The art of record covers: intervista a Kim Gordon dei Sonic Youth

The art of record covers: intervista a Kim Gordon dei Sonic Youth

"Art record covers" è un libro recentemente pubblicato da Francesco Spampinato per Taschen: un poderoso volume, che ricostruisce attraverso storie, materiali e immagini il rapporto tra artisti e copertine di album. Ovvero quando i cantanti si affidano all'immaginazione di nomi come Andy Warhol, Michelangelo Pistoletto,  Jean-Michel Basquiat, Banksy, Damien Hirst, Salvador Dalí o Raymon Pettibon, e quando questi ultimi si mettono in gioco, ripensando la loro arte per il formato e per la musica di band come Sonic Youth, Blur, Velvet Underground.
Il volume di Spampinato (storico dell'arte e della visual culture, attualmente impegnato impegnato in un dottorato alla Sorbona) è un'opera frutto di anni di lavoro e passione sul tema, e colma una grande lacuna su un tema tanto centrale nei modi in cui ci arriva la musica, quanto spesso sottovalutato in ambito accademico e bibliografico in genere.
Il libro (di cui qua trovate una bella ed esasustiva recensione su Internazionale, firmata da Daniele Cassandro) mette insieme diversi materiali: una bella introduzione ed un catalogo ragionato ed ordinato alfabeticamente di artisti e le loro copertine. E poi diverse sei interviste con personaggi chiave per comprendere le convergenze arte/musica: Tauba Auerbach, Shepard Fairey, Christian Marclay, Albert Oehlen e Raymond Pettibon (che ha firmato, tra le altre, la copertina di "Goo" dei Sonic Youth che vedete qua sopra).
Per gentile concessione dell'autore e dell'editore, pubblichiamo l'intervista di Spampinato a Kim Gordon dei Sonic Youth, in cui si ragiona sul rapporto tra arte, artisti e musica.

 

Nata a Rochester, New York, e cresciuta a Los Angeles, Kim Gordon ha studiato presso l'Otis Art Institute in California, prima di trasferirsi a New York a metà degli anni ‘70. Lì ha lavorato come assistente di galleria per Larry Gagosian e Annina Nosei, ha collaborato con l'artista concettuale Dan Graham e scritto articoli per Artforum e per riviste di culto fondate da artisti come FILE, REALLIFE e ZG. In molti dei suoi saggi di quel tempo Gordon ha riflettuto sulla presenza scenica dei musicisti rock maschili: da David Bowie e PIL (Public Image Ltd.) a Glenn Branca e all’emergente scena No Wave. Gordon ha trovato ispirazione anche nei suoi stretti amici artisti come Mike Kelley, Raymond Pettibon e Richard Prince, tutti interessati a questioni legate alle sottoculture. Più tardi unirà il suo approccio femminista all'idea del “corpo in scena” al suo fascino per le sottoculture grazie ai Sonic Youth, l’influente band che forma nel 1981 con il futuro marito Thurston Moore e con Lee Ranaldo. Nella loro carriera trentennale – fino allo scioglimento dovuto alla rottura del matrimonio tra Gordon e Moore – i Sonic Youth sono diventati il gruppo più rappresentativo per comprendere i rapporti tra arte e musica. Da un lato la band ha portato il punk rock verso nuove direzioni attraverso una rivitalizzazione del concetto di “rumore”; dall'altro ha speculato sull’idea di “rock band”, aumentando la sua dimensione intellettuale attraverso una lunga serie di collaborazioni con artisti contemporanei, sfociate in particolare in copertine di dischi. La lista degli artisti che hanno creato copertine originali o hanno concesso ai Sonic Youth l'uso di opere d'arte pre-esistenti comprende, tra gli altri, i già citati Kelley, Pettibon, e Prince, ma anche Gerhard Richter, Jeff Wall, Marnie Weber e Christopher Wool. Queste collaborazioni sono state raccontate da Gordon nella sua celebre autobiografia del 2015 Girl in a Band. Dallo scioglimento dei Sonic Youth Gordon ha ripreso a esibire le sue opere d’arte, con mostre personali tra il 2013 e il 2015 presso White Columns e 303 Gallery di New York, la Gagosian Gallery di Los Angeles, e il Museo Benaki di Atene. Si tratta soprattutto di installazioni che fanno il verso al design d'interni, ritratti espressionistici e “word paintings” in cui riscrive i nomi di svariate band noise. Nel 2011 Gordon ha avviato un nuovo progetto musicale, il duo noise di chitarra Body/Head con Bill Nace, il cui singolo del 2014 – la cui copertina è un’opera di Wool – si intitola “The Show is Over”.

