Rolling Stones, 45 anni di 'Exile in Main St.': la recensione di Riccardo Bertoncelli

Rolling Stones, 45 anni di 'Exile in Main St.': la recensione di Riccardo Bertoncelli

Quando quest’album uscì, primavera 1972, andò in testa alle classifiche ma non fu un successo colossale, e nessuno dei singoli stravendette. Era un disco psicotico e cupo, e cadeva in un momento di profonda inquietudine nella vita degli Stones, esiliati fiscali in Francia e devastati da droghe e alcol; il confronto con il maestoso Sticky Fingers dell’anno prima sembrava improponibile. Con gli anni la prospettiva è cambiata. Anziché essere il nervoso commiato dei più classici Rolling, questa disparata selezione è assurta al rango di capolavoro, a livello dell’intoccabile Fingers e di Beggar’s Banquet, anzi, con un tocco in più di profetico cinismo e morbosità – tanto scabroso rock dei decenni successivi è figlio dei sudici licks di chitarra e dei ritmi pervertiti di Rip It Off, di Soul Survivor, di Ventilator Blues, giusto per fare esempi del vizioso sound che, a parte qualche dolce eccezione (Sweet Virginia!), domina il disco.

Ecco dunque un violento spot che investe Exile e lo rivaluta, ed esageratamente lo celebra. Bill Janovitz ha scritto anni fa un libro di storia e analisi solo per quest'album, pubblicato anche in Italia dal Saggiatore; e la Universal ne ha festeggiato a suo tempo il quarantennale con una super deluxe edition per collezionisti, 2CD + 2 vinili + un DVD di trenta minuti e un elegante libretto in cui si racconta la tormentata gestazione, nella villa di Keith in Costa Azzurra, con amici chiamati in aiuto a comporre quel sublime caos – fra loro Nicky Hopkins, Bobby Keys, Billy Preston. Scommettiamo che altro, chissà cosa, salterà fuori per il cinquantennale, perché il mito gloriosamente resiste nel tempo e anzi si dilata.

La cosa buffa è che gli unici a non cantare le lodi dell’album sono sempre stati i Rolling. Sentite Jagger: “Exile non è uno dei miei album preferiti, anche se ha un feeling tutto particolare. Nell’insieme è un buon disco ma non sono sicuro che i pezzi siano così validi... Fu un gran calderone in cui gettammo di tutto. Se poi alla gente piace, tanto di guadagnato. Io però non penso che si tratti di un capolavoro.”

Riccardo Bertoncelli

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