Mario Limongelli, PMI: “Le nostre indies valgono il 26% della discografia italiana”

Mario Limongelli, PMI: “Le nostre indies valgono il 26% della discografia italiana”

Nell’ambito dell’odierno convegno “La discografia indipendente tra diritti, innovazione e rivoluzione digitale”, organizzato da PMI (Produttori Musicali Indipendenti) con IMPALA (Independent Music Company Association), il tema dell’importanza della discografia indipendente all’interno del mercato discografico è stato svolto in tre passaggi consecutivi: inizialmente in un breve panel con Helen Smith (Executive Chair di Impala), Mark Kitcatt e Michel Lambot (membri del direttivo di Impala), successivamente con una presentazione sull’impatto della Blockchain sull’industria musicale a cura di Marcus O’Dair dell’Università del Middlesex di Londra ed infine con un approfondimento sulla direttiva UE sul copyright e sulle sue ripercussioni sul value gap, a cura di Matthieu Philibert (Impala Secretariat).

Nel panel i relatori hanno puntato l’indice sulle difficoltà più ricorrenti che le etichette indipendenti incontrano sul mercato, con Lambot a sottolineare l’inutilità del dibattito “indies contro majors” (“perché siamo tutti sulla stessa barca e dovremmo combattere la stessa battaglia”), Kitcatt a rimarcare quanto è arduo far passare i brani in radio (“con Adele in Spagna abbiamo impiegato ben nove mesi…”) e inserirli in playlist di successo e la Smith a enfatizzare l’importanza della coesione tra le varie associazioni nazionali, come PMI, in uno scenario che vede le indies per natura molto frammentate.

E’ stato tuttavia Dario Giovannini, vicepresidente PMI e capo di Carosello Records, a porre l’accento sull’aspetto più strategico della questione: “Nella realtà italiana il divario sofferto è più forte che altrove. Lo è sotto il profilo culturale perché la musica non ha uno status artistico e gran parte dei consumatori la considera un gadget, priva di valore: diventa dunque cruciale il dialogo con le istituzioni. A questo si somma un divario tecnologico notevole: l’Italia non è Milano, e l’accesso a internet e alla banda larga nel paese è molto difficoltoso, il che si traduce in un problema serio per il mercato digitale. Quanto alle radio… Beh, noi siamo avanti rispetto alla Spagna. Qui abbiamo radio che si mettono la loro stessa musica…”.

Centrale nell’economia del convegno è stata la presentazione dei dati contenuti nel rapporto WINWorldwide Independent Network: nello studio realizzato in collaborazione con il Dott. Chris Bilton, Direttore del Centre for Cultural Policy Studies dell’università di Warwick, e con la MIDiA Research di Mark Mulligan si è misurata la reale portata della musica indipendente nel mondo ed è emerso come in Italia le etichette indipendenti rappresentino il 26% della discografia generale, dato considerato tradizionalmente più basso a causa di difformità nella metodologia di rilevazione e conteggio delle quote di mercato tra major e indipendenti. Come ha precisato nelle sue conclusioni Mario Limongelli, presidente PMI, le etichette indipendenti non dispongono delle infrastrutture internazionali necessarie a competere a livello globale, per cui il 52% si rivolge a grandi case discografiche o ai loro distributori. La relativa quota di mercato viene riconosciuta quindi a questi ultimi…”. Nel mettere in evidenza “la grande importanza del valore dell’industria musicale indipendente italiana e del resto del mondo”, Limongelli ha tuttavia fatto risuonare l’allarme su un timore diffuso nell’industria che già aleggiava al Medimex la scorsa settimana: ovvero, che Spotify possa progredire nella sua integrazione a monte e a valle disintermediando le label fino ad assurgere essa stessa a casa discografica.

(il rapporto WIN scaricabile al link https://www.mediafire.com/?k2u0m653jj5wpbd)

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