Francesco De Gregori, l’intervista: “Sono diventato buono? Ho capito quanto vale la sincerità assoluta con il mio pubblico” - video

Francesco De Gregori, l’intervista: “Sono diventato buono? Ho capito quanto vale la sincerità assoluta con il mio pubblico” - video

Dimenticatevi la sua immagine riservata, se non burbera. Dimenticatevi l’artista scostante, che si fa vedere solo dal vivo o attraverso i suoi dischi, che parla poco con la stampa e anche meno con i fan.  
Francesco De Gregori è non solo uno dei più grandi artisti italiani di sempre, ma è diventato anche il più schietto. Così tanto che se un fan gli chiede un selfie, non dice di no a priori:  “la cosa non mi turba. Tutti vogliono ‘sti selfie, non è che non ci dormo la notte, ma non mi incazzo più”. Così sincero da non nascondere quello che altri colleghi metterebbero sotto il tappeto: l’ultimo disco - il bel live “Sotto il vulcano”, testimonianza di un artista e della sua band in stato di grazia, in un luogo magico come l’anfiteatro di Taormina - ha venduto poco. “Mentre lo dicevo in pubblico l’altra sera, in un incontro, ho pensato ‘sono scemo, nessun cantante direbbe una cosa del genere’”, ci racconta  il cantautore romano mentre sorseggiamo un caffè a colazione, in una lunga chiacchierata nella sua “casa” milanese, un hotel sui Navigli.  “In realtà cosa c’è di più normale e innocente di questa cosa che ho detto e di questa cosa che ho fatto? Quando capisci che la sincerità ti apre tutte le porte, sei anche più rilassato”, racconta. 
E rilassato lo è davvero, mentre parla di qualsiasi cosa - dalla sua recente partecipazione ad “Amici” (“I puristi si arrabbiano? E’ tutta la vita che sento dire cose di questo tipo. Una volta ci soffrivo, ma ora davvero non me ne frega più niente”), alla rivendicazione del valore culturale della canzone: “Non mi piace la parola cantautore, ma odio la parola ‘cantautorato’,
vorrei prendere chi l’ha scritto e cacciarlo dal giornale. Ma grazie a Dio non faccio il direttore”. 
Qualche anno fa, lo si sarebbe potuto leggere come un avvertimento al malcapitato di turno. Oggi il cronista ringrazia:  è raro avere davanti un artista che racconta così, senza filtri, il suo lavoro. "Sono diventato buono? Ho solo cambiato ufficio stampa", dice ridendo.
(Gianni Sibilla)

“Sotto il vulcano” è il tuo sedicesimo disco dal vivo. Se non contiamo i quattro incisi con altri artisti, quelli solo tuoi sono comunque in doppia cifra. Da dove nasce questo amore per le registrazioni live?
C’è questo sogno di catturare la musica come si fa su un palco, dove tutto avviene in un altro modo rispetto alla sala di registrazione: suoni, canti e dopo due ore è finita, non puoi correggere. Il palco crea un calore, una tensione fra me e la band che in sala non c’è. 
Io ho sempre sognato di fare un disco così, suonando assieme e in diretta. In passato, in certe canzoni, ci sono quasi riuscito. Ma poi arriva sempre un diavoletto, che può essere il mio produttore Guido Guglielminetti, che può essere il fonico, che può essere una persona che passa di lì, e ti dice: questa linea di basso possiamo farla meglio, lì possiamo cambiare due note… Dal vivo si suona veramente tutti insieme, è tutto diverso. Mi piace suonare dal vivo, e mi piace documentarlo.

