“Quote” imposte di giovani artisti italiani nelle programmazioni radiofoniche: ecco perché sono contrario (e altre considerazioni collaterali)

“Quote” imposte di giovani artisti italiani nelle programmazioni radiofoniche: ecco perché sono contrario (e altre considerazioni collaterali)

Mi scrive Massimiliano Longo, fondatore e direttore di Allmusicitalia, chiedendomi un consiglio: che fare delle 6.500 adesioni raccolte da questa petizione da lui lanciata un paio d’anni fa.


Con Longo e con il suo sito, Rockol e io abbiamo qualche mese fa concordato un atteggiamento comune riguardante i concorsi, al quale penso daremo presto seguito con un’altra iniziativa congiunta (il che non significa, comunque, che saremo sempre allineati e coperti: Allmusicitalia, ad esempio, è media partner di un concorso sul quale Rockol non darà informazioni perché non lo ritengo sufficientemente qualificato, a dispetto delle dimensioni, e ho ricevuto informazioni contrastanti rispetto alle modalità con cui si svolge e con cui mantiene le promesse fatte ai vincitori).
Per quanto riguarda la petizione lanciata da Allmusicitalia, ad esempio, Rockol non la sosterrà: perché non ne condivide l’impostazione e la finalità.


A me, tanto per cominciare, non piace l’idea delle quote imposte. Non mi piace per svariati motivi. Prima di tutto perché non credo che costringere o forzare le radio a trasmettere un certo quantitativo di brani di interpreti “emergenti” (definizione che trovo ormai insopportabile, peraltro) darebbe risultati in termini di effettiva visibilità – che poi significa copie vendute, o perlomeno quantità di ascolti in streaming. Poi: a mio parere, le radio commerciali non hanno doveri, come dire, “educativi” nei confronti dei loro ascoltatori; vivono di pubblicità, non di canone, e sono aziende che hanno scopo di lucro. Non vedo perché dovrebbero assoggettarsi a un diktat sulla musica che intendono trasmettere (e che, oltretutto, per queste radio non è certo il primo interesse; le radio commerciali trasmettono canzoni come intervallo fra le pubblicità, o come base musicale sulla quale i conduttori possono dire cazzate – uno che parla, due che ridono sgangheratamente – o leggere notizie rubate dai giornali o da Internet senza mai citarne la fonte).

Se c’è un gestore di emittenti radiofoniche sul quale sarebbe logico premere, anche normativamente, perché trasmetta musica di nuovi artisti italiani è la RAI; che dispone di molte frequenze (perché non dedicare Isoradio alla nuova musica italiana, ad esempio?) e non dovrebbe fare la corsa agli ascolti, dato appunto che tutti noi le diamo, e obbligatoriamente, dei soldi ogni anno con il canone.


“La radio nasce per scoprire il talento, non per guadagnare dal talento”, si dice nella petizione di Allmusicitalia: ah sì? E perché mai chi gestisce una radio dovrebbe avere un ruolo pedagogico? Dove sta scritto?
(E’ un discorso non dissimile da quello che bisognerebbe fare a quelli che, commentando certe notizie sul Facebook di Rockol, scrivono frasi tipo “dovreste parlare solo di buona musica” o “dovrete parlare solo di rock”. E perché mai? Dove sta scritto che dovremmo farlo? E, per inciso, chi decide se certa musica è buona o cattiva?)
I cosiddetti artisti emergenti, e chi si occupa di loro (etichette, promoter, manager), dovrebbero rivolgersi, per trovare collaborazione, alle radio “piccole”, quelle locali o quelle specializzate in contenuti musicali. Il fatto è che ogni artista “emergente” che ho incontrato, in tanti anni che li seguo – dall’inizio degli anni Duemila – sputa disgustato sulla programmazione musicale dei network radiofonici, ma venderebbe la mamma pur di essere inserito in quella programmazione (come se dall’inserimento delle sue canzoni potesse derivare un istantaneo miglioramento della qualità della proposta musicale di quelle radio). Oh, certo: sono le radio più ascoltate. E allora si smetta di ascoltarle, così quelle radio vedranno diminuire le loro quote nelle rilevazioni, e si cerchi invece di far ascoltare altre radio, quelle più sensibili alla qualità della musica che trasmettono. Si faccia, da parte di chi è interessato ad esercitare pressione sui network, uno “sciopero” degli ascolti di quelle radio. Così si misurerà se alla gente interessa davvero la qualità della musica - cosa di cui sinceramente dubito molto.


(Qui, peraltro, va detto che la qualità della musica e delle canzoni proposte dagli “emergenti” è – fatte le dovute eccezioni – francamente scadente; la condizione di “emergente” non è sufficiente a meritarsi un ascolto o una programmazione, e non si vede perché dovrebbe esserlo).
(E va anche detta un’altra cosa: se si pensa che basti trasmettere in radio una canzone per farla vendere, vuol dire che si tiene in scarsissima considerazione l’intelligenza degli ascoltatori. E’ un vecchio discorso: se pensiamo che la gente si beva volentieri certa musica solo perché è programmata dai network, pensiamo che quella gente sia beota e condizionabile. E allora non è questo il pubblico al quale bisognerebbe rivolgersi).


E poi, sempre leggendo la petizione di Allmusicitalia: perché mai alle radio dovrebbe essere vietato di produrre discograficamente degli artisti? Non è impedendo di produrre musica a soggetti che non siano le etichette discografiche, che si possono ottenere risultati. E il conflitto di interessi, per una radio che prima produca e poi promuova un disco, non vedo proprio dove stia. Perché non dovrebbe poterlo fare, visto che producendo ha investito e rischiato del suo?
(Anzi: bisognerebbe – lo scrivo qui oggi, poi vedrete che si comincerà a farlo fra due o tre anni – che le grandi agenzie di organizzazione di spettacoli - come Live Nation, F&P, Barley... - decidessero di spendere un po’ dei tanti soldi che incassano dai concerti dei cantanti di gran nome per produrre giovani artisti, che poi potrebbero portare in tour, promuovendo così ciò in cui hanno dimostrato di credere.)


Ma è proprio il pensiero che sta dietro all’idea delle quote, che è vecchio e non più giustificato.
Poteva valere fino a qualche anno fa, diciamo prima di Internet. Allora sì, c’erano solo le radio e le televisioni (e i giornali) che potevano informare sulle novità musicali in circolazione. Adesso non è più così, e chiunque, con poca spesa o gratis, può far ascoltare la propria musica al mondo. Così come chiunque può metterla in vendita sui siti di downloading, o può metterla in ascolto sui siti di streaming.
Non sono le vetrine, che mancano: di quelle ce ne sono fin troppe. Manca la capacità di riempirle di articoli accattivanti, attraenti, interessanti, attraenti. Oppure mancano proprio gli articoli – le canzoni, gli interpreti - accattivanti, attraenti, interessanti.
E non è con certo con le quote che si riuscirà a migliorare la desolante qualità media della “nuova” musica italiana. Che ha cause profonde e ben visibili, delle quali magari parleremo un’altra volta.

Franco Zanetti

 

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