 

Hai iniziato la tua carriera nella scena artistica di New York della fine degli anni ‘70 in associazione sia alla No Wave che alla Pictures Generation. Cosa ti ha attirato di questi due innovativi e complementari movimenti d’avanguardia?
Ero affascinata dalla No Wave perché sembrava così libera per essere una scena fondata sull’uso di strumentazione elettrica. Sembrava che fosse punk rock, ma in realtà stava demolendo l’idea stessa di musica, reinterpretandola e trovando una nuova libertà al suo interno. Mi piacevano diversi artisti della Pictures Generation, ma trovavo difficile capire come il loro lavoro rientrasse nella logica dell’Arte Concettuale – e in genere dall’arte d’avanguardia – visto che le loro opere sembrano più simili a dei prodotti commerciali. Erano più orientati verso la produzione di oggetti mentre l’Arte Concettuale si era sbarazzata dell’oggetto. Era come se dicessero: “Non abbiamo intenzione di fare lo stesso, vogliamo fare il contrario, vogliamo trasformare l’oggetto in feticcio”. Mi piaceva gente come Jack Goldstein, che ha colmato il divario tra più generazioni. Il suo lavoro era il più interessante degli altri. Mi piaceva però anche Cindy Sherman e Richard Prince.

Molto presto nella tua carriera hai incontrato Dan Graham che hai spesso additato come modello e fonte di ispirazione. Che cosa hai imparato da lui?
Ho imparato che l’arte può avere una dimensione sociologica come non avevo mai pensato prima, ma sono stata anche attratta dal fatti che fosse coinvolto in tante altre attività oltre all’arte. Scriveva articoli e mi ha incoraggiato a fare lo stesso. Mio padre era un sociologo quindi ci sono un po’ cresciuta con questa predisposizione.

Quando hai formato i Sonic Youth nel 1981 hai pensato alla band come estensione della tua pratica artistica?
Nel senso che a quel tempo scrivevo di performance – di maschi che fanno musica o della performance maschile – quindi ero curiosa di capire cosa volesse dire trovarcisi in mezzo piuttosto che osservare dall’esterno. Ho anche realizzato delle performance con due amiche [Miranda Stanton e Christine Hahn] e formato con loro un gruppo [chiamato CKM] in occasione del progetto di Dan Graham Audience/Performer/Mirror (1980). E’ stata la prima cosa che ho fatto arrivata a New York. Ero anche influenzata da Andy Warhol e altri artisti che facevano riferimento alla cultura pop nel loro lavoro – non che i Sonic Youth fossero cultura pop, più una sottocultura in realtà.

Che criteri hai adottato nel selezionare gli artisti che hanno realizzato copertine per i dischi dei Sonic Youth? Si è trattato di un processo collettivo o eri tu a fare la scelta finale?
Thurston ha incominciato a conoscere diversi artisti attraverso di me, come Mike Kelley e Richard Prince. Di solito l’idea partiva da lui – la pensavamo allo stesso modo in quel senso – e molto spesso io non sarei stata così sfacciata da pensare che avremmo potuto avere Gerhard Richter, anche se lo conoscevo. Eravamo Thurston e io quelli più orientati visivamente. Spesso sceglievo un’immagine, la proponevo al gruppo e solitamente erano d’accordo. Era una buona occasione per esporre un vasto pubblico a certe opere d’arte che non avrebbero mai visto altrimenti. Più che copertine di dischi si tratta di piccoli readymade.

Qual è la copertina dei Sonic Youth che rappresenta al meglio l’anima del gruppo e perché?
E’ difficile a dirsi, forse quella di Mike Kelley [Dirty] o Raymond Pettibon [Goo], che sono anche le più conosciute – o quella di Gerhard Richter. I lavori di Mike e Raymond riguardano le sottoculture e le relazioni tra la cultura alta e bassa – con la nostra musica anche noi eravamo interessati a questioni simili in qualche modo.

