Roger Waters - la recensione di "IS THIS THE LIFE WE REALLY WANT?"

Roger Waters - la recensione di "IS THIS THE LIFE WE REALLY WANT?"

Spettacolare, arrabbiato, ad alta tensione. Il primo album di Roger Waters da” “Amused to death” del 1992 mette assieme la musicalità dei Pink Floyd e l’intensità dei dischi solisti del bassista. Con una novità: un trittico d’amore che mostra un musicista mai così tenero e fragile. E per una volta, come partner artistico Waters non ha scelto un chitarrista, ma un produttore: Nigel Godrich.

Dov’è il terrore, dove l’angoscia, dove la paura? Roger Waters ci ha abituati a un cupo teatro sonoro degli orrori, una rappresentazione dai colori vividi delle conseguenze delle forze brutali azionate dall’avidità dall’uomo. “The final cut”, un disco solista in tutto tranne che nel nome, era un requiem per la morte del sogno del secondo dopoguerra cantato con un’intensità che evocava la follia. Il sogno a sfondo sessuale di “The pros and cons of hitch hiking” assumeva qua e là toni da incubo. “Amused to death” osservava l’autodistruzione della specie umana attraverso la lente deformata dei mass media, bombardando l’ascoltatore con una serie di vignette spaventose. Il nuovo album “Is this the life we really want?”, che arriva un quarto di secolo dopo il precedente, mostra un artista lievemente diverso.

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