La svolta contemporanea di Levante con 'Nel caos di stanze stupefacenti': l'intervista

La svolta contemporanea di Levante con 'Nel caos di stanze stupefacenti': l'intervista

Si può avere il coraggio di mettere in musica la propria vita, le proprie zone oscure per conoscerle e accoglierle, i propri errori, i propri limiti? Quando ha cominciato a scrivere le sue nuove canzoni, quelle che sarebbero poi finite all'interno dell'ideale sequel di "Abbi cura di te", Levante è partita da qui, da questa domanda. Le risposte sono arrivate nel corso degli ultimi due anni, sia sotto forma di canzoni (12 in totale - in una, "Pezzo di me", c'è anche Max Gazzé) sia sotto forma di un libro (un romanzo, per la precisione, intitolato "Se non ti vedo non esisti" e uscito per Rizzoli lo scorso gennaio). Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con la voce di "Alfonso" per farci raccontare questo suo nuovo album, "Nel caos di stanze stupefacenti", che arriverà nei negozi venerdì 7 aprile (a maggio, invece, partirà il tour nei club: qui trovate le date).

Partiamo dalla copertina: ci sei tu, una poltrona rigirata e uno specchio. Che messaggio volevi trasmettere?
È una sorta di sequel delle copertine dei miei due precedenti dischi. In "Manuale distruzione" indossavo l'abito da sposa di mia madre, ero appoggiata ad un muro scrostato, quello della casa in cui vivevo con i miei genitori. Sulla copertina di "Abbi cura di te", invece pugnalavo un cervello ma tenevo il cuore nell'altra mano. Come per dire: "Prima i sentimenti, poi la ragione". In entrambe le copertine, però, ero seduta in maniera molto composta, quasi lirica. Nella copertina di "Nel caos di stanze stupefacenti", invece, la poltrona cade e cado anche io, sul mio riflesso. 

Il disco ha un titolo ostico da interpretare: quali sono queste "stanze stupefacenti"?
Le stanze stupefacenti sono le 12 canzoni contenute all'interno dell'album: sono stanze silenziose che, però, fanno un chiasso incredibile. Nel disco si parla di caos, di disordine: io sono chiusa all'interno di queste stanze e in ogni canzone racconto una storia. Sono storie che hanno a che fare anche con l'attualità: "Santa Rosalia" è un'apparente filastrocca in cui cerco di raccontare ad un bambino l'omosessualità, in "Gesù Cristo sono io" parlo della violenza sulle donne...

E in "Non me ne frega niente", il primo singolo, te la prendi con i social network: che rapporto hai con questi mezzi di comunicazione?
I social fanno parte della nostra vita, ormai. La Rete ha accorciato le distanze e reso possibili molte cose, ma al tempo stesso ci ha reso vigliacchi. E questo essere vigliacchi si manifesta nella finta partecipazione per cui, tramite la tastiera, riusciamo a dire la nostra credendo di dire il vero, ma con dei modi sgradevoli: la gente non sa essere educata, in Rete. "Non me ne frega niente" è nata dopo i fatti dei Bataclan. Gli attentati parigini mi hanno scossa: dei ragazzi sono stati giustiziati in un club in cui stavano divertendo ascoltando musica. Avevo visto molti esprimere solidarietà, ma mostrarla nei modi più banali: penso a cose come le foto con le parigine o le foto con la stampa della Torre Eiffel alle spalle. Ecco, io ho preferito invitare i miei followers al silenzio: ci sono cose che vanno affrontate con una certa dignità.

Musicalmente parlando, che disco è questo "Nel caos di stanze stupefacenti"?
È un album sicuramente più rumoroso degli altri due. Nel senso che rumoroso è il filo conduttore che lega queste canzoni, il caos, il disordine. Ho voluto che ci fosse una presenza più prepotente delle batterie, dei timpani, che si esagerasse con la ritmica e con l'elettronica. Abbiamo giocato molto: in queste canzoni c'è la mia scrittura classica, per certi versi cantautorale, che viene accompagnata da suoni più contemporanei. Il mio obiettivo era quello di guardare oltre i confini italiani e confezionare un prodotto internazionale, a livello di suoni.

I due precedenti album erano stati prodotti da Bianco, stavolta in cabina di produzione è entrato Antonio Filippelli: quali sono le differenze sostanziali rispetto a "Manuale distruzione" e "Abbi cura di te"?
Questo disco l'ho composto pensando molto al live. Nei dischi precedenti gli arrangiamenti li facevamo tutti un po' sul momento e nei live si forzava la mano. La gente usciva spettinata: 'Cavolo, il disco non suona così', dicevano. Ed era vero, perché in fase di registrazione ci eravamo sempre molto trattenuti. Stavolta, invece, abbiamo voluto esagerare dall'inizio.

In alcuni brani di questo disco, tra cui la stessa "Non me ne frega niente", ti presenti in una veste mento cantautorale e più "pop", più elettronica. Tornando al discorso sui social: se ti dovesse capitare di leggere commenti del tipo "Levante si è svenduta", "Non la riconosco più", cosa risponderesti?
Che "pop" lo sono sempre stata: non ho mai scritto canzoni come quelle degli Afterhours. Questo nuovo disco è molto distante da "Abbi cura di te" e penso che somigli molto a "Manuale distruzione": mi ricorda quel disordine. C'è stata un'evoluzione, non un cambiamento: sono passati quattro anni, io sono cresciuta, i miei testi sono più "grandi", quelli di una ragazza che in quattro anni ha fatto delle cose. E sono anche cambiate le mie esigenze.

C'è stato un gruppo o un artista che ti ha ispirato in particolar modo, in questa svolta?
I Florence and The Machine sono i miei punti di riferimento a livello internazionale. Più in generale, in questo disco ci sono cose che rimandano agli anni '90: in "1996 la stagione del rumore", ad esempio, mi cimento con un simil-rap. Sono cresciuta in quel periodo e la decade degli anni '90 è stata fondamentale per la mia impronta musicale: ricordo che ascoltavo parecchio britpop, soprattutto Verve e Oasis. E sono ancora molto legata a quelle sonorità. Continuo ancora oggi a portarmi dietro questo bagaglio musicale, ma stavolta avevo voglia di essere contemporanea: "Nel caos di stanze stupefacenti" è un disco che strizza l'occhio a un mondo più giovane, è un disco del 2017.

Questo tema del caos lo ritroviamo anche nel tuo romanzo, "Se non ti vedo non esisti", uscito a gennaio: è il libro ad essere un "supplemento" del disco o viceversa?
Il libro e l'album sono strettamente connessi, anche perché ho cominciato a scriverli esattamente nello stesso momento. Non è stato il romanzo ad entrare nel mio percorso musicale, ma il mio mondo musicale ad entrare nel romanzo. Io ho una penna molto creativa e questo mi ha portato anche a scrivere un libro: lo fai se hai una storia da raccontare e se ne senti il bisogno. Non ho mai avuto la pretesa di essere considerata una scrittrice: è accaduto che ho scritto, ma non ho quella presunzione. È stata un'esigenza, come quando ti compri una macchina fotografica e scatti per assecondare il bisogno di esprimerti.

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