Musica contro la paura: Omar Pedrini racconta l’album “Come se non ci fosse un domani” – VIDEOINTERVISTA e VIDEO

Musica contro la paura: Omar Pedrini racconta l’album “Come se non ci fosse un domani” – VIDEOINTERVISTA e VIDEO

“È il mio terzo tempo”, dice Omar Pedrini. Si riferisce alla stagione aperta dal nuovo album “Come se non ci fosse un domani”. Il titolo rimanda sia alla rischiosa operazione a cuore aperto subita nell’ottobre 2014 dal chitarrista e fondatore dei Timoria, sia all’aria che tira di questi tempi.


In che misura l’album è legato alla tua drammatica esperienza personale?
Arrivare per la seconda volta così vicino alla morte mi ha fatto venir voglia di lasciare ai miei figli un disco in cui do loro qualche dritta. La frase chiave è “Mi sveglio e sento che ho già paura”. All’inizio si riferiva alla mia condizione di degente. Per 60 giorni ho avuto 39,7 di febbre. Sai che vuol dire avere 40 per due mesi? Dopo dieci giorni diventi pazzo, ti convinci che non ce la farai. Ho mandato via un prete venuto per l’estrema unzione. Fuori di qua, i corvi non li voglio, ho detto. Poverino, ridevano tutti. Ma non è solo il mio cuore, oggi tutti abbiamo paura: del futuro, dell’inquinamento, del terrorismo, delle guerre. Di Peldicarota che tira il confettino a Cicciobombo. Paura di non riuscire ad arrivare a fine mese. Io l’ho provata. Per otto anni non ho fatto dischi, mi sono tenuto vivo con l’insegnamento in Cattolica e con i programmi tv e radio. So che cosa vuol dire non potere uscire a cena perché i soldi servono per tuo figlio che fa l’università.


Non dev’essere facile avere un patrimonio di storia come il tuo e non riuscire a mantenersi con la musica, a 50 anni d’età.
È difficile, ma non riguarda solo me. Siamo tutti precari nella vita. Ormai il “domani” è un augurio più che una certezza. Qual è la soluzione? Da una parte l’impegno, vedi la copertina del disco, e dall’altra – e qui viene fuori l’Omar cialtrone che ama l’ironia – l’idea che se non c’è futuro allora ci si può sfasciare in un’orgia rock psichedelica, come canto in “Come se non ci fosse un domani”.

Ma davvero hai scritto “Freak Antoni” in ospedale, subito prima dell’operazione?
Quando mi hanno detto che ero peggiorato ho sposato quella che adesso è mia moglie, che è poi la figlia di uno dei cardiochirurghi che mi hanno operato la prima volta – lo so che fa ridere, tutta la mia vita è tragicomica. Ho detto: fatemi finire la tournée così tiro su due soldi. Intanto mi sono informato. L’operazione aveva il 20% di mortalità e nessuno mi voleva operare in Italia. Sei un personaggio conosciuto, mi dicevano, se ci muori sotto i ferri l’ospedale si sputtana. Grazie al padre di mia moglie avevo trovato un’opportunità a Huston, tasso di mortalità 3%. Capisci? Il 3% contro il 20%. Però costava tanto, con uno sconto erano 160 mila dollari. Viste le mie mani bucate, mio padre nel 1999 mi aveva obbligato a comprare un bilocale a Milano. Vendo casa, mi sono detto, poi ho pensato che se fossi finito in quel 3% avrei lasciato per strada mia moglie e mia figlia. Dovevo ancora decidere che fare quando sono stato male durante un concerto a Roma.
 

E ti hanno portato a Bologna.
L’unico ospedale che ha accettato di operarmi. La canzone “Freak Antoni” ho cominciato a scriverla nell’ambulanza che mi portava sull’Autostrada del Brennero verso Bologna. Tre cardiochirurghi mi hanno operato per sedici ore, prima di entrare in sala operatoria ho fatto testamento. In ambulanza mi hanno detto di restare sdraiato, io non ce la facevo, volevo sapere dov’ero. Ho alzato la testa e ho visto che eravamo sul Brennero, ho pensato che quella era l’autostrada della felicità per me. Da giovane, quando si voleva andare a far casino si andava a Bologna. Ero il leader dei Timoria e quindi un Dio in terra per i ragazzi dell’università. C’era il Dams, ci invitavano alle feste, avevo una storia con una cameriera, si andava a trovare Dandy Bestia e Freak Antoni…

È vero che la canzone è stata rifiutata da Sanremo?
Sì, nel 2016. La volevo portare al festival un po’ perché c’è un arrangiamento dell'orchestra del Royal Albert Hall College, un po’ perché i famigliari di Freak mi hanno raccontato che lui, prima di morire, ha cercato disperatamente di fare Sanremo. Sapeva di essere malato e voleva lasciare un ricordo di sé a tutti, non solo alla nicchia. Mi sono detto: lo porto io a Sanremo, Freak, lo porto con la mia canzone. Nella serata degli ospiti ci sarebbero stati gli Skiantos.

