Il ritorno dei Fleet Foxes con "Crack-up": "Folk rumoroso, psichedelico e psicologico"

Il ritorno dei Fleet Foxes con "Crack-up": "Folk rumoroso, psichedelico e psicologico"

Sei anni è un tempo infinito, in un'era in cui siamo bombardati dai stimoli continui, musicali e non.  Ma se chiedi a Robin Pecknold cosa ha fatto dopo “Helplessness blues”, ti risponde serafico: "Sono andato a scuola". La mente della band di Seattle è passato dall'Italia per presentare  “Crack-up”, il terzo disco dei Fleet Foxes, in uscita il 16 giugno per Nonesuch.

"Dove sono stato? Abbiamo suonato per un anno, poi ho viaggiato per conto mio per un altro anno. Ho studiato per quasi tre anni alla Columbia University, a New York. Ho imparato a fare surf… Siamo stati tutti impegnati in progetti diversi, ma ho continuato a scrivere canzoni. Ho imparato molto in questo periodo, soprattutto che ci sono cose importanti oltre ad essere un bravo cantante o musicista. Essere stabile, non troppo insicuro. Essere una persona migliore. Tutte cose che tornano nella musica. Ho avuto brutte esperienze in passato: stare in tour o in studio quando non hai le idee chiare può essere davvero faticoso e destabilizzante. Questa volta avevo una sceneggiatura pronta per l’album prima di entrare in studio".

 La filosfia artigiana dei Fleet Foxes, la ricerca e il bricolage di diversi elementi che compongono il nuovo album è evidente fin dal titolo: "Crack-u" vuol dire diverse cose assieme. E' un saggio di Francis Scott Fitzgerald che ho letto qualche anno fa ed era perfetto per il titolo. Mi piaceva l'idea di qualcosa che si rompe, che viene preso a martellate, e poi viene rimesso assieme in maniera non necessariamente corretta. E’ un po’ quello che è successo alla band, e quello che succede alle nostre canzoni", spiega.

"Crack-up" suona come una lunga suite di brani assemblati, un flusso di idee che si fondono l'una nell'altra, anche all'interno della stessa canzone. A Pecknold non piace la definizione "concept" ("mi fa pensare agli Who o ai Pink Floyd, e non è il caso nostro"), ma spiega che il suo metodo di scrittura è comunque particolare: "La forma canzone certe volte va bene, certe volte no. Scrivo parti di musica senza pensare a che cosa sono, se versi ritornelli o bridge. E questo metodo apre molte possibilità compositive: è per questo che certe canzoni sembrano assemblate: perché lo sono. Altre sono più semplici. Queste volta ho espanso questo metodo".

Per lo stesso motivo, a Pecknold non piacciono le definizioni di genere. "Ti dispiace che i Fleet Foxes siano considerati i capofila della rinascita del folk?". Robin sorride, e poi minimizza. "Credo che i Radiohead siano un buon esempio di riferimento per noi. Sia per come lavorano sulle canzoni, sia perché sono inclassificabili in un genere. Noi siamo stati legati al folk, ma c’è gente che ha avuto molto più successo di noi in questo filone. Credo che nel nostro caso sia più sensato ragionare su  su un disco alla volta. E’ difficile dare definizioni in generale e in particolare alla nostra musica". Proviamo a pressarlo: ma allora la vostra musica cos'è? Robin ci pensa un attimo, e poi un lampo ed un sorriso beffardo: "Psych-psych. Musica psichedelica e psicologica", dice. "La musica californiana è stata sicuramente un’influenza, ma in questo periodo ho ascoltato molto Mingus e Stravinsky. C’è la west coast, ma ci sono altre fonti. Di Mingus mi ha influenzato soprattutto la lettura impressionistica in musica della realtà".

La band sarà dal vivo in Italia Italia il 3 luglio in Piazza Castello a Ferrara. Come porterete queste canzoni così complesse su un palco? "Sarà più divertente. Dal vivo c'è la possibilità di espandere cose che sul disco sono più specifiche. Dal vivo le canzoni posso essere più libere o rumorose. Alla fine facciamo musica folk rumorosa"

 

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