“Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e la polenta di mia nonna

“Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band” e la polenta di mia nonna

Quand’ero bambino la mia pietanza preferita, fra tutte quelle che cucinava mia nonna, era il cotechino con la polenta e gli spinaci. Se chiudo gli occhi, ancora mi pare di rivedere il piatto con i suoi colori – il rosso del cotechino, il giallo della polenta, il verde scuro degli spinaci – e mi immalinconisco: perché so che un sapore come quello non lo gusterò mai più.
Oh, non che mia nonna fosse una grande cuoca - la sua era una cucina abbastanza povera, molto alla buona - ma quel sapore, quel gusto, che sicuramente non sarebbero stati all’altezza di un qualsiasi giudice di riserva di Masterchef, a me sembravano inarrivabili.


Poi, nei tanti anni che sono seguiti, di cotechini ne ho mangiati tanti: sono certo che molti fossero “in assoluto” più buoni di quello cucinato da mia nonna – in difesa della prevalenza assoluta della sua polenta sono pronto a ingaggiare una discussione – ma nessuno, mai più, mi è parso all’altezza di quello. Il perché lo so, maestria culinaria a parte: i cotechini non sono più quelli di una volta, la farina di granturco nemmeno, gli spinaci neppure, e i paioli di rame e le canne di legno con cui mescolare l’impasto non ci sono più; ma il punto vero è che quarant’anni di sigari toscani mi hanno ammazzato le papille gustative.
Quindi, non c’è speranza: niente e nessuno potrà restituire quella sensazione al mio palato.  


Facevo oziosamente queste riflessioni stamattina, 24 maggio, in una saletta splendidamente attrezzata del negozio di Hi-Fi di Buscemi, a Milano, dove la EMI (insomma, la ex EMI, oggi Universal, ma tanto chi comanda sui Beatles è sempre la Apple) ci ha invitati ad ascoltare il “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles nella sua Anniversary Edition.
Sul piatto del giradischi c’era il vinile della “nuova” versione stereo del disco (“I’d had this idea about mono’ing the stereos, if that makes sense”, ha spiegato in alcune interviste Giles Martin, il figlio di tanto padre George, senza che nessuno abbia ben capito cosa intendesse dire), e fra il vinile mai percorso prima da una puntina e la qualità tecnica del giradischi e delle casse acustiche il minimo che mi ero aspettato era che il disco mi suonasse diverso e migliore.
Oh, certo: nessun confronto con il vinile arato da centinaia di ascolti su un giradischi economico acquistato a rate da “Selezione del Reader’s Digest”, nessun confronto con le due cassettine di compensato che lo affiancavano cinquant’anni fa, quando ascoltai per la prima volta (la prima di centinaia di volte) la copia di “Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band” presa in prestito dal mio amico Tonino Arnaboldi e mai più restituita – una copia mono di stampa italiana, peraltro.


Eppure, a dispetto dei demix e dei remix e dei furbix e dei giochi di prestigio digitali architettati da Giles Martin, che vi devo dire: il sapore di “quel” vecchio “Sgt Pepper’s”, stamattina, nel ricordo mi sembrava diverso (e migliore) rispetto al sapore del “nuovo” “Sgt Pepper’s”.
E anche qui, lo so: le mie orecchie in cinquant’anni sono state sporcate da tanta musica, da troppa musica, molta della quale anche cattiva, quindi forse non saranno più in grado di riprovare l’incanto di quegli ascolti. Ma insomma, depurata dalle distorsioni della nostalgia e da quella punta di diffidenza che, come ho già scritto in passato, nutro nei confronti della disinvoltura con cui Giles "Gilenstein" Martin manipola le originali creazioni paterne, la mia sensazione mi pare corretta, e sono pronto a difenderla come difenderei la polenta di mia nonna.


Posso solo augurarmi che siano molti, moltissimi, quelli che magari “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” non l’hanno mai ascoltato, e che lo faranno per la prima volta grazie a questa riedizione, e che, loro sì, possano provare la sensazione di stupore e di meraviglia che provavo io nel 1967, ascoltando le stesse (fantastiche) canzoni così come vengono riproposte ora, grazie alle meraviglie della scienza e della tecnica. Ma io, beh: se il vecchio giradischi di “Selezione” non fosse finito all’ultimo piano di uno scaffale troppo alto perché io rischi di morire cadendo dalla scala cercando di ritirarlo giù (secondo me funziona ancora: l’obsolescenza programmata l’hanno inventata molto più tardi), e se ci ricollegassi le due cassettine di compensato e ci riascoltassi la mia (insomma, mia per usucapione) copia datata 1967, e mono, di “Sgt. Pepper’s”, sono abbastanza certo che risentirei il sapore del cotechino e della polenta di mia nonna. E forse mi commuoverei anche un po’.


Franco Zanetti

 

PS Stamattina ci hanno fatto ascoltare anche un assaggio delle takes di lavorazione gentilmente offerte dalla Apple nelle diverse versioni della ripubblicazione dell’album; rimando un responso a quando le avrò potute studiare con più attenzione, magari – tempo permettendo – paragonandole a quelle che ho su bootleg. Vi farò sapere.

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