'Sgt. Pepper' dei Beatles compie 50 anni: cosa ne hanno scritto i critici all’epoca dell’uscita

'Sgt. Pepper' dei Beatles compie 50 anni: cosa ne hanno scritto i critici all’epoca dell’uscita

Prima della pubblicazione del disco, la preoccupazione, nei quartieri generali dei Beatles, era palpabile. In fondo, il gruppo era reduce da quello che era suonato come un mezzo passo falso (il singolo “Penny Lane” / “Strawberry Fields Forever” non era riuscito ad andare al numero 1) e Paul in particolare sfornava proposte promozionali a raffica (arrivò persino a immaginare che i Beatles, indossando le uniformi della copertina, marciassero su Buckingham Palace accompagnati da una brass band). Anche George Martin coltivava apprensione: “Un cinque per cento di me pensava: siamo andati troppo in là, siamo stati troppo pretenziosi, l’album è troppo complesso e poco commerciale, troppo diverso dai precedenti. Ma l’altro 95% di me pensava: è un lavoro fantastico, piacerà moltissimo.”

Le recensioni dei critici, in genere, furono molto favorevoli. Allen Evans, sul “New Musical Express” del 20 maggio, prima di descrivere le canzoni una per una annunciava: “Non posso dire, dopo averlo ascoltato una sola volta, se questo sia il miglior album dei Beatles. Potrei mettere in dubbio che sia valsa la pena di lavorarci per cinque mesi. Ma è un ottimo LP, e venderà moltissimo”. E concludeva: “Non si può negare che i Beatles ci abbiano fornito un abbondante intrattenimento musicale, che soddisferà le orecchie e farà anche lavorare un po’ il cervello”.

Chris Welch, sul “Melody Maker”, scrisse: “Ancora una volta i ragazzi ci hanno regalato una nuova saga... capace di far andare avanti l’industria discografica britannica per altri sei mesi: è un lodevole e meritevole contributo alla musica”.

Su “IT - International Times”, senza firma: “Viaggiare con questo disco è un’esperienza che fa uscire di testa. L’album è un continuum di suoni fantastici... musicalmente molto sofisticato”.

William Mann, su “The Times”, sotto il titolo “I Beatles fanno rinascere la speranza di un progresso della musica pop”, ragionò: “Ogni singola canzone di questo disco contiene più genuina creatività di qualsiasi altra cosa sia attualmente trasmessa dalle radio pop; “Sgt. Pepper” assume il significato di una sorta di corso di perfezionamento della musica pop, che analizza le tendenze, corregge o ripulisce le incongruenze e le sbavature, qua e là indicando la linea sulla quale procedere.” E anni dopo, rievocando quella recensione, aggiunse: “Certamente non mi aspettavo che scrivendo qualcosa di poco convenzionale tutti fossero d’accordo con me. In effetti a quei tempi era poco comune che un serio critico musicale scrivesse di musica pop - oggi è assolutamente normale. “Sgt. Pepper” fu una sorpresa... sembrava incapsulare lo spirito del 1967, il flower power e tutto il resto”.

Derek Jewell, sul “Sunday Times”, annotò: “Le originali cadenze, i passaggi di sitar, certe propensioni quasi atonali potrebbero facilmente suggerire al critico accorto influenze che vanno dalla musica inglese del Diciassettesimo secolo a Richard Strauss... ‘Pepper’ è uno straordinario passo avanti persino per il progresso sempre più avventuroso dei Beatles. Alcuni dei testi sono esempi splendidi di poesia urbana - quasi metafisici in ‘Lucy In The Sky With Diamonds’. Musicalmente, è uno stimolo continuo. Ma sulle canzoni di Pepper non c’è molto da ballare. I Beatles oggi producono esecuzioni musicali, non musica di sottofondo per palpeggiamenti.”

Wilfred Mellers sul “New Statesman” scrisse: “Il nuovo disco dei Beatles continua sulla linea indicata da Revolver e Penny Lane; pur prendendo le mosse dalle convenzioni della musica pop diventa ‘arte’ - e arte di un genere sempre più sottile. Tanto per cominciare, questo disco, splendidamente prodotto, non è una semplice raccolta di canzoni ma un tutt’uno, le cui parti, benché assai varie, sono in relazione fra loro. L’intero racconta la solitudine, e la commedia d’epoca della Banda del Club dei Cuori Solitari del Sergente Pepper, che inizia con una allegra rievocazione di un cameratismo vecchio stile, quasi edoardiano, e un po’ per volta si trasforma, man mano che l’elemento ‘solitudine’ prende importanza rispetto ai cuori, alla club e alla banda”.

