Luis Fonsi parla di “Despacito”, del nuovo album, di Portorico e… del Papa — INTERVISTA

Luis Fonsi parla di “Despacito”, del nuovo album, di Portorico e… del Papa — INTERVISTA

È arrivata con i primi raggi di sole primaverili, potrebbe non abbandonarci per mesi. “Despacito” di Luis Fonsi con Daddy Yankee è un tormentone estivo precoce: doppio platino in Italia, primo nella nostra classifica per la terza settimana, uno dei brani più programmati dalle radio italiane. La canzone è stata ascoltata su Spotify 272 milioni di volte, il video con Zuleyka Rivera, Miss Universo 2006, è il più visto in Italia su Vevo, su YouTube ha superato 824 milioni di visualizzazioni. “La gente mi chiede qual è il segreto di tanto successo. Onestamente non lo so”, dice il cantante portoricano di passaggio da Milano. “Nessuno ha la sfera di cristallo. Se la avessi, tutte le mie canzoni sarebbero grandi successi. So che quando ho composto ‘Despacito’ ho lasciato lo studio sapendo di avere scritto una feel good song. Mai, però, avrei pensato che sarebbe diventata numero uno in Italia o che un giorno avrei visto video di giapponesi e russi che ballano una mia canzone”.

“Despacito” significa “lentamente, con delicatezza”, si parla di sesso. “Ma sono stato attento a non renderla volgare. Sensuale sì, sessuale no. L’ho scritta con un’autrice di sesso femminile [la panamense Erika Ender, tra le altre cose giudice della prima edizione di “Idol Puerto Rico”] proprio per essere sicuro che non fosse irrispettosa”. La canzone rappresenta una vera svolta nella carriera di Fonsi, che è passato da un repertorio formato per lo più da ballate romantiche a una fusione fra urban e latin pop. “È vero, se ascoltati ‘Despacito’ e il mio primo album non ti sembra neanche lo stesso artista. Ma non la considero una svolta drastica, è piuttosto un’evoluzione. È quello che hanno fatto i più grandi, da Michael Jackson a Madonna: non hanno avuto paura di sorprendere il pubblico introducendo novità disco dopo disco. Il bello della musica è che non ci sono regole”.

Quando gli si chiede di definire la sua musica, dice di non essere “né un tipo da reggaeton come Daddy Yankee, né un balladeer tradizionale, di quelli che si esibiscono in giacca e cravatta. Sono una via di mezzo. In realtà la mia musica non è mai stata molto latina. Non ci sono trombe, né conga. Quando pensi alla musica latina pensi a una cosa tipo…”. Si mette a canticchiare “Conga”, il maggiore successo dei Miami Sound Machine con Gloria Estefan. “Ecco, la mia musica non è mai stata così, oggi più che mai”. Però ha un che di “esotico” che piace… “La gente ama i suoni etnici, anche se non sa da dove provengono”.

“Despacito” è il primo singolo che annuncia il nono album di Fonsi: uscirà nel corso del 2017, forse in settembre. Visto il successo, la versione italiana potrebbe contenere un duetto con un/a nostro/a artista, l’idea è nell’aria. Lui non ne parla: “Non vi posso dire molto perché ci stiamo ancora lavorando, anche oggi c’è qualcuno che sta registrando una mia canzone. Ci saranno tre collaborazioni, due provenienti dal mondo urban. Ma finché il disco non è finito e mixato preferisco non parlarne: è una questione di karma”. Dice che per l’album ha voluto un approccio più dance. “Ci sarà ancora del pop e della melodia, con buoni testi, ma penso che la gente abbia voglia di ballare, oggi più che mai. Il publico vuole pezzi uptempo, non tristi. Ma le ballate resteranno sempre importanti. Nel disco ce ne saranno quattro e sette pezzi ritmati”. A fine giugno Fonsi partirà per un tour di sei settimane in Spagna. “Spero di venire in Italia dove non mi sono mai esibito in vita mia, magari alla fine dell’estate o a inizio autunno. Dopo diciannove anni di carriera, è come ricominciare da zero. È come il primo giorno di scuola”.

Fonsi non è una meteora. Ha 39 anni e otto album alle spalle, il primo è datato 1998. Tra le altre cose, si è esibito a Oslo alla cerimonia in cui Barack Obama ha ricevuto il Nobel per la pace dove, dice, “per la prima volta nella storia la principessa si è alzata dalla sedia per ballare, è pazzesco”. Ha cantato anche per Papa Giovanni Paolo II a Roma, per la Giornata mondiale della gioventù del 2000, quella dei papaboys. “Sono cattolico, è stata un’esperienza importante a livello spirituale e religioso, ma anche perché c’erano due milioni di persone. Guardavo l’orizzonte e non vedevo altro altro che gente”. Ha anche duettato con Laura Pausini, nel 2008 ("Todo vuelve a empezar").

Fonsi ha un master in Vocal Performance all’università statale della Florida, dove i genitori sono immigrati provenienti da Portorico quando lui aveva 10 anni. “Sono orgogliosamente portoricano”, dice. Considera “Despacito” un tributo alla sua terra e invita ad ascoltare il suono della chitarra: “È un cuatro, una chitarra che si usa a Portorico a Natale, una cosa che puoi sentire solo lì. E anche il video di ‘Despacito’ l’ho voluto girare sull’isola per far conoscere quel posto a chi non c’è mai stato”. Non si sente un immigrato e tecnicamente non lo è, il Commonwealth of Puerto Rico è un territorio non incorporato degli Stati Uniti. Dice che trasferirsi in Florida “è stato un po’ come passare da Roma a Milano, non c’è grande differenza”. Non prende posizione sulla discussione in atto a Portorico sulla possibilità di diventare uno Stato americano a tutti gli effetti o mantenere lo status attuale. “L’isola è letteralmente divisa in due su questo argomento che è molto spinoso, con in più una piccola percentuale di persone che vorrebbero l’indipendenza. Anche se ho vissuto buona parte della mia vita negli Stati Uniti continuo a dichiarami orgogliosamente portoricano. Spero che l’isola continui a crescere…”. Poi, a registratori spenti, aggiunge ridendo: “Ho risposto come un politico, eh? Tante parole senza dir niente”.

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