FIMI critica una ricerca di Google: 'YouTube non sostiene la crescita dello streaming musicale in Italia'

FIMI critica una ricerca di Google: 'YouTube non sostiene la crescita dello streaming musicale in Italia'

La Federazione Industria Musicale Italiana ha prodotto un studio che confuta la tesi - recentemente espressa in un'indagine condotta da RBB Economics per Google - secondo la quale YouTube - che in virtù del proprio stato di safe harbor può retribuire i titolari di diritto d'autore ed edizioni dei contenuti musicali presenti sulla propria piattaforma secondo standard non stabiliti per mezzo di accordi bilaterali - non solo non cannibalizzi i servizi di streaming a pagamento, ma sia determinante nell'arginare il ricordo alla pirateria musicale.

Partendo dagli stessi dati riferiti da RBB Economics, FIMI ha osservato come sul mercato italiano solo il 31% dei brani sia ascoltato attraverso servizi di streaming audio: preso atto del dato, e preso atto delle differenze coi mercati di Germania, Francia e Gran Bretagna, dove l'incidenza dei servizi a pagamento è molto maggiore, risulta che "se in Italia YouTube non esistesse, complessivamente l'87% degli utenti si disperderebbe tra servizi pirata o a basso valore, ma un 13% finirebbe per utilizzare servizi premium di audio streaming".

"Il 13% di utenti che da YouTube finirebbero su piattaforme streaming premium genererebbe per il mercato italiano dello streaming un valore pari a circa 26 milioni di euro di ricavi con un incremento nel segmento streaming premium del 41%", si legge nella nota da FIMI, che ribadisce come questa dinamica non faccia altro che confermare gli effetti del value gap.

Le conclusioni di FIMI fanno il paio con quelle espresse recentemente sia nel report annuale di IFPI che dall'ex manager degli U2 Paul McGuinness, che - a proposito dello statuto speciale concesso dalle leggi americane a Youtube e ad altre grandi società digitali - aveva spiegato: "La cosa che mi sorprende di più, di questi tempi, è l'atteggiamento egoista, avido, sciatto e opprimente big tecnologici: ci sono queste società enormi, che hanno costruito degli imperi grazie ai contenuti gratuiti, che ancora sono riluttanti a prendersi le proprie responsabilità"

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