Pink Floyd, la mostra 'Their Mortal Remains' vissuta da fan: from Poly to V&A

Pink Floyd, la mostra 'Their Mortal Remains' vissuta da fan: from Poly to V&A

Segnatevi questi due indirizzi: Regent Street 307 e Cromwell Road SW7 2RL, Londra. Distano poco meno di 4 chilometri l’uno dall’altro e racchiudono, in un percorso a piedi di 40 minuti, la genesi e la celebrazione dei Pink Floyd.

A Londra ci sono decine di posti importanti per la storia di una delle più importanti band di sempre ma, in questo 2017 e fino al primo di ottobre, questi due siti rappresentano l’alfa e l’omega dell’universo floydiano: tutto è cominciato al Politecnico di Regent Street e tutto viene esaltato all’interno del V&A con la mostra “The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains”.

Il mio pellegrinaggio presso il Victoria and Albert Museum comincia un lunedì mattina ancor prima che i cancelli siano aperti, il che fa molto “attesa del live event”!

Mi siedo su una panchina, mi guardo intorno e comincio a vedere tante persone come me che si accingono a capire da dove iniziare a mettersi in fila; passano cinque minuti e, in perfetto stile British, tutti sono allineati lungo le mura del museo, me compreso.

Non posso fare a meno di notare la signora davanti a me che accompagna il suo fortunatissimo figlio poco più che quindicenne, la reincarnazione del buon caro vecchio Hoppy con moglie al seguito e abiti che sembrano usciti da una capsula del tempo generosamente fornita dalla beat generation, un signore crossdressed che mi piace pensare sia nato lo stesso giorno della pubblicazione del primo singolo “Arnold Layne” e un paio di uomini d’affari ben vestiti… Neanche sono entrato e già per la strada l’universo dei fan dei Floyd sta allestendo il prologo della mostra!

Alle 10, puntuali come Waters nel suo tour “The Wall” si aprono le grandi porte di legno e gli addetti cominciano a smistare le persone in trepidante attesa: salivazione azzerata e battiti a mille…

Ho letto decine di articoli sulla mostra, ho un’idea molto chiara di quel che mi aspetta, ma l’emozione sale a ogni passo.

Dopo aver attraversato un paio di sale del Victoria arrivo al soundcheck dove vengo dotato di un ricevitore e un paio di cuffie… e che cuffie! Copro completamente l’orecchio destro e lascio metà orecchio sinistro libero di sentire i suoni prodotti nelle varie sale e poter interagire con la mia compagna (povera Silvia, è un quarto di secolo che la trascino dietro alla mia passione per i Floyd).

Bastano pochi passi per capire che le cose sono state fatte a dovere (“I Pink Floyd fanno le cose per bene oppure non le fanno per niente” è una frase che mi rimbomba in testa per tutto il corridoio di ingresso ma, in un attimo, l’amarezza per la mancata anteprima di Milano svanisce) e l’intro di “Echoes” è un ottimo accompagnamento.

Passata la macchina del tempo del furgone Bedford sono dentro, guardando verso l’alto vedo sul soffitto la proiezione che aveva alle spalle la formazione originale dei Floyd, nello stesso momento realizzo che tutta l’eterogenea platea di personaggi in fila si è mescolata allo stesso modo e tutto si fa colore e suoni. Lo ammetto, pur essendo partito col timore di rimanere deluso, mi ritrovo con gli occhi lucidi.

Mi diverto a guardare i vari oggetti esposti senza leggere le varie didascalie, un po’ per superbia, un po’ perché mi sento discretamente preparato e un po’ perché bisogna riempirsi gli occhi con tutti i vari memorabilia senza sentirsi obbligati a “fare i compiti” leggendo tutto. Il percorso è fatto di sensazioni.

Fatico un po’ a trovare il poster del “Games For May”, ma il periodo che va dagli albori al 1972 scorre veloce e piacevole; ad un certo punto mi ritrovo con “Echoes” nell’orecchio destro e “A Saucerful Of Secret” nel sinistro… Un cortocircuito non voluto che mi fa tornare indietro di qualche passo per rivedere la parete dedicata al “Live At Pompeii”.

Lascio i primi anni settanta e, girando a destra, entro fisicamente nel prisma rotante della copertina di “The Dark Side Of The Moon”; mentre Hoppy mi raggiunge sorridendo mi sposto nella sala dove sono conservate la batteria di Mason, le tastiere di Wright, le chitarre di Gilmour e i bassi di Waters.

