Caro Roger Waters, ti voglio bene e ti stimo, ma con 'sta storia di Trump hai rotto il cazzo...

Caro Roger Waters, ti voglio bene e ti stimo, ma con 'sta storia di Trump hai rotto il cazzo...

Dovendo per forza scegliere, fra Roger Waters e David Gilmour sceglierei sempre Waters. Sarà forse perché delle canzoni mi sono sempre più interessati i testi che le musiche, sarà perché in fondo l'idea dei concept album mi è sempre piaciuta, sarà perché considero "The Wall" un disco monumentale nel quale quando uscì sono stato immerso per sei mesi, sarà per la simpatia umana che ho sempre provato per l'orfano di guerra che per tutta la vita ha combattuto con i suoi fantasmi; insomma, come dicevo, senza nulla togliere a Gilmour, per me Waters tutta la vita.
Adesso però, devo dirlo, mi ha rotto il cazzo.


Anche pochi giorni fa, parlando al "Guardian", ha ricominciato a prendersela con Donald Trump; non so più quante volte l'abbia già fatto in passato, in interviste e anche nei concerti dal vivo, ma ormai questa sta diventando una fissazione, una malattia, un incubo privato.
E siccome ogni volta che Waters parla (male) di Trump i titoli dei giornali sono assicurati, comincio anche a temere che lo faccia apposta per attirare l'attenzione sulle cose che fa: tipo la riscrittura di "The Wall" in formato opera lirica, che debutterà domani a Montréal, della quale francamente non sentivo il bisogno, tanto più sapendo, come ha detto l'ex bassista dei Pink Floyd, che la storia è stata "adattata" all'attuale situazione politica (ma perché? andava benissimo com'era!).


Rantolando contro Trump, Waters ha detto:


"Ogni despota, quando erige un monumento a se stesso, che sia Ceausescu o Saddam Hussein o Donald Trump, è uguale agli altri. E' come se li scegliessero da un catalogo di monumenti di despoti, e sono sempre pieni di marmi e rubinetti d'oro. Guardate la Trump Tower, sulla Quinta Avenue di New York!"

Ora, se ne facciamo una questione di buon gusto, condivido il parere di Waters (e di Peter Stanford del mensile "Executive style", che ha definito gli appartamenti agli ultimi piani della Tower, quelli della residenza privata di Trump, "un Ferrero Rocher"). Lo stile è quello tipico di Angelo Donghia, un arredatore d'interni scomparso nel 1985 - la Trump Tower è del 1983 - che, pacchiano o no, è pur sempre stato incluso nella Interior Design Hall of Fame (e per via di pacchianeria ed esagerazioni, beh, non è che Waters sia esente da peccati).
Ma qui Waters ne sta facendo una questione diversa, una questione personale, una questione che ormai è uscita dalla semplice critica ed è diventata una fissazione, per la quale dovrebbe farsi vedere da uno bravo. E che continui a sciorinarla in pubblico, beh, mi pare ormai eccessivo.

Come ho già scritto in passato, e so che moltissimi non condividono la mia opinione, ma sopravviverò anche a questo dispiacere, i musicisti dovrebbero fare i musicisti, i politologi dovrebbero fare i politologi. Ma ormai tutti sono tuttologi…
Se Roger Waters ha qualcosa da dire a Donald Trump, glielo dica: gli scriva, gli mandi una mail, vada a trovarlo alla Trump Tower, lo sfidi a duello. Ma per favore, la smetta di dire a noi quello che vuole fargli sapere. Mica siamo i suoi postini.

Franco Zanetti

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