I veri indipendenti sono quelli che mandano a quel paese i partigiani dell'indipendenza

I veri indipendenti sono quelli che mandano a quel paese i partigiani dell'indipendenza

La notizia della partecipazione di Levante a "X Factor" e l'ospitata dei Thegiornalisti ad "Amici" ha riacceso un dibattito che dura da molti anni, quello dell'incontro-scontro tra "indie" e "mainstream". È ancora possibile un confronto tra questi due mondi che sembrano così diametralmente opposti? E chi sono i veri "indipendenti"? Abbiamo messo insieme due pareri diversi.

Sui puristi dell'indie ci scatarro su

Forse Manuel Agnelli non ha tutti i torti quando dice che quello che è diventato l'"indie-alternative", oggi, è una chiesa o un partito politico con regole ben precise alle quali i suoi "esponenti" devono sottostare. E non si tratta tanto di suoni o di canzoni - di musica, insomma - quanto di regole di comportamento: "Non devi fare questo, non devi fare quest'altro, lì non ci devi andare, con quello non ci devi parlare, queste cose non le devi dire...".

Non che questa sia una novità: quando Alan Sorrenti, dopo due album di sperimentazioni vocali fra il prog e l'underground, pubblicò il 45 giri di "Dicitencello vuje", fu sommerso di improperi e di accuse di esseri venduto alla commercialità – e parliamo del 1974... Ma anche agli Afterhours e ai Marlene Kunz non andò meglio, quando - rispettivamente nel 2009 e nel 2012 - parteciparono all’odiatissimo (dai puristi dell'indie) Festival di Sanremo.

Negli ultimi giorni abbiamo avuto due esempi lampanti di questo atteggiamento integralista: la notizia della partecipazione di Levante a "X Factor" come giudice e l'ospitata dei Thegiornalisti ad "Amici". Accostare Levante e i Thegiornalisti a Manuel Agnelli è pericoloso, perché appartengono a due generazioni completamente diverse. Diverse sì, ma dello stesso mondo: perché in fin dei conti la scena "indie" di oggi è in qualche modo - e con tutte le dovute differenze - "figlia" di quella degli anni '90.

La cantautrice siciliana e il trio romano negano di far parte di quella scena, dicono di non essere mai stati "indie". Diciamo che sono nati artisticamente nella culla dell'"indie" (basti ascoltare i loro primi dischi) ma che ad un certo punto hanno cominciato ad allontanarsi dagli stili, dagli stilemi e dai luoghi comuni di quel mondo. Come? Semplicemente, facendo canzoni dai suoni più "pop": provate ad ascoltare il primissimo album di Levante, "Levante e le Effemeridi" (uscito nel 2009, quattro anni prima di "Alfonso" - qui potete ascoltare una cover molto particolare di "Parole parole parole" di Mina), e confrontatelo con i suoi dischi come solista; andate a ripescare in rete i primi due dischi dei Thegiornalisti, "Vol. 1" e "Vecchio", e divertitevi a trovare le differenze con i suoni di "Completamente sold out". E poi, cosa è successo? È successo che i circuiti "mainstream", su tutti radio e tv, hanno cominciato ad accorgersi di loro, facendo storcere il naso ai puristi dell'"indie". Che sono anche un po' incoerenti: perché se da un lato hanno sempre detto che i Thegiornalisti e Levante non fanno parte di quella scena, al tempo stesso polemizzano sulle loro scelte. Ma non è che sotto sotto questi puristi dell'"indie" sono dei gran rosiconi?

Parliamoci chiaro: finché Levante e i Thegiornalisti erano sconosciuti al pubblico "mainstream" e cantavano per quattro gatti sui palchi dei club, andava tutto bene. Ora che hanno piazzato qualche hit in classifica e vanno ospiti ad "Amici" o a fare i giudici a "X Factor", sono diventati non credibili: "L'inizio dei soldi, la fine della loro credibilità", ha sentenziato qualche partigiano dell'indipendenza. L'impressione è che la scena "indie" sia giunta ad un paradosso: da "indipendente" che era, ora sembra diventata dipendente dall'indipendenza, dalle regole dell'indipendenza, dalle leggi dell'indipendenza. E allora, paradossalmente, i veri "indipendenti" sono proprio quelli che si liberano da queste leggi e che mandano a quel paese i partigiani dell'"indipendenza", che escono dalla chiesa o dal partito politico - per riprendere la metafora usata da Manuel Agnelli. Della serie: sui puristi dell'indie ci scatarro su.

di Mattia Marzi
 


Indie o non-indie: ma cosa cambia?

Mi è stato chiesto un parere riguardo l’annosa questione musica indipendente vs. mainstream. Come funziona, come la vedo. Il mio punto di vista sull'argomento con il tempo si è fatto piuttosto semplice: io penso che arrivati dove siamo, i discorsi sulla purezza dell'indie intesa come virtù, in diametrale opposizione alla danarosa corruzione del mainstream, sia un discorso che, come dire... Aiuta il mainstream tanto quanto l'indie, ma che a monte di tutto riguarda più il mondo dei primi.