La mia attenzione cade anche su un mixer che permette di selezionare ogni singolo canale di “Money”… Mi sento molto Alan Parson e, come me, altre tre persone nelle rimanenti postazioni. Un vero piacere da non farsi scappare per nessuno motivo.

Lasciandomi alle spalle un bellissimo Leslie Speaker entro nella stanza del 1975: Wish You Were Here. Come il buon Rick ebbe modo di ribadire in più di un’intervista, questo è l’album che maggiormente ha visto collaborare i quattro Floyd tra loro e, in un certo senso, questa sala pare proprio l’occhio del ciclone della mostra. Molto bella e rilassata l’atmosfera, chiari i toni delle pareti e delle bacheche espositive e bianchissima anche la pelle di un Syd perso e irriconoscibile in una minuscola polaroid piazzata in un angolo…

Mentre sento la coda di “Wish You Were Here” con l’inconfondibile tastiera di “See Emily Play” appena percettibile, entro in una enorme sala che credo sia tale per cercare di contenere lo smisurato ego del buon Rog; dal 1977 al 1985 (anche se con la cronologia ci fermiamo al 1983 di “The Final Cut”) è tutto un fiorire di scenografie mastodontiche che hanno portato alla costruzione e abbattimento del muro fino al dolorosissimo coltello nelle spalle.

Faccio fatica a guardare in alto per cercare di vedere i gonfiabili nella loro interezza, per intuire i profili delle ciminiere della riproduzione della Battersea Power Station e per capire quanto sia alto il muro che ha allontanato Rick dalla formazione. Nonostante questo, il giusto tributo al tastierista è pagato assieme a quello per Gerald Scarfe e il buon Fisher che, sicuramente, starà progettando nuovi e più grandi palchi in quel del Paradiso; non può essere altrimenti.

Un taglio netto con un corridoio nero, due coincidenze fanno un indizio, separano l’era watersiana da quella del capitano Dave. Qui il cronometro riparte dal 1987.

“A Momentary Lapse Of Reason” viene ricordato con i famosissimi letti e i manichini vestiti con le giacche adornate dai bulbi di lampadine e “supportato” (ma ne aveva bisogno?) da molti richiami ai due tour che l’hanno seguito. Tutto sembra dire “siamo grandi anche senza Roger”…

Sembra quasi vero e, svoltando a destra, il 1994 di “The Division Bell” mostra quanto i tre Floyd rimasti siano riusciti a farlo. Le due gigantesche teste metalliche troneggiano nella sala e paiono parlarti ma, purtroppo, data la sottigliezza del muro che separa dalla sala finale, senti solo “Arnold Layne” e “Comfortably Numb” coprire quello che cerchi di spararti nella testa tenendo al massimo volume le cuffie.

Il 2014 di “The Endless River” si sostanzia in un corridoio di dimensioni contenute all’interno del quale i Floyd celebrano e ricordano l’amico scomparso (bellissima la foto di Rick sulla sua amatissima barca) senza dimenticare di menzionare la Samson (quando Gilmour disse che Polly “ha una capacità di scrivere testi più alta di quella di Roger” mi venne in mente quella volta di trenta anni fa in cui un mio amico mi riferì che il padre aveva fatto deragliare un treno con una testata…).

Ma non sta a me giudicare, pertanto tiro dritto e entro nella grande sala dotata di ben 25 speakers e un mare di proiettori.

I primi sbarbatissimi Floyd di “Arnold Layne” cedono il posto alla voce e chitarra, al genio creativo, al mozzo, al volto buono dei Floyd che fanno pace per una sera: era il due luglio 2005 e al V&A si ripete per tutto il giorno, ogni 8 minuti fino al primo ottobre.

Solo questa proiezione varrebbe il costo della mostra e del viaggio a Londra, nonché della passeggiata a piedi dal Poly al V&A!

Me ne vado pensando che si chiude un’era ma poi, mentre riconsegno le cuffie, mi rendo conto che la settimana prossima uscirà il nuovo disco di Roger Waters e sorrido… Già sorrido perché, anche se il sottotitolo della mostra è “Their Mortal Remains” i Pink Floyd continueranno per sempre a vivere negli occhi e nel cuore di chi, come me, li ama senza se e senza ma.

Fabio “Floyd” Flecchia

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