Roger Waters, “Is this the life we really want?” è un disco che ricorda un tempo in cui “la musica era musica”

Roger Waters, “Is this the life we really want?” è un disco che ricorda un tempo in cui “la musica era musica”

“Tutti quelli che devono ascoltare il disco al centro, per favore. Gli altri ai lati, grazie”. Il tono imperioso di Mark Fenwick non ammette repliche. Il proprietario dei grandi magazzini Fenwick, uno dei 200 uomini più ricchi del Regno Unito, è a Milano nelle vesti di manager di Roger Waters. Ha portato con sé il fonico Sam Petts-Davies e una copia dell’album del musicista inglese “Is this the life we really want?”. “Questo disco” spiega Fenwick “è frutto di due anni e mezzo di lavoro. Perciò vogliamo che lo ascoltiate in una sala d’incisione, senza compulsare il telefono o navigare su internet. Va sentito come si faceva una volta, quando la musica era musica”. Vengono distribuiti i testi delle canzoni da leggere e subito restituire: l’album è circondato dal più assoluto riserbo.

“Is this the life we really want?” è il primo disco di Roger Waters da 25 anni a questa parte, ovvero da “Amused to death”. Non che nel frattempo l’ex leader dei Pink Floyd sia rimasto fermo. Oltre ad avere scritto l’opera “Ça ira”, ha rivendicato la paternità di parte del repertorio dei Pink Floyd con il tour antologico “In the flesh” e poi con gli show dedicati a “The dark side of the moon” e “The wall”, sempre più elaborati, sempre più spettacolari. Il lavoro sul recupero del vecchio repertorio si è accompagnato al tentativo di traslarlo nella contemporaneità. Il muro si è perciò trasformato da simbolo dei tormenti di un orfano di guerra in una più ampia allegoria politica e umanitaria. Ma per continuare ad essere un artista rilevante, Waters aveva bisogno di canzoni nuove. Qualcuna l’ha pubblicata nell’ultimo quarto di secolo, ma a parte qualche rara eccezione come “Lost boys calling”, basata sul tema scritto da Ennio Morricone per la colonna sonora del film di Giuseppe Tornatore “La leggenda del pianista sull’oceano”, le nuove creazioni non erano all’altezza del “genio creativo dei Pink Floyd”.

La domanda è: perché un nuovo album proprio adesso? “Roger ci pensava da tempo”, risponde Fenwick, “ha cominciato a registrare delle cose negli anni ’90, credo che il successo trionfale dei suoi tour l’abbia sorpreso e convinto a fare nuova musica. Ma ha voluto aspettare di avere qualcosa da dire”. Partono i suoni, il collage di voci e il ticchettio dell’orologio di “When we were young”. “Is this the life we really want?” ribadisce il carattere oramai classico dell’estetica sonora ideata dal bassista e cantante, fra paesaggi sonori poetici, picchi di tensione, suoni d’ambiente. Per produrre il disco, Waters s’è affidato a Nigel Godrich, noto soprattutto per la collaborazione con i Radiohead. Mentre Godrich nasceva, nel 1971, i Pink Floyd erano in studio a incidere “Meddle”. “Ma credimi” dice Fenwick “sa più cose Nigel dei Pink Floyd che lo stesso Roger”. Mentre ci si addentra nell’ascolto delle canzoni, ci ci rende conto che l’album ricorda passaggi e atmosfere di “The dark side of the moon”, “Animals”, “The wall”, “The final cut”, “Amused to death”, ma non ha un singolo pezzo in grado di rappresentarlo. “È un po’ il nostro dilemma. È un concept, va ascoltato per intero, non c’è un singolo brano che possa definirlo. Ecco perché, prima dell’uscita, faremo sentire al pubblico tre diverse canzoni”, ovvero “Smell the roses”, “Déjà vu” e “The last refugee”, quest’ultima accompagnata da un video di Waters e Sean Evans, direttore creativo del tour di “The wall”.

“Is this the life we really want?” rinuncia a un inizio spettacolare e dopo “When we were young” arriva “Déjà vu”, una ballata alla chitarra acustica che mette assieme l’intimità di “Mother” e il teatro sonoro di “Perfect sense” e “Late home tonight”. È un inizio stranamente riflessivo che fa il pare con le altre peculiarità del disco: la mancanza di grandi parti di chitarra elettrica, laddove per i suoi altri album Waters s’era affidato a musicisti come Eric Clapton e Jeff Beck (qui c’è Jonathan Wilson); la presenza più discreta del solito dei cori femminili; echi di Radiohead nella title track, quella in cui Trump viene definito un “nincompoop”, uno stupidotto; il tono meno paranoico e urlato del canto di Waters; la transizione nella seconda parte da temi collettivi a una narrazione più personale. Il manager spiega che il testo di “Wait for her”, prima parte della trilogia che chiude l’album, è tratto dalla poesia del poeta palestinese Mahmoud Darwish “Una lezione di kamasutra”. Fa un certo effetto ascoltare Waters cantare d’amore in modo così diretto, fragile, sentimentale. Fenwick la mette così: “Roger è passato da un tono duro e mascolino a uno più femminile”.

Alla fine dell’ascolto, è chiaro il motivo per cui Fenwick evocava il tempo “in cui la musica era musica”. “Is this the life we really want?” invita a un ascolto attento, con un buon impianto o in cuffia, magari leggendo i testi. È il prodotto di un’idea di musica che contrasta con le leggi del pop contemporaneo: le canzoni si sviluppano lentamente, non ci sono ritornelli facilmente memorizzabili, i particolari contano. Il manager ne sottolinea il significato politico. “L’avete sentita la voce di Trump? Roger vive negli Stati Uniti… forse non per molto”. Sam Petts-Davies, collaboratore di Godrich, ricorda il tempo passato con il produttore a setacciare gli archivi alla ricerca di suoni d’ambiente e voci da sottoporre a Waters. “Ci ha lasciato grande libertà: lui andava via dallo studio e il giorno dopo trovava le nostre proposte sui suoni e le voci da usare”. L’ingegnere del suono spiega che gli ultimi testi sono stati messi a punto nell’ottobre 2016, in piena campagna presidenziale americana. Gli ultimi ritocchi all’album sono stati dati nel marzo 2017. Petts-Davies aveva 2 anni quando uscì “Amused to death”. Waters non l’ha intimidito? “Ho scoperto che, a differenza di quel che si potrebbe pensare, Roger è un tipo molto divertente. Quell’uomo ha lo spirito e l’energia di un diciassettenne”.

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