Royal Blood, i “salvatori del rock” che nel nuovo album “How did we get so dark?” si ispirano a hip-hop e R&B - INTERVISTA

Royal Blood, i “salvatori del rock” che nel nuovo album “How did we get so dark?” si ispirano a hip-hop e R&B - INTERVISTA

Nell’ottobre 2015, alla fine del tour che ha portato i Royal Blood in giro per il mondo per tre anni, il cantante della band Mike Kerr ha distrutto il basso. “L’ho fatto perché sono troppo rock’n’roll”, dice ora con fare ironico. Poi aggiunge tutto serio che “essendo l’ultimo concerto, ho pensato che rompere il basso non sarebbe stato deleterio per la pianificazione del tour”. Si potrebbe anche dire che è stato un gesto liberatorio giunto alla fine di un periodo intenso per il duo di Brighton. L’omonimo album d’esordio del 2014 è finito al primo posto della classifica inglese. Mike Kerr e il batterista Ben Thatcher sono stati coccolati da colleghi illustri tra cui Jimmy Page, che li ha lodati più volte, e Lars Ulrich, che si è presentato di fronte al loro camerino e li ha portati in giro per San Francisco. Hanno vinto vari premi tra cui un Brit come migliore band, hanno fatto segnare sold out in due minuti, hanno guadagnato titolo in cui venivano descritti come “Saviours of rock’n’roll” e musicisti in grado di “riscrivere le regole”. Ora molti guardano a loro e al nuovo album “How did we get so dark?” come a un’ancora di salvezza per il rock.

Anzi, un’ancora di salvezza per il guitar rock, il che è ironico trattandosi di un duo batteria-basso, che attraverso effetti e pedali suona effettivamente come una chitarra elettrica. Kerr delude le aspettative, non in missione per conto degli dèi del rock: “Non sono fedele a nessun genere musicale, non mi sento in missione per la salvezza del rock’n’roll”, dice. “Anzi, i gruppi che più amo sono quelli che non hanno avuto rispetto del rock e che l’hanno corrotto. Tipo i Queens of the Stone Age con quei loro assoli che erano grandiosi e allo stesso tempo parodistici. O i Black Sabbath che se ne sono usciti con l’idea di spaventare la gente che li ascoltava”. Lontani da ogni purismo, i Royal Blood hanno ideato “How did we get so dark?” ispirandosi alle produzioni R&B e hip-hop. “Perché da lì viene la musica più avventurosa che ci sia oggigiorno, non dal rock. Sono quelli i generi all’avanguardia, è in quella direzione che devi guardare se vuoi trovare le cose rilevanti. Le produzioni hip-hop sono decisamente superiori a quelle rock. E sono decisamente meglio del piattume dei gruppi indie. È qualcosa che abbiamo voluto evocare anche nella nostra musica”.

Evocare è la parola giusta. I Royal Blood si sono trovati a scrivere negli Stati Uniti e poi a incidere in Belgio un disco decisamente rock, basato su riff da età della pietra, solo più sexy e groovy del precedente. “Volevamo catturare un groove hip-hop. È un obiettivo che siamo riusciti a raggiungere grazie all’esperienza”, dice Kerr. “Il prossimo album” scherza Thatcher “lo intitoleremo ‘The experience of being experienced’. Avevamo tantissimi spunti che poi abbiamo assemblato come un grande puzzle in cui parti musicali e pezzi di testo sono stati montati per vedere se stavano bene assieme”. Kerr: “L’idea era rifinire il sound rendendolo più spesso e corposo. Ci sono più strati, anche parti vocali, tutto è più articolato e denso rispetto all’esordio che era grezzo e scarno”. E visto che non debbono essere fedeli a nessun decalogo, in quattro canzoni del disco hanno suonato anche delle tastiere. “Un disco è una cosa completamente diversa da un concerto: più strati, più tessiture, più armonie, più spazio, più dettagli. Una parte del merito della resa del sound è di Tom Dalgety che l’ha mixato portandolo a un altro livello. È un tipo intelligente… o no, forse non è tanto intelligente, però sa come mixare un disco”. Risate.

Mike Kerr è refrattario alle domande sui contenuti specifici delle canzoni. Odia il fatto che oggi tutto sia così trasparente e che il rock abbia perso l’aura di mistero che lo circondava. Fa una faccia schifata quando gli spiego che cos’è Genius, il sito in cui utenti e occasionalmente artisti analizzano le canzoni verso per verso, parola per parola. “Non ho bisogno di quella roba. Ci sono grandissime canzoni di John Lennon di cui non conosco il senso preciso, né lo voglio sapere. La musica è come la magia: quando scopri il trucco smette di essere interessante. Viviamo in un mondo trasparente e quindi noioso. Artisti come Banksy ci appassionano perché siamo spinti a volerne sapere di più. Apprezzo David Lynch, perché nelle interviste si rifiuta di spiegare i suoi film. Sì, sì sì! Grazie, David. Mi sento anch’io così”. Kerr lascia al pubblico il gusto di interpretare i testi. Spiega, però, che una buona parte delle canzoni di “How did we get so dark?” gira attorno a un argomento: “Relazioni e separazioni. L’amore cieco. Allo stesso tempo, il titolo dell’album è sufficientemente ambiguo da essere letto a vari livelli, la qual cosa mi piace”.

Il duo sta già portando queste canzoni in giro per l’Europa e gli Stati Uniti. Com’è la reazione del pubblico? Mike applaude in modo scomposto e teatrale. “Ok, il pubblico si riscalda un po’ meno per quelle che non conosce, ma è normale”, aggiunge Ben. In Italia suoneranno il 2 novembre al Fabrique di Milano. “Noi ci divertiamo e quindi vi divertirete anche voi”, assicurano. “Quando si è solo in due su un palco si rischia di più. Sei sottoposto a limiti e pericoli. Non c’è rete di sicurezza. Fa parte dell’eccitazione di un nostro concerto. Sei lì sul palco che ti chiedi: funzionerà? Quando smetteremo di chiedercelo perché le cose saranno diventate sicure e quindi noiose, ecco, quello sarà il momento di mollare tutto e tornarsene a casa”. Andando in tour hanno capito chi sono i loro fan? “Non abbiamo grandi rapporti con i nostri fan”, ammette il cantante. “In fondo suoniamo per noi stessi. E poi, cos’è il rapporto con una singola persona quando durante un concerto puoi metterti in connessione con migliaia di persone nello stesso istante? Sono i momenti migliori, quelli. Li ho vissuti da entrambe le parti, come musicista e come spettatore. Sai quando il pubblico sembra un unico, grande corpo? È un’esperienza euforizzante. La differenza la fa il comportamento del pubblico. Meno persone ci sono con in mano lo smartphone, meglio è. Ma che ha la gente che paga il biglietto di un concerto e poi fissa lo schermo di un telefono?”.

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.