Jarvis Cocker - la recensione di "Room 29"

Ci sono rocker che, a un certo punto, sentono la necessità di misurarsi con progetti "colti", uscire dal copione della canzone pop, usare moduli narrativi diversi. Jarvis Cocker dei Pulp lo fa con il pianista canadese Chilly Gonzales. Il loro concept sulla "Room 29" dell'hotel Chateau Marmont di West Hollywood mette in fila sedici minuature per voce, pianoforte e pochi altri strumenti. Farà felici gli amanti dei progetti letterari e sofisticati, non chi cerca un'altra "Common people".

Ah, se questo pianoforte potesse parlare, quante cose racconterebbe su chi è passato per questa stanza, sui sentimenti di chi ha posato le dita sulla sua tastiera, sui fatti che si sono consumati fra queste mura. E insomma ci si immagini un mezza coda ospitato in una stanza d’hotel che evoca gli spiriti di un pezzetto di Hollywood e racconta qualcosa della natura umana. L’idea è strana e quindi interessante: una ex pop star inglese a caccia di progetti inusuali, Jarvis Cocker insomma, incontra un pianista canadese vulcanico e imprevedibile come Chilly Gonzales e assieme imbastiscono per l’etichetta “colta” Deutsche Grammophon un ciclo di sedici composizioni incentrate sulla stanza numero 29, al secondo piano del celebre Chateau Marmont, sul Sunset Boulevard.

Che sia chiaro: è un disco minimale, per lo più per voce e pianoforte, prezioso e chic, oggettivamente brillante, legato a una performance multimediale che gira l’Europa. Ma è anche un progetto che fra qualche anno sarà ricordato, temo, con il sollievo tipico dello scampato pericolo, magari abbinato a titoli compiaciuti quali “Jarvis Cocker torna al pop”. Peggio per loro.

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