Ancora sul “The Times, il critico d’arte Kenneth Tynan definì “Sgt. Pepper” “un momento decisivo nella storia della civiltà occidentale”. Più tardi, in ottobre, il giovane teorico della letteratura Richard Poirier pubblicò sulla ‘Partisan Review’, una rivista solitamente in prima linea negli attacchi contro la cultura di massa, uno studio accademico, “Learning The Beatles”, in cui analizzava con reverente ammirazione il lavoro dei Beatles. E qualche anno dopo, 1980, nel suo saggio “The Beatles”, Geoffrey Stokes fu definitivo: “Ascoltare l’album ‘Sgt. Pepper’ non significa solo ascoltare la storia della musica popolare ma la storia di questo secolo tout court.”

Dall’altra parte dell’Atlantico, le reazioni furono ancora più entusiastiche. Jack Kroll, su “Newsweek” del 26 giugno 1967, si entusiasmò: “’Sgt. Pepper’ è un lavoro così organico da essere paragonabile a ‘Façade’, la suite poetica di Edith Sitwell musicata da William Walton... è un pulsante collage delle manie e delle follie del secolo... ‘A Day In The Life’ evoca la catatonica folla urbana (come i morti viventi di Eliot)... il crescendo orchestrale, ruggente e schiacciaossa, ronza come una gigantesca turbina danneggiata ansiosa di iniettare nuove forze in una civiltà che sta colando a picco... Questo brano è la Terra desolata dei Beatles, un superbo risultato della loro brillante, e straordinariamente efficace, arte popolare”.

Allen Ginsberg descrisse “Sgt Pepper” come “una gigantesca opera moderna, uno dei pochi trionfi operistici del secolo della registrazione. Dopo l’apocalisse hitleriana e quella atomica, c’è in ‘Sgt. Pepper’ un’esclamazione di gioia e una dimostrazione di cosa significhi essere vivi.” Timothy Leary esagerò: “Io dichiaro che i Beatles sono mutanti. Prototipi di agenti rivoluzionari inviati da Dio e dotati del misterioso potere di creare una nuova specie, una giovane razza di uomini liberi e ridenti... i Beatles sono la più vigorosa incarnazione divina mai prodotta dalla razza umana”.

Il ventenne californiano Jann Wenner, studente fuori corso della University of California, scrisse di ‘Sgt. Pepper’ una recensione di 2000 parole che la rivista “High Fidelity” respinse definendola “troppo iperbolica”. Per tutta risposta, Wenner decise di fondare un giornale musicale: con 7.500 dollari, e utilizzando un elenco di indirizzi rubato a una stazione radio, pubblicò il primo numero di “Rolling Stone”.

Langdon Winner scriverà l’anno seguente: “Dai tempi del Congresso di Vienna, 1815, la civiltà occidentale non fu mai così vicina all’unità come nella settimana in cui venne pubblicato il Sgt. Pepper. In ogni città europea o americana giradischi e radio suonavano le note di ‘what would you think if I sang out of tune’, ‘woke up, got out of bed’, ‘look much older, and the bag across her shoulder’, ‘Lucy in the sky with diamonds’, e tutti ascoltavano. In quei giorni mi capitò di attraversare alcune zone rurali del Paese lungo la Interstate 80. Dovunque mi fermassi, per mangiare o far benzina, Laramie, Ogalalla, Moline, South Bend, quelle melodie venivano diffuse da qualche lontano transistor o da uno stereo portatile. Non avevo mai ascoltato nulla di tanto straordinario. Per un breve momento, la frammentata coscienza del mondo occidentale si riaggregò, quantomeno nelle teste dei giovani.”

Unica stecca nel coro fu quella di Richard Goldstein, che sul “Village Voice” (secondo altre fonti sul “New York Times”) il 18 giugno scrisse: “Come un bambino troppo atteso, questo album è viziato. Proprio come la sua copertina, è affollato, modaiolo e confuso. Una produzione ossessiva e canzoni che sembrano merce riciclata danno l’idea di una merce in saldo, una congerie di effetti speciali abbagliante ma, sostanzialmente, fraudolenta”. A parziale difesa di Goldstein, Robert Christgau scriverà sei mesi più tardi: “Magari aveva torto, ma non poi così tanto. ‘Sgt. Pepper’ non è il capolavoro perfetto, anche se i fans dei Beatles avevano deciso che così doveva essere. E’ un lavoro di consolidamento: più intricato di ‘Revolver’, non più sostanzioso.”

