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NEWS   |   Recensioni concerti / 15/06/2017

Radiohead a Firenze, il concerto perfetto: recensione e fotogallery

Radiohead a Firenze, il concerto perfetto: recensione e fotogallery

“Tutto bene? Ne vuoi ancora?”, dice Thom Yorke in un italiano buffo, mentre la band si sistema per i bis. Certo che il pubblico ne vuole ancora: i Radiohead tornano in Italia dopo 5 anni di assenza.  Di fronte a sé ha 50.000 persone (cifra ufficiale del promoter Indipendente), radunate nell’enorme spianata dell’Arena del Visarno a Firenze, per la prima di due date nel nostro paese. Concerto sold out, mentre a Monza venerdì 16 giugno per l’IDays Festival sono attesi almeno 55.000 spettatori (e ci sono ancora disponibilità). Alla faccia di chi in questi giorni ha rilanciato la “notizia” degli amici che rivendevano i biglietti (un tipico effetto da “bolla” dei social, che ha spinto testate e giornalisti in analisi e ipotesi spesso ardite).
Nell’Ippodromo, con tanta polvere per terra, e tanti alberi attorno, ci sono persone di ogni età, dalla mamma con il bambino di un anno (con cuffie anti rumore) a chi segue la band dagli esordi, a chi non era ancora nato ai tempi di “Ok computer”, o non aveva ancora l’età per ascoltarlo e oggi lo adora. 

La giornata è cominciata alle alle 18.45 con Junun, il progetto lanciato da Jonny Greenwood e Shye Ben Tzur (nel prato poi si vedranno aggirarsi i membri del Rajasthan Express nelle loro riconoscibili vesti indiane). Alle 19.45, il bravo James Blake, la cui musica riflessiva però non è adatta ad un luogo così ampio e dispersivo. 

I Radiohead salgono poco dopo un tramonto che si intravede in fondo, sotto il tetto di nuvole che ha riparato dal sole senza portare pioggia, se non a concerto finito.  La band parte lenta, con “Daydreaming”: il palco si illumina a sorpresa a metà canzoni con migliaia di piccole luci. E’ il primo di tanti effetti scenografici, semplici e d’effetto allo stesso tempo: la messa in scena è una delle cose su cui i Radiohead lavorano di più dal vivo, e si vede, in tutti i sensi. 

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I tre schermi ovali vengono usati in maniera non banale: qualche volta interagiscono con la canzone, con immagini astratte. Più spesso mostrano la band ma filtrata come da un caleidoscopio, in maniera distante dal classico mega-schermo da concerto. In questa distanza  c’è tutta la diversità dei Radiohead, che non fanno quasi mai nulla di “normale”, neanche questa sera. 

La scaletta è costruita per alternare le canzoni più oblique a quelle dritte. “Ful stop” alza subito i ritmi, e la chitarra di “Airbag”, accolta da un boato, riporta ai tempi di “Ok computer”, che la fa da padrone, con ben sei pezzi in scaletta, più dell’ultimo “A moon shaped pool” (cinque). E tre di questi saranno i momenti più memorabili della serata: il crescendo finale di “Let down”, gli intrecci di chitarre di “Lucky”, l’arena ammutolita sull’inizio per sola chitarra e voce di “Exit music”.

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Sotto la guida musicale di Jonny Greenwood e quella carismatica di Thom Yorke, la band conduce un gioco di ruoli ben rodato: i balletti del cantante (e le poche parole blaterate con voce caricaturale), i cambi di strumenti di Jonny, il sostegno di Ed O’Brien, la sezione ritmica sullo sfondo a fare da ossatura. “Everything in its right place” è la canzone accolta con il più grosso boato della prima parte: sentire migliaia di persone che cantano in coro “Ieri mi sono svegliato che spremevo un limone” fa sempre il suo bell’effetto. Il finale è ipnotico, con voci campionate e manipolate, mentre Thom si alza dal piano elettrico e balla come posseduto, sul giro di basso di Colin. Altro boato per “Weird fishes/Arpeggi”, con gli intrecci perfetti di tre chitarre.
Dopo “Exit music”, con la band che entra enfaticamente sul finale, il set principale ha un finale anticlimatico con “Bodysnatchers”. 

Nei bis invece si va dritti con un’altra sequenza da brividi, che comincia con “You and whose army?”. “Tutto bene? Ne vuoi ancora?”. Eccome, soprattutto quando arrivano i tamburi di “There there”, l’accellerazione di  “2+2=5” che fa saltare la folla, e soprattutto “Paranoid android”, accompaganata da visual sugli schermi psichedelici quanto i cambi di tempo del brano. Per non parlare del secondo bis che chiude la serata con con le due ballate “Fake plastic trees” e “Karma police”, in grado di togliere il fiato anche al più insensibile degli ascoltatori: forse la concessione più evidente al formato del rock-show classico.

Ma i Radiohead non hanno bisogno di concessioni del genere, per quanto gradite dal pubblico. Sono la dimostrazione che si possono attirare decine di migliaia di persone senza uno show fatto di canzoni da cantare in coro e senza fuochi d'artificio, ma muovendosi per la propria strada, unendo i suoni del rock classico con la sperimentazione. 

Senza sbavature, trascinante tanto nei momenti meno ovvi quanto in quelli più diretti: un concerto praticamente perfetto.

(Gianni Sibilla)

 

Scaletta
Daydreaming
Desert island disk
Ful stop
Airbag
15 step
Myxomatosis
Lucky
Pyramid song
Everything in its right place
Let down
Bloom
Identikit
Weird fishes/Arpeggi
Idioteque
The Numbers
Exit Music (for a film)
Bodysnatchers

Bis:

You and whose army?
2+2=5
There there
Paranoid android
Street spirit (Fade out)

Secondo bis:

Lotus flower
Fake plastic trees
Karma Police

 

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