Ivan Graziani, il cantautore rock

Ivan Graziani, il cantautore rock

Ivan Graziani è una delle belle contraddizioni apparenti della grande musica italiana: il cantautore rock. Due termini e due linguaggi che da noi per lungo tempo sono sembrati disgiunti e impossibili da mettere assieme. Si pensava che il rock non si poteva fare in Italia, e che comunque il suo linguaggio musicale avrebbe svilito quello della “canzone d’autore”. 

Invece il cantautore e rocker abruzzeseaveva un rapporto viscerale con il suo strumento:  “La chitarra va amata. È come una donna. La chitarra ti prende perché è avvolgente, è calda e poi è comoda”, amava dire. E sul questo modo di intendere la musica ha basato la sua poetica.

Nato nel ’45 a Teramo, da padre abruzzese e madre sarda (secondo un’altra e più colorita versione, il parto ha luogo su un traghetto in viaggio tra Olbia e Civitavecchia), da piccolo inizia con la batteria, passando poi alla sei corde, spinto dal senso di emulazione e di competizione che prova nei confronti del fratello maggiore. 

Dopo qualche esperienza da ragazzino, e dopo un diploma in arti grafiche presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino, inizia a suonare da professionista con gli Anonima Sound, ma il loro 45 giri  d’esordio, “Fuori piove”/“Parla tu”, si classifica all’ultimo posto al Cantagiro nel ’67. Nel ’69 arriva l’ingaggio da parte della Numero Uno di Mogol, ma poco dopo decide di abbandonare i compagni (Walter Monatti e Veio Galazzi) per proseguire da solista. 
Anche in questo caso i primi passi sono incerti e confusi: il primo Lp, “Tato Tomaso’s guitars”, è un’opera interamente strumentale e autoprodotta con pochi mezzi come  omaggio alla moglie Anna e al figlio appena nato; successivamente passano inosservati anche  “Desperation” (inciso con lo psedudonimo di Rockleberry Roll), un disco in lingua inglese ispirato ai classici del rock’n’roll anni ’50, e una prima  prova “cantautorale”, “La città che io vorrei”. Decisamente più fruttuosa, in quel periodo, si rivela l’attività di turnista per conto della Numero Uno, e la collaborazione con la Premiata Forneria Marconi.

Sono i dischi della seconda metà degli anni ’70 a definire l’Ivan Graziani che conosciamo, a partire da “Ballata per quattro stagioni” (1975),  e soprattutto “I lupi” (1977, che lo impone finalmente all’attenzione del grande pubblico: la ballata “Lugano addio”) e “Pigro”. Graziani svaria tra rock, satira sociale e influenze letterarie e il suo falsetto diventa un marchio di fabbrica, e caratterizza anche la successiva “Agnese”, altro classico del repertorio, da “Agnese dolce agnese” 

Gli anni ’80 però si riveleranno un decennio complicato, con belle collaborazioni  (il  “Q Disc”  e ik tour in coabitazione con Ron e Goran Kuzminac) ma esiti poco soddisfacenti sia in termini artistici che commerciali; e anche la prima partecipazione al Festival di Sanremo, nel 1985 con “Franca ti amo”, si rivela un’esperienza fallimentare.  A fine decennio prova a rilanciare la carriera, ottenendo anche buoni risultati nel decennio successivo quando finalmente Sanremo gli dà soddisfazione (nel 1994 si classifica settimo con “Maledette malelingue”). Ma poco dopo rimane vittima di un tumore che lo porta via nel ’97.

Rimane il percorso di un artista unico, spesso sottovalutato da pubblico e critica nei suoi momenti più difficili e anche dopo la sua morte: Ivan Graziani non ha avuto le celebrazioni che si meritava. Ma rimane un nome di primissimo piano della storia della musica italiana, sempre originale per spirito e linguaggio musicale. Un cantautore rock.

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