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(La copertina di "Dirty", opera di Mike Kelley) 

 

Come artista visiva una delle tue opere più rappresentative è la serie dei “Noise Paintings”, che raffigurano soprattutto nomi di band noise come Pussy Galore, ma anche quelli di Larry Gagosian e Marcel Duchamp. Qual è la relazione tra i nomi che dipingi?
All’inizio ho realizzato dipinti con i nomi di band noise piuttosto sconosciute, forse i Pussy Galore sono tra i più noti. L’idea di mettere qualcosa di così sconosciuto nel contesto di un dipinto che potenzialmente ha un valore – non che la band non abbia un valore, ma intendo valore monetario – mi interessava. Poi a un certo momento ho incominciato a dipingere nomi di galleristi con lo stesso stile punk-rock – ho pensato che fosse divertente scrivere i nomi di Barbara Gladstone e Larry Gagosian. Quello con Duchamp è un caso a se in quanto nome di un artista, una volta però ho dipinto anche un Raymond Pettibon.

Riguardo ai tuoi ritratti ad acquerello, l’artista Jutta Koether ha scritto: “Sono congiunzioni senza forma, pozzanghere senza articolazioni, uno sfoggio di passione, sguardi e non-sguardi. L’idolo femminile si moltiplica, casuale, fuori posto”. Li consideri esplorazioni psicoanalitiche di te stessa come icona musicale femminile?
No, sono ritratti di membri del pubblico, persone che stanno nel buio, come se ad un tratto riflettessero le luci del palco e il pubblico diventasse affascinante e misterioso.

Riguardo ai Sonic Youth e alla tua produzione artistica individuale, ti identifichi nel termine art-rock?
Penso che l’art-rock sia una cosa molto specifica, mi vengono in mente i Roxy Music, quindi non considero quello che faccio e quello che abbiamo fatto come Sonic Youth come art-rock, sebbene tu sia libero di chiamarlo come ti pare.

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(La copertina di "Daydream nation", opera di Gerhard Richter) 

 

Qual è la tua relazione con i dischi in vinile e le loro copertine? E qual è stata l’idea dietro al negozio di dischi temporaneo che hai curato per Gagosian alla Los Angeles Art Book Fair nel 2016?
Sono cresciuta con la collezione di dischi di mio padre. Avevo tutto un rituale con le copertine. Amavo guardare le immagini a lungo e immaginare la musica. Mettevo le copertine in fila, inventavo storie e le raccontavo mentre ascoltavo la musica. Spesso mi mettevo anche a ballare. Lo stand di Gagosian che ho curato alla Los Angeles Art Book Fair è diverso perché tanti collezionisti che vanno alla fiera lo fanno perché cercano cose sconosciute. Quindi ho deciso di importare un negozio di dischi chiamato Feeding Tube del Massachusetts, di proprietà di Byron Coley che è uno dei più grandi ed esperti collezionisti di dischi del mondo – lui stesso produttore di dischi con la sua etichetta. Il loro motto è “Living on the Edge of Obscurity” [vivere ai margini dell’oscurità], quindi ho pensato che fosse interessante prendere qualcosa di così sconosciuto e metterlo nello stand della galleria più commerciale del paese. Byron ha anche avuto l’idea di pubblicare per l’occasione il nuovo singolo [Live Hassle] delle mia nuova band Body/Head con una copertina realizzata da noi stessi, ma di chiedere anche a diversi artisti [tra cui Rita Ackermann, Laura Owens, Richard Prince e Jim Shaw] di realizzare delle copertine alternative. Avevo già fatto qualcosa di simile quando ho curato una mostra nel 1981 presso White Columns, invitando artisti e musicisti a realizzare opere d’arte nel formato della copertina di un disco.

Un singolo del 2014 dei Body/Head si intitola “The Show is Over” inspirato da un dipinto del 1991 di Christopher Wool riprodotto su un cartellone pubblicitario, la cui immagine compare sulla copertina. Se per Wool si tratta di un’affermazione nichilista che riguarda la pittura, cosa significa per te? Quale “show” è finito?
Mi piaceva l’opera di Christopher così tanto che ho deciso di metterla in forma di testo. Penso che sia divertente incominciare uno show dicendo che è finito. È un po’ come tenere basse le aspettative del pubblico invece di gonfiarle attraverso i mass media. Di solito preferisco l’opposto. Ecco perché in qualche modo ho fatto mia quest’opera.   

(Francesco Spampinato)

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