Mark Lanegan al Vittoriale di Gardone Riviera: la recensione del concerto

Mark Lanegan al Vittoriale di Gardone Riviera: la recensione del concerto

Mark Lanegan torna in Italia a un anno di distanza dalla sua ultima calata nel nostro paese, questa volta in versione elettrica e full band, per presentare il suo decimo lavoro in studio, "Gargoyle". Nessuna introduzione, nessun discorso, solo qualche "thanks" sparso qua e là, ma d'altronde a Lanegan non serve molto, se non la sua voce inconfondibile e la sua presenza magnetica, per catturare fin da subito il pubblico che ha gremito in ogni ordine di posto il suggestivo Teatro del Vittoriale di Gardone Riviera ieri, 10 luglio.

Nel luogo che celebra uno dei grandi poeti italiani, Gabriele D'Annunzio, è di scena una delle più grandi voci uscite dal Nord Ovest degli Stati Uniti negli ultimi trent'anni. L'ultima rimasta in vita della scena orignale di Seattle, ormai, insieme a Eddie Vedder, che solo due settimane fa si è esibito in veste solista dall'altra parte d'Italia in un'altra cornice di assoluto pregio, il Teatro Antico di Taormina. Quando si dice la casualità.

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S'inizia con "Death's Head Tattoo", che apre il nuovo disco in studio, seguita dall'ipnotica "The Gravedigger's Song", canzoni che delineano da subito il mood cupo, notturno e dark dello spettacolo che il cantante di Ellensburg sta portando in giro per l'Europa. Accolto nel modo più consono da madre natura, con lampi minacciosi e nubi cariche di temporale che incombono sul Vittoriale, con il microfono stretto in una mano e l'asta nell'altra Lanegan si fa spazio tra le atmosfere abrasive e lisergiche di "Riot in My House", cui fa seguito un tuffo nel biennio 2003/2004 con "Wish You Well" e la sempre contagiosa "Hit the City". Nessuna concessione al repertorio degli Screaming Trees né alla sua produzione solista degli anni novanta, neanche un accenno ai suoi molteplici progetti paralleli, fatta eccezione per un'emozionate cover di “Deepest Shade” dei Twilight Singers dell'amico Greg Dulli. 
 
Le canzoni del nuovo album dal vivo suonano anche meglio che nelle rispettive versioni in studio. "Emperor", che strizza l'occhio a Iggy Pop, è uno dei momenti più convincenti della serata. Anche gli imponenti cipressi mossi dal vento dietro il palco paiono apprezzare, oscillando quasi a tempo di musica. Con l'oscura "Nocturne" e la contagiosa "Beehive" va anche meglio, mentre “Harvest Home" – tratta da "Phantom Radio" – ricorda i bei tempi che furono degli Screaming Trees. 

Duke Garwood, che ha anche aperto il concerto, e l'ottimo chitarrista di Seattle Jeff Fielder, che arricchisce con il suo pregevole lavoro anche le più canzoni più orientate all'elettronica come "Ode to Sad Disco", sono senz'altro i membri migliori della band che accompagna Lanegan in questo tour, un ensemble di livello non certo paragonabile a quello del tour di "Bubblegum" ma che fa il suo lavoro senza distrarre troppo gli occhi del pubblico, tutti puntati sul cantante dal primo all'ultimo pezzo.

L'apice dello show è rappresentato da uno dei pezzi migliori incisi da Lanegan negli ultimi anni, l'emozionate ballata "Goodbye to Beauty". È in questo momento, mentre le note rarefatte del brano si diffondono nell'aria estiva, che lo sguardo si perde malinconico lungo il lago di Garda, abbracciando la luna piena e i cipressi danzanti, e non si può proprio fare a meno di sentire un groppo in gola pensando a tutte quelle voci della 'scuola di Seattle' che ci hanno lasciato troppo presto. 

In coda al set principale c'è spazio per altre due tracce tratte da "Bubblegum", "One Hundred Days” e "Head", che rimarcano, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto Lanegan sia in grado di tenere inchiodato alla sedia ogni spettatore pur restando immobile al centro del palco per tutto il tempo, con le luci rigorosamente basse, solo con la potenza della sua voce. Nessuna posa da rock star, nessuna strizzata d'occhio ai fan, solo una veloce presentazione dei suoi musicisti. Vestito come sempre in total black, come presenza scenica più che Johnny Cash o Tom Waits fa quasi venire in mente il Bob Dylan degli ultimi anni. Con l'età – e qualche passo falso – i demoni che lo consumavano anni fa paiono essersi fatti da parte per lasciare spazio a una più matura consapevolezza artistica e a una sensazione generale di relax, e se in alcuni passaggi non si può non avere l'impressione che Mark Lanegan stia "facendo Mark Lanegan", la sua bravura e il magnetismo che sprigiona sono tali che il pensiero passa subito in secondo piano. Può permetterselo.

Si chiude nel migliore dei modi: “Methamphetamine Blues”, seguita da “The Killing Floor” e una convincente cover di "Love Will Tear Us Apart" dei Joy Division, che testimonia nel modo più diretto possibile l'amore per la new wave che traspare dall'ultima produzione in studio del cantante americano. 

Lanegan tornerà a ottobre per altre due date sul suolo italico, Milano e Nonantola, e dopo quest'anteprima estiva si può affermare con certezza che saranno sicuramente due appuntamenti da non perdere.  
 
(Luca Villa)
 
SCALETTA
 
Death's Head Tattoo
The Gravedigger's Song
Riot in My House
Wish You Well 
Hit the City
Nocturne
Emperor
Goodbye to Beauty
Beehive
Ode to Sad Disco
Harborview Hospital
Deepest Shade (cover dei Twilight Singers)
Harvest Home
Floor of the Ocean
Torn Red Heart
One Hundred Days
Head
Methamphetamine Blues

The Killing Season
Love Will Tear Us Apart (cover dei Joy Division)

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