Blue Nile, da Glasgow: con tanta America, e un po' d'Italia, nel nuovo disco

Blue Nile, da Glasgow: con tanta America, e un po' d'Italia, nel nuovo disco
Il gruppo più schivo, lento e elusivo del pop contemporaneo? Difficile trovare concorrenti, per i Blue Nile da Glasgow. Pochissimi dischi, a distanze siderali uno dall’altro (quattro album in 21 anni, addirittura). Pochissime interviste, pochissimi concerti, pochissime notizie ad alimentare le curiosità e gli appetiti dei fan (qualche anno fa Paul Buchanan, autore di tutte le canzoni e voce inconfondibile del gruppo, finì suo malgrado sulle pagine di cronaca rosa per una storia sentimentale con l’attrice Rosanna Arquette: che gli amanti del gossip musicale ricorderanno per un certo periodo anche a fianco di Peter Gabriel, uno dei grandi ammiratori pubblici della band scozzese e del suo leader). Viene spontaneo domandarsi: ma come si guadagnano da vivere, nel frattempo, lui e i suoi due concittadini/compari di sempre, Robert Bell e Paul Joseph Moore? “Anticipi, concerti e vendite dei dischi ci hanno sempre dato denaro sufficiente per mangiare”, ridacchia lui, laconico e a voce bassa. Soprattutto se, com’è avvenuto con il recente “High”, Top Ten in Inghilterra, il pubblico manda all’aria gli stereotipi sulla sua presunta memoria corta e sui condizionamenti dei media premiando un disco sospinto dalla stampa ma snobbato dalle radio. “Sono stato sinceramente sorpreso dalla reazione della gente e provo una grande gratitudine per tutti coloro che ci sostengono. Quando ho finito l’album dopo tanti sforzi, lo ammetto, ero piuttosto nervoso. Temevo di aver perso per sempre l’attimo fuggente…”.
Il rigorosissimo controllo di qualità, che porta Buchanan a gettare nel cestino pagine e pagine di materiale di “scarto” (almeno secondo i suoi criteri), ha funzionato anche stavolta: i nove titoli sopravvissuti alla durissima selezione si sono accumulati lentamente nell’arco di tempo, otto anni, intercorso dal precedente “Peace at last”. “Alcune canzoni le ho scritte effettivamente molto tempo fa”, ricorda il songwriter scozzese. “Le ho tenute in fresco mettendole in disparte per un po’, in modo da evitare che continuando a lavorarci sopra mi morissero tra le mani. La chiave del disco, della sua omogeneità, sta nell’averle incise tutte insieme, nel corso delle stesse sedute di registrazione. ‘Because of Toledo’, per esempio, è una vecchia canzone, ma non l’avevamo mai suonata prima”. Molto, come al solito, si è perso per strada. “Prima di arrivare al risultato finale avevamo messo insieme qualcosa come un album e mezzo di canzoni: ma non funzionavano, non avevano una qualità organica e le abbiamo scartate. Non è una cosa facile da fare, ma allo stesso tempo è anche una specie di liberazione. Forse un giorno potremmo pubblicare qualcosa, per chi è interessato a questo genere di cose e a sapere come sviluppiamo il nostro lavoro”. L’alto artigianato dei Blue Nile prevede grande cura anche per la qualità tecnica di incisione: non a caso il loro primo Lp, “A walk across the rooftops”, venne pubblicato dalla Linn, nota marca di hi-fi, e potrebbe funzionare tuttora come un buon disco-test per impianti ad alta fedeltà. “Lì il merito va tutto a Calum Malcolm, l’ingegnere del suono che è con noi dagli inizi”, è pronto a riconoscere Buchanan. “Ma la sua qualità migliore è un’altra: è capace di non anteporre mai la resa tecnica alle emozioni, sa metterla al loro servizio”.
