Intanto però k.d vive a Los Angeles, e non ha sentito il bisogno di spostarsi in patria (dove pure conserva casa) neanche per registrare un disco come questo. “Già, tanto per essere contraddittoria. Ma volevo solo compiere un gesto di apprezzamento nei confronti dei luoghi da cui provengo, senza intenti nazionalistici. Non volevo appiccicare una bandiera canadese sulla copertina. Comunque i musicisti che suonano nel disco, Ben Mink, David Piltch e Teddy Borowiecki, sono tutti canadesi e lavorano con me da 15-20 anni. Conoscevano queste canzoni bene quanto me, e questo ci ha permesso di andare a memoria cercando di tenere l’interpretazione al livello più puro e semplice possibile, su di un piano emotivo piuttosto che intellettuale”. La sorpresa, semmai, è il nome di Eumir Deodato nei crediti dell’album. “Mi era piaciuto molto il suo lavoro su ‘Homogenic’ di Bjork”, spiega k.d., “In realtà mi ero affidata a un altro arrangiatore, all’inizio. Ma poi la semplicità e la fragilità di quello che avevamo registrato mi ha indotto a pensare che anche gli arrangiamenti dovevano essere in sintonia e ho agito di conseguenza”. Qualche commento dagli autori che ha interpretato? “No, a parte Jane Siberry che è un’amica di lunga data, non ho sentito nessuno. Cohen e la Mitchell vengono interpretati ogni giorno da qualcuno, e non credo che il fatto che lo faccia io gli crei qualche differenza”. La Mitchell, fa notare qualcuno, si è ritirata dal business musicale, in polemica con le case discografiche che non danno più spazio a una signora sessantenne… “Credo che lei non si renda conto di quanta stima e rispetto la circondino. Joni ha una visione un po’ offuscata del suo ruolo: forse è perché fuma troppo…”. Lei, invece, ha trovato casa presso l’elegante griffe Nonesuch, e sembra trovarsi benone. “Mi sento rispettata e libera di fare quel che voglio. Per una come me, per cui il mercato pop è una cosa persa nella notte dei tempi, è quasi un sogno. E’ come ricominciare una nuova carriera”. In mezzo a tante perle d’autore, in “Hymns of the 49th parallel” la lang ha inserito anche una canzone sua, scritta in coppia col bassista Piltch (“Simple”). “Sì, ma senza nessuna presunzione di mettermi allo stesso livello. Sono stati i miei amici e il mio manager a insistere, e quel brano comunque aveva una tematica coerente con gli altri. Scrivere e interpretare, per me, sono due cose strettamente in relazione una con l’altra, si aiutano reciprocamente. La mia voce non è una dote naturale: è come un albero da frutto che coltivo con amore ma che non mi appartiene”.
Grande performer dal vivo (e il concerto di Milano lo ha confermato), k.d non ama i dischi dal vivo. E non fa progetti per il futuro: “Amo stare sul palco, ma dei concerti mi piacciono l’estemporaneità e l’impermanenza. Per quel che succederà dopo mi affido al caso. Immagino che farò un disco di inediti, prima o poi. Sono tentata dal genere neoclassico alla Philip Glass, e a chi è interessato prometto un altro disco country prima di morire!”. Le si chiede del suo interesse per il cinema, visti anche i trascorsi fortunati (“Mi piacciono registi come Patrice Leconte e Werner Herzog, ma forse la mia musica non si addice molto ai loro film”). Delle sue nuove preferenze musicali(“Nellie McKay come autrice. E Madeleine Peyroux come cantante: davvero una voce fantastica, una via di mezzo tra Billie Holiday e Peggy Lee”). E anche del suo stato psicofisico attuale (appare rilassata, ironica, divertita, e notevolmente ingrassata).“Sono felice, lesbica, vegetariana, buddhista come prima”, assicura. “E canadese”.