NEWS   |   Pop/Rock / 23/03/2017

Quella volta che un fan prese il posto di Keith Moon a un concerto degli Who: la favola rock di Scot Halpin

Quella volta che un fan prese il posto di Keith Moon a un concerto degli Who: la favola rock di Scot Halpin

Quella del pick-up player è una figura che piace tantissimo alla società occidentale, e che ben aderisce alla figura di Cenerentola moderna adorata dagli sceneggiatori americani di film da quattro soldi: il plot è sempre quello, e coinvolge uno/a sfigato/a che si reca a un/a concerto, partita o ballo e per una serie di casi del tutto fortuiti da ultimo/a degli spettatori diventa il centro della scena. E tutti vissero felici e contenti.

Oggi come oggi c'è chi il pick-up player l'ha fatto diventare sistema: Bruce Springsteen, per esempio, che ormai ha tirato sul suo palco così tanta gente da arrivare ai doppioni. Anche perché, nell'epoca dei social, la persona normale in circostanze straordinarie (direbbe Spielberg) è molto virale, ed essere molto virali vuol dire farsi molta pubblicità, tra l'altro gratis, che male non fa. Ma una volta poteva succedere per caso, proprio come nei film.

Una volta, infatti, girava più droga (dietro le quinte), i musicisti non erano atleti - almeno, non tutti - e i concerti non erano ancora quelle macchine perfette che sono oggi: gli imprevisti, di conseguenza, erano più o meno all'ordine del giorno. E l'imprevisto è il miglior amico del pick.up player, quello vero.

Nel novembre del 1973 gli Who aprono la branca americana del tour in supporto a "Quadrophenia" al Cow Palace di Daly City, un sobborgo di San Francisco: la scaletta dello show è piuttosto lunga, e prevede - oltre a undici delle diciassette canzoni in scaletta nel disco - anche l'inevitabile rassegna di hit e cavalli di battaglia. Ma chi l'aveva studiata, quella scaletta, aveva fatto i conti senza l'oste, cioè Keith Moon. Il batterista non si è mai preoccupato di farsi la fama del salutista, ma quella sera a Dale City ci aveva dato dentro più del solito, riservandosi come cena una robusta dose di sedativo per uso veterinario accompagnato a una bottiglia di brandy.

Dopo un'ora di concerto Moon inizia a dare segni di squilibrio, e su "Won't Get Fooled Again" sviene praticamente con le bacchette in mano: i roadie lo portano dietro le quinte, lo buttano sotto la doccia e cercano di farlo rinvenire con un'iniezione di cortisone. La "cura", in prima battuta, funziona, così dopo una mezz'ora di intervallo le luci in sala si spengono e il concerto ricomincia. Ma Moon si è tutto meno che ripreso, e su "Magic Bus", dopo una intro suonata in modo impreciso, crolla di nuovo. Townshend, Daltrey e Entwistle si guardano e cercano di metterci una pezza, suonando "See Me, Feel Me" in tre con il solo frontman a scandire la ritmica al tamburello. Il pubblico apprezza ma è chiaro che così non si può continuare, così a Townshend viene l'idea e al microfono chiede: "C'è qualcuno di voi che sa suonare la batteria? Cioè, uno bravo...".

"Lui lo sa fare": a urlare e sbracciarsi, sul lato sinistro del palco, era un ragazzino di nemmeno vent'anni, Mike Danese, che era venuto al concerto insieme a un suo amico, Scot Halpin. Scot era arrivato a Los Angeles da poco dall'Iowa, per studiare musica e arte, e la batteria non la suonava da almeno un anno. Oltretutto, quella di andare al concerto degli Who era stata una decisione quasi casuale, concretizzatasi dopo l'incontro con un bagarino incrociato sul marciape fuori dalla sala. Mike fa un tale casino da attirare le attenzioni dello staff: "Davvero può farlo?", domandò Bill Graham, il promoter della serata, e Halpin, nel giro di mezzo secondo, decise di salire quel treno che non sarebbe ripassato più: "Sì".

Così un ragazzino di 19 anni di Muscatine, Iowa, era diventato il nuovo batterista degli Who. Il welcome pack consistette in un bicchiere di brandy - probabilmente quel poco avanzato da Moon - per sciogliere la tensione. "Mi sono subito concentrato", ricorda Scot, "Poi Townshend mi ha detto: 'Ti guido io: guarda i miei cenni".

In un film per ragazzi la quattro soldi la storia finirebbe qui, e i titoli di coda inizierebbero a scorrere sugli sguardi di un pubblico incredulo e ammirato. Nella realtà, era appena iniziato il secondo tempo: lo show degli Who con Halpin alla batteria fu assolutamente trascurabile, con una mediocre jam blues su "Smokestack Lightning" e una "Naked Eye" disastrosa. Gli Who, certo, non si aspettavano di trovare un sala un perfetto sostituto di Moon, e infatti furono molto gentili: sia Scot che il suo amico Mike furono invitati nel backstage dopo il concerto per trascorrere un po' di tempo con il gruppo. A Scot venne anche regalata una giacca ufficiale del tour, che però gli fu rubata la stessa sera. E' finita? No.

Scot Halpin prosegue i suoi studi, e si laurea alla San Francisco State University: suona in diversi gruppi - tra gli altri, Sponges, Funhouse, Folklore, SnakeDoctor e Plank Road - e si sposa, poi apre un locale consacrato alla new wave e al punk rock, il Roosevelt. Nel 1995 decide di dedicarsi completamente alla sua passione di sempre, le arti figurative, e si trasferisce a Bloomington, in Indiana, con la moglie Robin e il figlio James. Conduce una vita tranquilla, normale, e anche se in fondo è stato per una sera il batterista degli Who al verso di "My Generation" "I hope I'll die before I get old" ("spero di morire prima di diventare vecchio") non ci pensa proprio. Ma ci pensa il destino, in sua vece, facendolo morire il 9 febbraio 2008 per un tumore al cervello.

Sono passati 35 anni da quella sera, Keith Moon è già morto da un pezzo, John Entwistle solo da sei anni. Townshend e Daltrey però si ricordano di quella sera del 1973 al Cow Palace di Daly City, e venuti a sapere della scomparsa di Halpin gli dedicano un post sul sito ufficiale del gruppo. Perché, anche se durata solo una sera, la storia tra Scot e gli Who dopotutto non è mai finita...

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