 

Ecco invece alcune citazioni dalle recensioni uscite sui giornali italiani dell’epoca:

“Radiocorriere”, 11-17 giugno 1967

"Ma il disco, questo vuol ora sapere il pubblico, ha un valore proporzionato a tanta attesa? La risposta potrebbe essere un semplice no se si volesse pretendere dai Beatles un miracolo paragonabile a quello dei loro primi dischi, quelli che li imposero all'attenzione di tutto il mondo. Ma simili miracoli sono irripetibili. Non basta lasciarsi crescere i baffi per cambiare personalità ed i Beatles di ‘Sergeant Pepper's Lonely Hearts Club Band’ sono gli stessi di ‘Girl’ e di ‘Michelle’ anche se molt'acqua è passata sotto i ponti ed hanno fatto tesoro delle esperienze del folk, del Rhythm & Blues e del nuovo dixieland, insieme a quelle dei loro rivali Rolling Stones e a quelle che loro stessi hanno vissuto. Il loro nuovo microsolco risente di tutte queste cose e dell'atmosfera stessa in cui è stato fatto nascere, e fatalmente manca di un'unità stilistica, di un chiaro indirizzo."

 

“Big”, 28 giugno 1967

"Una differenza balza subito all'ascolto: la seconda facciata del disco è più stimolante, piena com'è di sorprese. Nella prima, in pratica, ci sono i vecchi Beatles, anche se le canzoni, tutte belle, sono molto più 'pulite'. Ma c'è una sorta di ritorno alle chitarre elettriche, alle armonizzazioni tipiche del british sound. Nella seconda, invece, come già in Revolver, esce fuori il sitar, poi un arrangiamento stile anni '30 (clarino, ecc.), i violini, il piano e tutta una serie di effetti sonori ed elettronici divertenti (come il gallo e gli altri animali di ‘Good morning good morning’). Insomma, forse ‘Revolver’, per la fase di crisi del 'british sound' in cui vide la luce, era più nuovo, più sorprendente. Questo non è 'superiore' alle aspettative. Forse perché dai Beatles ci si attendono sempre grandi cose."

 

Mario De Luigi, “Musica e Dischi”, n.252, giugno 1967

"Del nuovo LP dei Beatles hanno già parlato in molti, e non sempre i giudizi sono stati completamente positivi: si è rimproverata, ad esempio, l'eccessiva varietà di generi rappresentati (dal raffinato folk di ‘She's Leaving Home’ al brioso "trad" di ‘When I'm Sixty Four’, all'esotismo d'avanguardia di ‘Within You, Without You’ - tre fra le più sfavillanti gemme dell'album) e da alcuni anche il fatto che i moduli stilistici intrapresi dagli ultimi Beatles non costituiscano una rivoluzione di proporzioni pari alla loro "scoperta del beat". A queste accuse bisogna rispondere, facendo notare - da una parte - che la frammentarietà di generi non significa discontinuità di tecnica (colpisce anzi, nel 33, l'unità d'ispirazione che si è via via sviluppata per strade così diverse), e che nella vita di un uomo, e di un artista, sia già sufficiente compiere una rivoluzione, per salvarsi dall'accusa di standardizzazione; quando poi il livello della produzione è all'altezza di quest'antologia, non rimane che accingersi a un riverente ascolto, dopo aver accantonato ogni pregiudizio.

Due parole ancora: una su ‘A Day In The Life’, il brano conclusivo, che ci sembra decisamente ottimo sotto ogni aspetto (malgrado la BBC l'abbia "censurato" in quanto alcuni hanno creduto di vedere in esso la descrizione degli effetti di uno stupefacente; sarà, ma di stupefacente noi abbiamo visto in questo brano solo la squisita classe dei quattro solisti, e la genialità dell'arrangiamento). Un'altra parola sulla copertina del disco, di un'estrosità ancora maggiore di quella di ‘Revolver’: la folla di volti - che fa da corona alla band - è il simbolo dell'universalità del messaggio lanciato dai Beatles, e vedere Carlo Marx spalla a spalla con Oliver Hardy, Oppenheimer accanto alla Monroe, e Oscar Wilde, Bob Dylan e la Gioconda perfettamente integrati nel gruppo, non è che un 'modo nuovo' suggerito dai quattro prestigiosi ragazzi per guardare il mondo."

