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NEWS   |   Recensioni concerti / 17/06/2017

I Radiohead a Monza: è la chiusura di un cerchio? La recensione del concerto

I Radiohead a Monza: è la chiusura di un cerchio? La recensione del concerto

Dopo la data di Firenze i Radiohead sono arrivati a Monza per concludere la seconda serata del festival “I-Days 2017” (che nei prossimi giorni ospiterà i live di, tra gli altri, LInkin Park, Blink 182, Sum 41, Sick Tamburo, Bastille, Justin Bieber e Martin Garrix). La band di Oxford è salita sul palco al tramonto dopo i live degli Ex-Otago, che purtroppo hanno potuto godere solo del prima parte di pubblico entrata nell’area, Michael Kiwanuka che con il soul blues psichedelico che si è guadagnato gli applausi sentiti del pubblico, e, in conclusione, James Blake. 

Prima di parlare del concerto voglio fare una premessa: sono un grande fan dei Radiohead da sempre, ho amato tutte le loro pubblicazioni e non faccio parte della schiera dei pre "Kid A" o post "Kid A", anche se ammetto di tendere leggermente verso la seconda fazione.
Ho visto almeno un concerto per ogni passaggio italiano della band di Oxford, ed è da quando è iniziato questo tour che porto avanti una teoria personale secondo cui questo sia l’addio ufficiale dei Radiohead al loro pubblico. Ovviamente spero di essere smentito dai fatti, ma mai come ora Yorke e soci sono stati così indulgenti e celebrativi nei confronti di tutto il loro repertorio, come se stessero disseminando segnali di un addio.

Il concerto inizia tra i bagliori rosa del tramonto e sotto una piramide di luce. I cinque musicisti inglesi, accompagnati dal percussionista Clive Deamer (Portishead) prendono posizione sul palco mentre il batterista Philip Selway lascia il suo strumento abituale per suonare uno xilofono o vibrafono: parte, come a Firenze, "Daydreaming", il brano di apertura di "A moon shaped pool": "We are happy to serve you", canta Yorke al suo pubblico. Ricordiamo che il disco è stato ispirato dal divorzio del cantante con la moglie Rachel Owen, recentemente scomparsa, e celebrata in una frase letta al contrario alla fine della canzone che pare dica "metà della mia vita", come i ventisei anni passati con la band e con la ex consorte.

L’esecuzione del pezzo è meravigliosa, l’aura sognante del disco viene amplificata enormemente: un inizio spettacolare per un concerto che toccherà delle vette altissime. Il concerto continua con altri due pezzi tratti dall’ultimo album: "Desert island disk", che porta avanti l’atmosfera rarefatta, perfetta per le luci del tramonto, e “Ful stop”, con cui i Radiohead iniziano a scaldare il pubblico con uno dei pezzi più duri dell'album. Il pubblico lancia il primo urlo quando Johnny Greenwood imbraccia la chitarra e l’archetto per l’attacco di “Airbag”, seguita da “15 step”: i fan più accaniti potrebbero leggere in questa sequenza la conferma di una leggenda che gira da anni, ma dovrete leggere il nostro prossimo speciale dedicato a “Ok computer” per scoprirla.

Seguono "Mixomatosis" e "National anthem", che mettono in evidenza il talento di Colin Greenwood, un topo di biblioteca, un omino che si nasconde alle spalle di Yorke, ma che, allo stesso tempo, è una delle colonne più importanti del sound dei Radiohead. Durante la seconda canzone il fratello Johnny ripete uno siparietto che faceva durante i concerti di “Kid A”: accende una radio su una stazione locale, in questo caso si sentiva la telecronaca di una partita, e la mixa al resto degli strumenti.

Il concerto continua mescolando momenti veloci e più rilassati. I Radiohead, che hanno abituato il proprio pubblico ad una esecuzione che rasenta la perfezione, sembrano più rilassati e ogni tanto mostrano qualche imperfezione, come in “Pyramid song”. Tra i momenti migliori ci sono “Reckoner” e “Idioteque”, con un finale più acido e tecno e l’enorme “Paranoid android”.

Thom Yorke si mostra carico e allegro e con il suo italiano stentato colloquia spesso con il pubblico tra una canzone e l’altra: come quando, prima della loro canzone più politica, “2+2=5”, esprime tutto il suo disprezzo per i leader politici (Trump e May in primis).

Il primo bis è arricchito dai grandi classici del repertorio radioheadiano come "No surpises", “Nude” e “Fake Plastic trees”, l’unico brano tratto da “The bends”. Thom Yorke prima di tornare sul palco una seconda volta urla al pubblico divertito: “Voi siete pazzi”. Poi si fa più serio: è con un timido “proviamoci” che attacca l’inaspettata “Creep”. ll pubblico esplode: tutti sanno quanto sia raro questo momento. La canzone è tornata in scaletta lo scorso anno, dopo sette anni di assenza: negli ultimi 31 concerti l'hanno suonata solo 10 volte - e i fan di Firenze non erano stati fortunati.

Gli schermi che fino a quel momento avevano arricchito la serata con riprese sovrapposte di tutta la band diventano improvvisamente bianchi, si scorge solo l’ombra in dissolvenza della band: si chiude così un cerchio in cui i Radiohead dopo un lungo viaggio sono tornati alle loro origini. Sembra effettivamente un addio, ma la band decide di non lasciare il pubblico con la canzone che hanno odiato per così tanto tempo. E allora salutano tutti con “Karma police”.

Prima di lasciare il palco i cinque non dimenticano di ringraziare con inchini e applausi: per un’altra notte sono stati “felici di servire il proprio pubblico”.

(Giuseppe Fabris)

SCALETTA:
"Daydreaming"
"Desert island disk"
"Full stop"
"Airbag"
"15 step"
"Myxomatosis"
"The national anthem"
"All I need"
"Pyramid song"
"Everything in its right place"
"Reckoner"
"Bloom"
"Weird fishes/Arpeggi"
"Idioteque"
"The numbers"
"Exit Music"
"Paranoid android"

Bis:
"No surprises"
"Nude"
"2+2=5"
"Bodysnatchers"
"Fake plastic trees"

Secondo bis:
"Creep"
"Karma Police"

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