L'etichetta 'digitale' di Universal: un modo più economico per lanciare artisti?

L'etichetta 'digitale' di Universal: un modo più economico per lanciare artisti?
Si apre un altro capitolo (o nota a piè di pagina, si vedrà) per la musica digitale. Otto gruppi e solisti americani aspiranti al successo, con un seguito a livello di “culto” e tutti privi di contratto discografico, vengono ingaggiati dalla major numero uno al mondo, la Universal, per un inedito esperimento di marketing: la diffusione del loro repertorio attraverso una neonata etichetta di musica on-line, Universal Music Enterprises Digital, che lo mette subito in circolazione sulle principali piattaforme di Internet music come l’iTunes di Apple Computer, MSN di Microsoft e Rhapsody di RealNetworks.
Le auspicate vendite in formato digitale potrebbero diventare, in questo modo, il primo “step” nello sfruttamento economico della musica registrata, rovesciando l’ottica consueta e consolidata nel business discografico. Si tratta, da un lato, di fare buon viso a cattivo gioco, ovviando all’eccesso di offerta rispetto alle capacità di assorbimento del mercato tradizionale, acquirenti di dischi e rivenditori specializzati (categorie, entrambe, in forte calo numerico). Dall’altro, di cercare di sfruttare la Rete per tastare, con rischi assai ridotti, il polso ai consumatori, misurare il gradimento di proposte musicali poco note al grande pubblico e alimentare il passaparola prima di lanciarsi nell’impresa, costosa e sempre più avventurosa, di confezionare un intero album di canzoni e di spendere denaro su video, tour, singoli per le radio e altre iniziative promozionali di routine. Gli otto gruppi/artisti messi sotto contratto da Universal Digital, a quanto pare, contano tutti su una discreta fan base e su vendite “indipendenti” di qualche migliaio di copie a disco. I fortunati prescelti ringraziano: “I budget che abbiamo avuto a disposizione fino ad oggi non basterebbero probabilmente a pagare il catering per il lancio di un disco di una major” ha commentato realisticamente al New York Times Hans Rotenberry, cantante e chitarrista dei Shazam di Nashville, una band in attività da più di dieci anni (tra gli altri prescelti figurano Rusty Anderson, già collaboratore di Paul McCartney; il chitarrista John Jorgenson, sideman di Elton John e molti altri; e Parthenon Huxley, nel cui gruppo militano ex membri della Electric Light Orchestra). Per loro, il vantaggio sta nella possibilità di godere di opportunità promozionali e distributive insperate. In cambio, rinunciano a qualunque anticipo e accettano di pagarsi da soli le spese di produzione degli album: i master restano di loro proprietà ma vengono ceduti in licenza per un periodo di tempo limitato alla Universal, che garantisce una royalty (il 25 %, pare) su ogni download, promozione consistente e attivazione dei canali adeguati a piazzare eventualmente le canzoni in film, spot e show televisivi. Se le richieste on-line supereranno un certo limite (circa 5 mila copie a canzone), la Universal potrà far valere un’opzione per stampare il disco come supporto fisico e distribuirlo nei negozi. Funzionerà? “Meglio del vecchio sistema, che per noi non ha mai funzionato”, dice convinto il leader dei Shazam. Mentre per Bruce Resnikoff, capo della Universal Music Digital Enterprises, il futuro è tutto da scrivere: “Oggi”, ammette, “non si può ancora considerare, forse, un sistema economicamente efficace. Ma ultimamente in questo settore il modello di business cambia continuamente".
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