Ed è anche l’occasione per rivisitare le canzoni.  Le stravolgi, ti è stato spesso rinfacciato, in alcuni casi fino a renderle irriconoscibili.
Stravolgere è un po’ esagerato. Ma dopo 40 anni sarebbe innaturale rifare “Rimmel” uguale. Cambia tutto: ci sono strumenti e tecnologie che ho usato al tempo che non esistono più; la mia voce non è più quella. E grazie a Dio, vorrei dire.
Vedo che molti miei colleghi tendono a questo: mirano ad essere più vicino possibile a quello che hanno fatto su disco. Onestamente non li capisco. 
Dal vivo la canzone riparte da zero: quando faccio le prove, non mi metto mai a risentire i miei dischi. Ricomincio a suonare le canzoni come se le avessi appena scritte. Non c’è un canovaccio o un protocollo.

Nessun rimpianto su certi arrangiamenti?
Qualche volta ho esagerato, ma più negli anni passati, verso gli anni ’90: ho pubblicato certi album live che se li risento mi dico “Cazzo, Francesco”. Ho cambiato la melodia e i pezzi in modo devastante. 
Una parte del pubblico è rimasta male: avevano ragione loro su certe cose estreme che posso avere fatto. Ma sono due o tre. Sulle altre variazioni no. C’è una parte del pubblico che è purista: li capisco, ma non posso preoccuparmene più di tanto.

Però si percepisce un cambio di atteggiamento, negli ultimi anni. 
Sono diventato più buono? E’ perché ho cambiato ufficio stampa…

Non solo con i giornalisti: quello con la stampa è un gioco delle parti. Con il pubblico, intendo: solo qualche anno fa in “Guarda che non sono io” c’era ancora il De Gregori più scostante, quello che rifiuta il fan per strada.
Quella canzone non va prese alla lettera, però. E’ molto più introversa di quello che suggerisce una lettura dell’incontro-scontro-dialogo per strada con un fan. Quello che volevo dire che è che l’identità di ognuno di noi è sempre ambigua, tanto più nell’uomo pubblico. Tutti vedono in te qualcosa che non c’è e che desiderano che ci sia, dalla moglie al genitore al figlio. E’ l’impossibilità, l’assurdità, talvolta anche la violenza della pretesa di voler conoscere l’altro. Io sono solo lo spunto di quella canzone. 
E’ vero che qualcuno mi ferma al supermercato e mi dice “Facciamo un selfie”. Ma io non mi incazzo più: se ho voglia dico di sì, se no gentilmente declino, ma la cosa non mi turba. Tutti vogliono ‘sti selfie, non è che non ci dormo la notte… 

Come sei arrivato a questa consapevolezza, a questa apertura?
Forse mi sono levato delle zavorre, delle ansie da prestazione. Non sento più messa pericolo la mia riservatezza. Forse tutto questo rimanere abbottonato, questo mio parlare poco era il tentativo di preservare un rigore, di non compromettere me stesso, paura di essere frainteso. Tutto questo non lo sento più.

In questi giorni hai organizzato dei firmacopie per promuovere il disco. Ti ho visto a Milano: alla fine avevi un sorriso, una parola per tutti, pure per chi è arrivato in ritardo mentri eri già in camerino pronto per andartene a cena .
Ho capito una cosa: la chiave nelle interviste o nell’incontro con il pubblico sta nella sincerità più assoluta. L’altra sera ho detto che ero lì perché il disco stava vendendo poco. Mentre lo dicevo mi sono detto “Sono scemo, nessun cantante direbbe una cosa del genere”. 
In realtà cosa c’è di più normale e innocente di questa cosa che ho detto e di questa cosa che ho fatto? Quando capisci che la sincerità ti apre tutte le porte, sei anche più rilassato. L’altra sera, poi, la gente in sala era perfetta, era adorabile.

Oltre ai dischi live, negli ultimi anni hai rivisitato “Rimmel”, sia l’album dal vivo all’Arena di Verona, sia la canzone, che ora esce come singolo 40 anni dopo. Hai ripubblicato i tuoi dischi in un box, “Backpack”. 
C’è un limite da non superare tra il guardarsi indietro e il guardare avanti, per un artista?

