Lo Stato Sociale, “Amore, lavoro e altri miti da sfatare” – VIDEOINTERVISTA

Lo Stato Sociale, “Amore, lavoro e altri miti da sfatare” – VIDEOINTERVISTA

Pronti ad allargare ulteriormente la loro platea con canzoni radiofoniche come “Buona sfortuna” e un contratto di licenza con Universal, i cinque non-musicisti de Lo Stato Sociale raccontano qui l’album “Amore, lavoro e altri miti da sfatare”, la miscela di registri che lo caratterizza, il desiderio di portare su un palco la normalità. Partito per gioco e dal basso, il gruppo bolognese è recentemente apparso in tv a “Le iene” e a “Che tempo che fa”, è impegnato da oggi in tour instore, il 22 aprile terrà “Un bel concerto da mitomani” al Forum di Assago, picco di un’ascesa inarrestabile, trionfo di un’idea diversa di pop.

IL LORO ALBUM PIÙ POP?
“Abbiamo avuto più tempo per ragionare e valutare gli errori passati, è il nostro disco più curato, ma non il più pop. Anzi, ci sono tre, quattro brani anti-pop. In quanto al titolo, per una volta non abbiamo lavorato in antitesi, ma in sintesi. Amore e lavoro sono parole iconiche per la narrazione della nostra generazione: sono state riscritte nel loro significato a causa dei cambiamenti sociali ed economici dovuti alla grande crisi”.

LA MISCELA DI REGISTRI DIVERSI
“È una sfida e una cosa poco accettata. Spesso si ha bisogno di messaggi chiari e facili: quella è musica intellettuale, quella è per divertirsi, quella è per ballare, quella è per fare politica, quella è per le poesie nei diari delle quindicenni, quella per gli over 50. È invece libertà è non stare da nessuna parte o stare da tutte le parti. Siamo cinque persone con teste diverse che vivono cose diverse. C’è più voglia di creare un caleidoscopio colorato che paura di contraddirsi”.

UN GRUPPO DIVISIVO
“Non sai mai che cosa ti stiamo dando. Non siamo quelli simpatici e basta. Non siamo quelli politici e basta. Non sai neanche chi canta veramente… Abbiamo una grossa facilità d’identificazione e allo stesso tempo c’è l’impossibilità di identificarsi in quello che facciamo perché non siamo una cosa sola. Molte persone si identificano con il tipo di musica che ascoltano e che pervade la loro vita: il fatto che non siamo né carne, né pesce infastidisce, non sanno dove collocarci… E poi c’è questa idea per cui fare canzoni è come fare il medico: solo chi ha studiato sa come si fa. Noi siamo arrivati alla musica in modo indipendente, autarchico e molto spesso anche a cazzo di cane. Questa cosa fa rabbia. Siamo la prova che non c’è una corrispondenza fra quantità di nozioni apprese e risultato sulle persone”.

60 MILIONI DI PARTITI
“È un po’ il manifesto nostro e del disco. Per metà voleva essere un pezzo rock’n’roll incazzato con il mondo. Abbiamo cercato senza riuscirci – è la grande fortuna di non essere grandi musicisti: quando copi non riesci a copiare davvero – di fare una cosa tipo ‘Bitter sweet symphony’ dei Verve. Per l’altra metà è un pezzo che arriva all’astrazione pura, all’assoluto desiderio di non avere niente’. Racconta di noi, il conflitto individuo-società, il bisogno degli altri e il grande scogliono nello scoprire che gli altri invece di essere con te a fare le cose sono chiusi nella propria autonarrazione di un avatar sullo schermo”.

NORMALITÀ
“Volendo riassumere la filosofia che governa la band, troviamo più interessanti le persone normali che fanno cose straordinarie rispetto al feticismo delle persone straordinarie che fanno cose normali. Siamo per l’anti-divismo, il culto della persona è uno dei mali della società contemporanea. Cerchiamo di portare la nostra normalità a un livello superiore, portando tutti quanti con noi sul palco. È la grande sfida. Se prendi l’amico del bar più simpatico del mondo e lo metti a far battute di fronte a 5000 persone probabilmente non riuscirà a far ridere. Ma se ti sembrerà l’amico del bar più simpatico del mondo e non un attore, allora riderai della storia. È questo il vero trionfo”.

UN BEL CONCERTO DA MITOMANI
“Tolti i festival sarà la nostra platea maggiore. Sarà difficile mantenere questa nostra dimensione ‘orizzontale’ non tanto con quelli che sono sotto di noi, ma quelli del secondo e terzo anello. Quindi lo spettacolo sarà pensato per avere un altro tipo di lettura per quelli che seguiranno il concerto da lontano… speriamo non da seduti. Che succederà dopo? Ci ritiriamo all’apice della nostra carriera come Platini. Oppure, per vedere se davvero questo è il nostro disco più pop, lo traduciamo in spagnolo per il mercato sudamericano”.

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