Durante il lunghissimo periodo di assenza dalle scene, il musicista ha viaggiato molto, trascorrendo parte del suo tempo anche in Italia. “Stavo vicino a Venezia, ma ho visitato anche Firenze, Roma e Napoli. Una delle mie sorelle è sposata con un italiano e i suoi figli sono cresciuti nel vostro paese. Che dire? E’ una terra divina. Ricordo quel periodo con grande affetto, credo di avere assorbito un sacco di cose che sono riemerse in seguito nelle mie canzoni. Succede sempre così: ieri, per esempio, mi sono tornati in mente dei bei ricordi riascoltando il suono delle campane di una chiesa che avevo registrato proprio in Italia. Si sentono delle voci, dei musicisti di strada e un cane che abbaia in sottofondo. Mi è venuto da sorridere, è un frammento molto evocativo… le cose che vivi ti restano in testa in qualche angolo nascosto per poi riaffiorare qualche anno dopo”. Sotto forma di “documentari dell’immaginazione”, come Paul ha definito in passato le sue canzoni. “Nascono in una dimensione parallela e sfasata per colpa di qualche piccolo errore, come quella descritta in ‘Matrix’. E’ come vedere una pellicola con i fotogrammi leggermente spostati…”. Canzoni come soggettive cinematografiche, zeppe di citazioni e riferimenti. In “I would never”, il brano più immediato di “High”, sembra di ascoltare il Bruce Springsteen del periodo “Tunnel of love”: lavoro duro, famiglia, nostalgia dell’ambiente domestico. “Penso che tu abbia ragione, Springsteen sa scrivere cose molto belle ed effettivamente in quella canzone ho attinto al suo immaginario classico. Ma anche a quello di Woody Guthrie, di Hank Williams e di tutto quel folk americano che parla degli aspetti basilari dell’essere umano. Stavo immaginando qualcuno che cammina lentamente lungo una ferrovia, che dorme nei vagoni letto del treno… Anche in ‘Because of Toledo’ c’è una combinazione di elementi, ricordi di viaggio e fantasticherie derivanti dalla visione di vecchi film. La canzone si sviluppa come un monologo interiore, ma se fosse un film ci sarebbe una voce narrante, il primo piano di qualche avventore nel bar. E se il racconto proseguisse si vedrebbe il protagonista in viaggio su una strada deserta, tra il nastro d’asfalto e i segnali stradali. Nel nostro primo disco c’era molta Glasgow, è vero: la pioggia, i treni, i tetti, i caseggiati… Poi abbiamo cominciato a viaggiare e naturalmente ho capito che c’è vita oltre la strada in cui sei cresciuto. Auspicabilmente, la musica si sviluppa e allarga i confini di conseguenza”. Glasgow capitale segreta della musica pop, come ha proclamato di recente la rivista americana Time? “Quelle sono etichette utili a vendere i giornali. Ma è vero che la città ha prodotto spesso buona musica. Credo sia parte integrante del temperamento di chi vive qui, c’è un senso di incertezza che stimola la creatività, che spinge la gente a prodigarsi per fare qualcosa di buono e di positivo”. I Blue Nile continuano a vivere lì, ma intanto le loro canzoni, oggi, esprimono soprattutto movimento e transitorietà. “E’ vero, non me ne ero reso conto mentre le scrivevo, ma guardandole tutte insieme in retrospettiva si può dire che è così. Un motivo è che quando viaggi sei scollegato dai tuoi codici di comportamento ordinari e tendi in qualche modo a riappropriarti di te stesso. Un uomo d’affari, quando è nel suo ufficio, è tenuto a comportarsi come un uomo d’affari; se si trova in un aeroporto, per conto suo, non ha questo obbligo. Ma c’è anche, nel disco, il ricordo dei viaggi personali, e forse la frustrazione per il tempo troppo lungo che ci abbiamo messo a realizzarlo, per il dover restare troppo a lungo nello stesso posto”.
Di identico, o simile, al passato c’è quell’alchimia permanente tra i tre ex compagni di università, ognuno laureatosi in una disciplina diversa. C’è tuttora un po’ di letteratura, un po’ di matematica e un po’ di scienza elettronica, nella musica dei Blue Nile? “Credo di sì. Frequentavamo il campus e i corsi negli stessi anni, anche se Robert (Bell) l’ho conosciuto soltanto dopo. L’università di Glasgow è un istituto molto antico e si trova in centro città, tutti e tre abbiamo respirato quell’aria un po’ oxfordiana”. Amatissimo dai colleghi, che lo hanno spesso reinterpretato (“Ogni volta ne sono lusingato, peccato che Frank Sinatra, Johnny Cash e Buddy Holly non ci siano più…), Buchanan fa ogni tanto qualche comparsata in dischi altrui: “Ovo” di Gabriel uno dei casi più eclatanti. Altre collaborazioni in vista, per il futuro? “Ci ho pensato ultimamente, e sono arrivato alla conclusione che sarebbe utile a me e al mio lavoro, un modo di portare una ventata di freschezza. Con i Blue Nile abbiamo avuto un periodo difficile, ci sono figli a cui badare e cose del genere. Ma il gruppo è la nostra vita, e certo non la consideriamo finita qui. Anzi, sono convinto che non bisognerà più aspettare tutto questo tempo per un altro disco: magari un anno o due, siamo in un momento di grande energia creativa”. L’età, il tempo che avanza, non sembrano fargli paura. “Mio padre mi raccontava che Puccini ha scritto ‘Nessun dorma’ a 65 anni. Io ne ho 48, ho ancora 17 anni di tempo per scrivere qualcosa di significativo e consegnarlo agli esseri umani che mi stanno a cuore. Se riesci a conservare il candore e l’integrità dando il massimo di te stesso, in questo lavoro, puoi considerarti fortunato”.
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