Per il box, trovo sia giusto, dopo che hai fatto una certa strada, rimettere insieme il tuo catalogo, non solo perché lo richiede il mercato, ma perché la tua discografia viene rimasterizzata, riordinata, con le copertine corrette… Poi mi guardo indietro come artista quando faccio i live, ma quello è il mio lavoro, suonare canzoni del repertorio. Ho fatto un disco come “Vivavoce”, anche quella un’antologia di pezzi, ma rifatti.
Guardarsi indietro è umano, comprensibile. Ma questo non esclude di guardare in avanti. Riciclare cose vecchie sarebbe triste, ma non è il mio caso.

Hai già commentato il Nobel a Dylan. Ma cosa pensi delle polemiche successive?
Sono contento che gliel’abbiano dato, per lui e per i suoi fan, tra cui il sottoscritto. Ma ci ho visto una cosa importante: il Nobel ha sottolineato che la canzone è letteratura, non solo il testo. Per questo gli è stato dato il premio.
Dal dopoguerra ad oggi, il concetto di letteratura va ben oltre la pagina stampata: comprende arti come il cinema, la televisione, il fumetto. Oggi la letteratura attraversa altri media, ma rimane tale. Le polemiche sul resto, su tempi e modi, lasciano il tempo che trovano

Hai mai sentito questa esigenza di riconoscimento culturale per la tua musica, e per la canzone in generale?
Si, e continuo a sentirla. In Italia non è ancora stata sdoganata la canzone come cultura. Lo stato finanzia il cinema, ma non si sogna farlo con il disco di un esordiente. Se non ci sono i soldi, per carità. Ma è sbagliata l’idea. Anche con l’iva sui dischi si penalizza un settore che produce cultura da sempre. Come fai a dire che Gaber o De André non sono cultura?

In Italia, per nobilitare la musica, si è usata la definizione “cantautore” o “canzone d’autore”. Anche se poi sono spesso etichette di marketing: tu stesso hai raccontato che ad inizio carriera i discografici ti chiedevano di incidere voce e chitarra per sembrare, appunto, più cantautore.
A me queste etichette non piacciono. Certo, “Canzone d’autore” identifica un genere, perché spesso nel pop sono altri che scrivono le canzoni. 
“Cantautore” è una brutta parola, ma ormai come fai… Odio la parola “cantautorato”: è come quando sento dire “Il menestrello di Duluth”. Vorrei prendere chi l’ha scritto e cacciarlo dal giornale. Ma grazie a Dio non faccio il direttore.

Recentemente sei stato ad “Amici”, dove hai cantato una canzone che avevi inciso con Fossati e De André. 
E’ stato bello. Fare “Questi posti davanti al mare” è stata una mia scelta. Pensavo che la produzione mi facesse delle difficoltà, invece hanno accettato. Ma alla fine è il motivo per cui mi chiamano da quelle parti, e per cui accetto: per portare il mio mondo dentro un luogo mainstream. E io l’ho fatto scegliendo quel pezzo, e scegliendo di farlo live con la mia band. Questi ragazzi cantano sempre su queste basi fatte in una stanzetta con delle tastierine… Ho provato ad aprire una finestra. 

Anche qua, i soliti puristi non l’hanno presa bene. “De Gregori ad Amici? Scandalo!”
Ma c’è di peggio che andare in TV a cantare… E’ tutta la vita che sento dire cose di questo tipo. Una volta ci soffrivo, ma ora davvero non me ne frega più niente.

Adesso ti fermi per un po’. Ma cosa fai in pausa? Qual è la tua vita e come ti prepari a scrivere nuove canzoni?
Premo letteralmente il tasto “Pausa”. Faccio una vita assolutamente domestica, mi prendo qualche lusso come decidere di andare in vacanza da un giorno all’altro senza dove guardare se ho degli impegni. Leggo, scrivo, prendo appunti. Provo a scrivere per il nuovo disco, che inizierò a preparare, ma con tutta la calma possibile: mi piacerebbe uscisse nel 2018. 
Aspetto che le cose mi passino davanti. Non cerco di afferrarle per forza: alle volte le lascio passare, tanto so che poi tornano. L’ozio è una cosa nobile.

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