogiche e le apparecchiature elettroniche che caratterizzavano le produzioni musicali degli anni '70 e '80, quello che il frontman della band ha definito "l'ultimo periodo prima dell'avvento di certe forme di produzione in serie legate al digitale": "All'epoca il pop lo si faceva in modo artigianale, però gli arrangiamenti erano complessi, persino barocchi. Ci piace immaginare che quello sia un pop possibile anche oggi".

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L'intero disco sembra una velata critica allo spirito del tempo della musica di oggi. Oddio, "critica" è un parolone: diciamo che è una presa di distanza, espressa tanto nei suoni quanto nella forma e nel contenuto delle canzoni, con strofe dritte, ritornelli orecchiabili e cantabili (un'operazione che ricorda un po' quella del Battiato dei primissimi anni '80 - ascoltate, se non lo avete già fatto, "Eurofestival" e "La musica sinfonica") e riferimenti ai tempi moderni sparsi qui e là nei pezzi con lo stile della frammentazione. E in concerto te ne accorgi di più che ascoltando l'album: il tipo alla tua destra si lascia trasportare dai ritornelli delle canzoni, quello alla tua sinistra si gira verso l'amico ed esclama "che sound!", il tipo intellettuale davanti a te è più concentrato a trovare nei testi le tracce delle SS, dell'Isis fondamentalista, dei jihadisti, dei profughi siriani, delle lettere del Papa sulla fedeltà del cane, dell'Europa unita che trema "come foglia al vento".

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Dispiace che i Baustelle continuino ad essere definiti da molti "un gruppo di nicchia" e che continuino ad essere seguiti per lo più dai loro fan della prima ora (quelli che c'erano ai tempi di "Sussidiario illustrato della giovinezza") e dagli appassionati della cosiddetta "scena indie". Perché con "L'amore e la violenza" il trio toscano avrebbe potuto fare un salto pazzesco, sfondare a livello nazionalpopolare, entrare prepotentemente nelle case della gente e farsi largo tra tanta (troppa?) cattiva musica. Esageriamo? Forse. Ma non si capisce cosa abbiano in meno di "Despacito" e delle canzoni di Rovazzi pezzi come "Il vangelo di Giovanni", "Amanda lear", "Eurofestival" e "La musica sinfonica".

di Mattia Marzi

SCALETTA:
"Love"
"Il vangelo di Giovanni"
"Amanda Lear"
"Betty"
"Eurofestival"
"Basso e batteria"
"La musica sinfonica"
"Lepidoptera"
"La vita"
"Ragazzina"
"Charlie fa surf"
"Un romantico a Milano"
"Piangi Roma"
"Gomma"
"Bruci la città"
"La canzone del parco"
"L'aeroplano"
"La moda del lento"
"The last of the famous international playboys"
"La guerra è finita"
"Veronica n.2"
"La canzone del riformatorio"

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