Dan Auerbach di nuovo solista con 'Waiting on a Song': 'Rinato a Nashville dopo essere fuggito dai palchi' - INTERVISTA

Dan Auerbach di nuovo solista con 'Waiting on a Song': 'Rinato a Nashville dopo essere fuggito dai palchi' - INTERVISTA

Uno deve essere molto motivato per mettere in pausa una band di enorme successo e rinunciare, anche come solista, alle lusinghe - economiche e non - dei palchi di tutto il mondo. Nel caso di Dan Auerbach le motivazioni sono due, entrambe molto forti: da un lato la macchina del successo che ti vuole sempre in tour lo stava stritolando ("Mi aveva completamente tolto la creatività, non riuscivo più a scrivere"), dall'altro la sua città adottiva, Nashville, cuore e storia della tradizione musicale statunitense, dove il cantante, chitarrista e autore di Akron, Ohio, ha assemblato la sua seconda prova da solista - dopo "Keep It Hid" del 2009 - confrontandosi faccia a faccia con dei monumenti come Duane Eddy, leggenda delle sei corde che negli anni Sessanta - insieme a Lee Hazelwood - consegnò agli annali successi come "Rebel Rouser", "Peter Gunn" e "Because They're Young", John Prine, Bobby Wood e Gene Chrisman, entrambi alla corte di Elvis Presley e colonne della house band - i Memphis Boys - degli American Sound Studio di Memphis, dove vennero fissati su nastro classici come "Suspicious Minds", "Sweet Caroline" di Neil Diamond o "Cry Like a Baby" dei Box Tops. E con il contributo speciale di Mark Knopfler.

Auerbach, con "Waiting on a Song", il nuovo album in uscita il 2 giugno, è tornato all'essenza delle sue passioni: la musica, intesa come puro atto creativo, e la città che ha sempre visto come una Mecca, e dove adesso vive una solida quanto appagante routine tutta casa e studio. Niente concerti, pochissimi passaggi promozionali: a Dan, oggi come oggi, interessa la musica e basta. Il resto è contorno, da lasciare nel piatto...

 

Vivi da sette anni a Nashville, ma solo adesso hai scelto di scriverle - con "Waiting on a Song" - una lettera d'amore: quando hai deciso di farlo, e come mai ci hai messo così tanto tempo?

Ci ho messo così tanto perché ero sempre in tour, e a casa non ci stavo mai. Ho deciso la scorsa estate di prendere una pausa dai concerti, e per la prima volta mi sono sentito come se mi fossi davvero sistemato in città. Di sentirmi davvero a casa...

 

Com'è stato lavorare con John Prine al nuovo disco?

Con lui ho scritto sei o sette canzoni, ma sul disco ne è finita solo una, la title track. Le altre le ho in archivio, e non so cosa ne farò... Magari un domani le pubblicherò come inediti...

 

A proposito di "Waiting on a Song", nel pezzo canti "Songs don’t grow on trees / You gotta pick em’ out the breeze / Fall down on your knees / And pray one comes along": è il segreto per essere un buon autore?

Credo di sì... Lasciarsi andare, essere aperti, aspettare che arrivino. E' così che funziona, quindi sì, direi proprio di sì...

 

Lo diceva anche Bob Dylan, che le canzoni bisogna intercettarle...

Già. L'avrà sentito da Lightnin' Hopkins... [ride]

 

C'è un'altra canzone, "King Of A One Horse Town", dove parli di chi ha paura del mondo esterno e si chiude in casa: credi sia una condizione comune nell'America di oggi?

Quando sei giovane può capitare di avere paura di mettere il naso fuori dalla porta per seguire i tuoi sogni. Può succere perché perché non hai ricevuto abbastanza supporto quando eri bambino, o perché non credi abbastanza in te stesso. Immagino che tutti, più o meno, ci siamo trovati in questa condizione, o almeno conosciamo qualcuno che ci si sia trovato: per esempio, il tuo amico incredibilmente dotato che non è mai riuscito a mettere a frutto il suo talento. Capisci cosa intendo?

 

Sì. Il video è molto bello: dove è stato girato?

Nello Utah.

 

Tornando al disco: in "Malibu Man" omaggi Rick Rubin...

E' un tipo che mi ispira, ed è davvero un personaggio. E poi sono suo amico, è stato Fergie [David Ferguson, ingegnere del suono di Nashville visto anche in "Rattle and Hum" degli U2 che ha lavorato con Auerbach a "Waiting on a Song", ndr] a presentarci. Fergie ha lavorato alle session di tutti e quattro i dischi di Cash che Rick ha prodotto prima della sua morte [la serie "American Recordings", pubblicata tra il '94 e il 2002, con le code postuma "A Hundred Highways" nel 2006 e "Ain't No Grave" nel 2010, ndr]. E' a lui che si deve la riscoperta di Cash, con queste quattro grandi performance...