 

A.B, “TV Sorrisi e Canzoni”,n.24, 1967

"Si tratta di un disco eccezionale. Mai come in questo caso gli arrangiamenti sono stati curati al millesimo con così brillanti risultati. Ogni brano (sul quale ci riserviamo di tornare in sede critica) pullula di idee ed è pieno di reminiscenze o di echi. 'Whit (sic) a little help from my friends' utilizza lo schema chiamata-risposta dei canti spirituali negri; 'Getting better', è un pezzo molto ritmato, esaltato dalla voce di Pual (sic); 'Fixing a hole', si riallaccia al filone dei canti popolari del genere country & western; 'She's living (sic) home' (forse il migliore della raccolta) racconta la storia di una ragazza che vuol abbandonare la sua famiglia, con le ragioni della ragazza e le reazioni dei suoi genitori: tutto esaltato da una sezione di violini e violoncelli; 'Within you, Within you' (sic), si svolge su una tipica melodia indiana: George che suona il sitar e canta raggiungendo toni altissimi, è sostenuto da un vigoroso ritmo del tamburo percosso a mano."

 

B.L, “Radiocorriere”, 11-17 giugno 1967

"Il loro nuovo microsolco ... manca di un'unità stilistica, di un chiaro indirizzo. Convivono i generi più diversi, dal beat della canzone che offre il titolo al microsolco al dixieland di ‘When I'm sixtyfour', dal lamento stile indiano di ‘Within You Without You’, alla ballata folk di ‘She's living home’ (sic) fino al delirio finale di ‘A day in the life’, il brano censurato dalla radio inglese - ci pare a ragion veduta - per il chiaro tentativo di trasformare in suono le sensazioni che provoca la droga. Per ovviare almeno formalmente a questa mancanza di unità, i brani sono riprodotti sul disco senza intervallo, studiatamente collegati l'uno all'altro: ma il rimedio finisce per essere peggiore del male.

Occorre comunque dire una cosa: i Beatles si sono impegnati a fondo dal punto di vista tecnico e finora nessun loro disco era stato tanto curato dal punto di vista degli arrangiamenti e degli speciali effetti sonori. Il prodotto è quindi perfetto, smagliante, pronto ad aggredire l'attenzione del pubblico ed a soddisfarne i più svariati desideri. Una costruzione che non ha pecche, della quale la 'Parlophon', editrice del disco, può andare fiera. Ma una questione rimane aperta: gli inventori del beat non fanno più del beat senza riuscire ad indicare, almeno per ora, in modo netto, una strada nuova."

 

Vittorio Franchini, “La Domenica del Corriere”, 27 giugno 1967

"Marilyn Monroe, Oliver Hardy, la Gioconda, Marlene Dietrich, Marlon Brando, Fred Astaire fanno parte della folla di volti che i Beatles hanno chiamato attorno a loro nella copertina del nuovo microsolco che sta uscendo in tutto il mondo con un ben calibrato lancio pubblicitario. Non so cosa intendano dire con questo apparato, che per certi versi ha addirittura un sapore necrofilo, per via dei fiori, dei volti di cera, dei caduti sulla lunga strada dello spettacolo, dei pupazzi e dei Budda che fanno pensare a certi esperimenti con strumenti orientali tentati con successo in Revolver, il disco uscito mesi or sono. Ma coi Beatles è forse meglio non fare troppe domande. Bisogna prendere o lasciare. E francamente se un tempo lasciavo, senza rimpianto, ora dopo Revolver prendo. Anche a busta chiusa. Perché i Beatles, nel campo della canzone, hanno mostrato di essere dei veri professionisti. Gente, insomma, che non merita i fanatismi ma piuttosto un'attenta considerazione."

 

Tratto da “La vera storia di Sgt Pepper”, Giunti, 2007:

https://cdnrockol-rockolcomsrl.netdna-ssl.com/pAdg9zJq4oe01QHXV50gm-D8mVE=/700x0/smart/http%3A%2F%2Fwww.rockol.it%2Fimg%2Ffoto%2Fupload%2Fcopertina-libro-giunti.jpg
[edizione 2007]

https://cdnrockol-rockolcomsrl.netdna-ssl.com/K10XQOCZlv7bkg_oyNBr_8E-Qkg=/700x0/smart/http%3A%2F%2Fwww.rockol.it%2Fimg%2Ffoto%2Fupload%2Fcopertina-giunti-2.jpg
[riedizione 2012]

Torna allo speciale di Rockol per i cinquant'anni di "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band" dei Beatles.

Scheda artista Tour&Concerti Testi
BLUES
Scopri qui tutti i vinili!

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.