C’è molta Inghilterra in questo disco: nei suoni, nella cover di Noel Gallagher, in un’altra tua canzone in stile Oasis, in un pezzo un po’ glam, nel flauto di Ian Anderson dei Jethro Tull…
Sono cresciuto con la musica inglese. Nel mio biberon c’erano latte e Who, latte e Beatles. Per me Paul Weller o Ian Anderson sono miti. Per anni mi hanno rimproverato di avere uno stile non italiano. Sei bravo, mi dicevano, ma per sfondare in Italia dovresti scrivere come Ligabue o Vasco. Alla fine questa mia scrittura inglese è diventata un’arma e quando Noel Gallagher mi ha detto che le mie cose gli piacevano è iniziato il viaggio che mi ha portato alla Ignition, la sua crew in cui sono entrato tre anni fa. Per la prima volta mi sono sentito legittimato a fare musica come gli inglesi. Per una volta questa mia natura non è un difetto, ma un pregio.
 

Sei un tipo nostalgico?
No, non sono uno di quelli che appena i capelli imbianchiscono cominciano a dire che ai suoi tempi era tutto più bello. Non voglio criticare i giovani, voglio imparare da loro. Ma se tra me e mio padre c’era una generazione di differenza, tra me e i miei figli c’è un’intera epoca. Io sono nato analogico, loro digitali. Io sono il Medioevo, loro il Rinascimento. Mio figlio mi parla più su WhatsApp che di viso. Non mi ha mai detto “ti voglio bene”, però me lo scrive. Ai ventenni che vengono ai miei concerti e mi chiamano Zio Rock o Guerriero dico: avete accesso a strumenti incredibili, ma state chiusi in casa. State facendo una rivoluzione al contrario. Potete non occuparvi di politica, ma occhio, sarà la politica a occuparsi di voi.
 

Suoni rock chitarristico, che non va proprio di moda. Ami i poeti della Beat Generation. Hai cominciato a suonare negli anni ’80. Ti senti un reduce?
Mi sento un highlander e non solo per le operazioni che ho fatto. Però c’è un revival degli anni ’90. Ho fatto un elenco delle band italiane più importanti di quel periodo: i Timoria sono gli unici che non hanno fatto una reunion. E ne sono fiero.
 

Ma è vero che ti piacerebbe rimettere assieme la band fra tre anni, per via del titolo del vostro album “2020 Speedball”?
Quel disco in qualche modo fu profetico. Oggi gli scienziati dicono che il 2020 sarà il punto di non ritorno, il cambiamento climatico sarà irreversibile se non si metteranno in pratica i propositi della Conferenza di Parigi. Perciò mi sono detto: dovessimo fare una reunion, sarà il concerto di Capodanno nella notte fra il 2019 e il 2020.
 

Magari con Francesco Renga?
Lui è depennato in partenza. Ha preso una strada talmente lontana dal rock che i nostri fan lo detestano.
 

Fa pur sempre parte della storia del gruppo, no?
Magari, se riacquistasse credibilità riavvicinandosi al rock con un suo disco… Ma sai, vorrei fare una cosa credibile. Per ora noi lo prendiamo in giro per il successo che ha avuto nello scintillante mondo della canzonetta pop e lui prende in giro noi poveri umani che fanno i conti a fine mese.
 

È vero che hai scritto un’autobiografia intitolata “Cane sciolto”?
Non è un’autobiografia, è una biografia autorizzata firmata dallo scrittore Federico Scarioni cui ho concesso l’accesso al mio archivio, al mio mondo. Uscirà in luglio per Chinaski. Ma effettivamente con i 50 anni che incombono mi piacerebbe scrivere un’autobiografia.
 

Andrai in tour?
Prima farò qualche data nei festival. Il tour vero e proprio sarà nei club da fine settembre a marzo. E poi, se Dio, la scienza e il mio cuore malandrino vorranno, ci sarà una parentesi all’estero, un giro nelle capitali europee chiuso da un minitour inglese in aprile.

 

Qui di seguito il video di "Come se non ci fosse un domani"

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