 

E com'è andata con Duane Eddy? Come vi siete entrati in contatto?

E' stato sempre per merito di Fergie: ci ha presentati quattro o cinque anni fa. Ci siamo incontrati a pranzo, lui è stato davvero molto gentile. Poi l'ho portato in studio [quello di Auerbach, l'Easy Eye Sound, sempre a Nashville, ndr]: gli brillavano gli occhi, nel vedere l'attrezzatura, gli strumenti e tutto il resto. E mi è parso perfettamente normale, perché lui ha saputo creare un sound di chitarra assolutamente unico, e ama lavorare in studio. Potete immaginare cos'abbia voluto dire per me poter fare con lui le stesse cose, in studio, con una chitarra in mano, a creare suoni e arrangiamenti. E' stato molto più che divertente...

 

Sono stati musicisti di Nashville della vecchia scuola come Eddy, Roe, Christman e Woods a convincerti a registrare in presa diretta o è stata una tua idea?

Sì, certo, sono stati loro. E' il modo in cui registravano all'epoca, ed è un modo davvero creativo. E' molto importante essere con loro lì, nella stessa stanza, al fianco di questi artisti, perché non sono altro che quello: artisti. Veri artisti, nel senso più autentico della parola...

 

Deve essere fondamentale anche per il feeling tra musicisti durante le esecuzioni...

Esatto. Quando abbiamo registrato abbiamo registrato tutti insieme, e si può sentire l'energia, nel disco. E' un sistema, quello della presa diretta, che - quando funziona - funziona davvero bene: in un attimo si crea un legame e un'energia impossibile da ricreare quando si eseguono le parti separatamente. Poi non sempre fila tutto liscio: di take da scartare ce ne sono state. Ma in quelle buone l'energia si sente...

 

In un'intervista hai detto che questo disco ti è servito per ricaricarti: cosa ti stava consumando prima di “Waiting on a Song”?

I tour. Non riesco a essere creativo mentre sono in tour. Non scrivo mentre sono in giro, per me è impossibile. E quando torno a casa sono così stanco da non avere energie per essere creativo. E' un circolo vizioso, che questa volta mi sono imposto di infrangere...

 

E quindi cosa fai, adesso, che questo circolo l'hai rotto? Qual è la tua giornata tipo?

Mi sveglio verso le sei, mi preparo un caffé, me lo bevo, poi quando si sveglia mia figlia, tra le sei e mezza e le sette, preparo la colazione per tutti: dopo lei va a scuola e io per le nove entro in studio, e ci rimango tutto il giorno...

 

Tutti i giorni?

Sì.

 

Però adesso hai anche un'etichetta, la Easy Eye Sound. Hai già qualche progetto su artisti da produrre?

Sì, anche se adesso siamo un po' impegnati col mio disco, che rallenterà un po' le operazioni. Però qualcosa succederà durante l'estate: abbiamo diverse cose, con musicisti diversi. Vedrete...

 

Lavorare con questi grandi artisti come John Prine o Duane Eddy ti ha fatto crescere, come produttore?

Sì, certo. E non solo come produttore, ma anche come musicista, e autore. Tutte le volte che ci si trova ad avere a che fare con persona dotate di una tale forza creativa si cresce. E' una grandissima fonte di ispirazione, e si imparano un sacco di cose, sia su te stesso che su come funzionano le cose.

Mark Knopfler [che in “Waiting on a Song” è ospite nel brano “Shine on Me”] ha speso parole molto belle nei tuoi confronti, dicendo che per lui è stato un onore prendere parte al tuo progetto: deve essere difficile non permettere a cose come queste di darti alla testa...

[Ride]. Beh, sì... Cioè, non saprei. A pensarci, in effetti è difficile non lasciarsi prendere...

 

Sei ancora in contatto con Patrick [Carney, l'altra metà dei Black Keys, ndr]? Avete qualche programma – lavorativo, si intende?

Sì, certo, ci sentiamo, ma adesso come adesso non abbiamo alcun programma. Ci stiamo prendendo una bella vacanza...

 

Inutile, immagino, sia chiedere se sentiremo le canzoni di “Waiting on a Song” dal vivo...

Di tour non ne voglio sapere, e infatti non ho programmato nulla...

(dp)

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