Mi spiego meglio, e vi prego di non infiammarvi troppo presto perché alla fine del pezzo prenderò una posizione e allora potrete esprimere un’opinione: ogni amante della musica cosiddetta indipendente, dove per indipendente intendo tutto ciò che non viene comunemente inserito nel calderone di chi ha successo, sa come funzionano certe cose. La regola dice: se vuoi avere successo, e fare soldi (sottolineo), prima o poi dovrai tradire quello che sei (e fai) perché quello che sei piace a pochi, e se vuoi piacere a molti dovrai necessariamente cambiare registro perdendo tutta la genuina credibilità che hai accumulato con sudore sui palchi di provincia. Ora, il famoso amante della musica che piace a pochi tutto questo se non lo dice probabilmente lo pensa, ma la cosa spesso finisce lì. La maggioranza delle persone che conosco e che hanno a che fare con questa parte di mondo musicale, della purezza dell’indie se ne sbattono. Davvero. Non ne parlano proprio, salvo interrogazioni specifiche. Tipo questa. Tipo me.

Il discorso però non cade nel vuoto, non svanisce. Semplicemente si sposta su un campo da gioco diverso. Ciclicamente la questione torna a galla perché quel tale artista che prima era così, ora sta diventando cosà per questo e quell'altro motivo, e il dibattito si (ri)accende. A questo punto la palla passa a tutti. Tutti possono parlare, esprimere un'opinione: il discorso diventa di tutti, e come tale mainstream. Anche la parte indipendente diventa mainstream, ed è subito guerra. Torno allora a come la penso io e, facendo un passo indietro, dico che credo che parlare di musica faccia bene alla musica nel momento in cui questo porta la gente ad ascoltare tutto con cognizione di causa. Per dire, il mio modello di buon ascoltatore dovrebbe necessariamente essere un amante del buon pop come della musica sperimentale. Dovrebbe ascoltare tutto per dedicarsi poi con cura a ciò che preferisce. Questo farebbe di lui un ascoltatore acuto, attento, e in grado di approcciare la totalità della musica senza pregiudizio. L'ascoltatore mainstream, dall'altro lato, non ha la stessa portata di ascolti dell’appassionato, ma questo genere di discorsi possono stimolarlo in qualche modo. Sapere che Mark Kozelek se l'é presa con tutti potrebbe essere una notizia divertente per chi non conosce Kozelek, portandolo poi ad approfondire la sua musica come solista fino ad arrivare, perché no, ai Red House Painters. Potrebbe, eh... Non è detto.

Io poi questa diatriba la vivo ancora meno aggressivamente. A me cambia poco che un disco sia indie o meno. Tolta la parte in cui succede quella splendida e misteriosa magia in cui certa musica ti aggancia e non sai perché, a mente fredda quello che cerco in un disco è che stimoli in qualche modo il mio interesse. Punto. So però per certo che tanta gente vive l'intransigenza di genere come una condizione necessaria per fare parte della scena e di conseguenza sfruttarne i pro: non sei indie se, appunto, non ti comporti come tale. Bisognerebbe capire allora quali sono questi stili, stilemi e luoghi comuni di quel mondo, perché a me sembra che continuino a cambiare, e ciò che era considerato indie ieri, e quindi più vero e virtuoso in termini musicali perché non violato dalla vile commercialità, oggi non lo è più. E domani sarà così nei confronti di quello che la gente ritiene indie oggi, e via dicendo.

Concordo con chi dice che i veri "indipendenti" sono proprio quelli che si liberano da queste leggi e che mandano a quel paese i partigiani dell'indipendenza, che escono dalla chiesa o dal partito politico. Aggiungo che per me vale per chi ascolta come per chi suona.

Concludo la filippica dicendo che quando scrivo di musica o mi trovo a per lavoro a stretto contatto con band e artisti, io parto sempre dallo stesso presupposto: essere un autore impegnato o l’emblema della commercialità, nel mio mondo non fa alcuna differenza. Quello che per me conta più di tutto è sapere che alla base di un disco c’è un'idea forte, che una scelta (sia in termini di forma che di contenuto) è stata fatta chiaramente e perseguita con coerenza fino in fondo, possibilmente portandola al limite. Vuoi fare pop? Fai pop al massimo. Pop estremo. Metal? Idem. Sperimentale? Pure. Folk? Pensa a Bon Iver e fatti due domande. Esplorare i generi, contaminarli, testarli, farli propri... Sono le uniche cose che contano. Cercare un linguaggio nuovo a tutti i costi, con il rischio di fare un clamoroso e stupendo fiasco. Tutto il resto è un divertissement, e se la gente parla... Lasciamola parlare. Che poi "X Factor" è un programma televisivo, mica il Primavera.

di Marco Jeannin

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