NEWS   |   Industria / 20/03/2017

Industria musicale in Italia nel 2016: boom di streaming e vinile, calano CD e download

Industria musicale in Italia nel 2016: boom di streaming e vinile, calano CD e download

E' stato il formato "di mezzo", quello né troppo innovativo né troppo tradizionale, a non dare soddisfazioni all'industria musicale italiana nel 2016: è quanto si evince dai dati diffusi oggi dalla FIMI relative al consumo di musica nel nostro Paese negli ultimi dodici mesi.

Secondo i dati raccolti ed elaborati dall'agenzia Deloitte per conto della Federazione Industria Musicale Italiana, a fare la parte del leone - nella discografia che lentamente si sta riprendendo da una crisi decennale - è lo streaming: se nel 2015 piattaforme come Spotify, Deezer e TIMmusic avevano fatto segnare un balzo in avanti del 21%, nel 2016 la performance del più liquido dei formati è ulteriormente migliorata, con un incremento annuo di 30 punti percentuali.

Ancora meglio, anche se riferito solo a una nicchia di mercato, è stata la prestazione registrata dal vinile: pur fruttando solo 10 dei 149 milioni di euro incassati dal comparto l'anno passato, lp e 45 giri sono cresciuti del 52%.

Al contrario, il formato fisico più comune - il CD - e il download, che fino a pochi anni fa era indicato da più parti come il futuro dell'industria musicale, confermano il trend negativo già mostrato nel 2015, con cali rispettivi di 8 e 24 punti percentuali.

Al sorpasso storico ancora non siamo arrivati, quindi, anche se i tempi paiono ormai essere maturi: il segmento fisico nel 2016 ha occupato il 52% del mercato, ma le tendenze impongono alla discografia di guardare avanti.

"La forte differenza tra i ricavi da video streaming e audio lascia ancora emergere il tema del value gap con piattaforme come YouTube, sulla quale vengono realizzati miliardi di stream", ha dichiarato il presidente della FIMI Enzo Mazza, riferendosi a un sondaggio realizzato lo scorso anno da Ispsos Connect secondo il quale l'89% degli italiani utilizza il gigante del media sharing per ascoltare i propri artisti preferiti, "ma che genera pochissimi centesimi per gli aventi diritto a causa di un baco normativo comunitario. Se l’Europa attribuisse una connotazione giuridica univoca per piattaforme come Spotify, Deezer o Youtube, i ricavi generati dal video sharing potrebbero anche raddoppiare". E il sorpasso storico, di conseguenza, diventerebbe un dato di fatto...